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PROFESSORE GIUSEPPE DI GESU'
SITO DEDICATO ALLE SCIENZE CHIRURGICHE
 Chirurgia Generale - Fisiopatologia Chirurgica
Storia della Medicina

MEMORIE DI SCIENZE UMANE

ARTICOLI  E  CONFERENZE
Indice dei testi riportati

1-Le radici culturali e scientifiche del pensiero e della politica di Federico II.

2-Le radici della formazione culturale e professionale in medicina. Ordine dei Medici, Palermo
 
 

 

1-LE RADICI CULTURALI E SCIENTIFICHE DEL PENSIERO E DELLA POLITICA DI FEDERICO II
Giuseppe Di Gesù

  I

    Il 26 dicembre del 1194 a Jesi, nella marca di Ancona, nasce, da Enrico VI e da Costanza d'Altavilla, il futuro imperatore Federico II: nella sua persona confluiscono gli interessi dinastici di entrambi i genitori, egli quindi non è soltanto l'erede dell'impero, ma rappresenta anche la continuazione della dinastia Normanna di Sicilia. Per parte di madre infatti è nipote di Ruggero II e, di fatto, l'eventuale suo avvento al trono determinerebbe l'unificazione dei possedimenti imperiali con quelli del regno di Sicilia. 
   Un’evenienza del genere viene avvertita con molta preoccupazione dalla corte pontificia i cui territori risulterebbero compressi dalle forze dell'impero; in condizioni analoghe verrebbero a trovarsi, nel centro-nord della penisola, i comuni e le signorie che avevano già dovuto difendere la loro indipendenza dalle mire espansionistiche del nonno paterno del giovane Federico, Federico Barbarossa. 
   Questa minaccia sarebbe determinante nell'ispirare l'azione politica della Chiesa nei confronti dell'imperatore: il papa ricorrerà a tutta la sua influenza per mantenere separate le corone del regno di Sicilia e dell'impero e per esercitare una costante attività di analisi e di giudizio di legittimità sull'azione di governo svolta da Federico. 
   Per altro verso, questa particolare situazione ed ulteriori motivazioni sia di ordine politico che economico, già diffusamente riconosciute dalla storiografia moderna, sulle quali vi sarà occasione di soffermarsi in seguito, saranno all’origine delle scelte politiche, spesso in apparenza poco coerenti, di Federico II; delle sue ricorrenti prese di posizione molto rigide nei confronti del papato; dei lunghi e travagliati conflitti contro lo stesso papa ed i comuni. 
   L'imperatore è profondamente cosciente del fatto che qualsiasi dimostrazione di debolezza può determinare la disgregazione dell'impero, ed è altrettanto convinto della imprescindibile esigenza di dover collocare, comunque, la sua politica nell'ambito della sfera d’influenza della Chiesa cattolica. 
   Innocenzo III, d'altra parte, gli aveva concesso, negli anni della fanciullezza, la sua protezione permettendogli così di attraversare indenne il periodo più critico della sua vita. fino al raggiungimento della maggiore età ed all'ascesa al trono di Sicilia. In questo atteggiamento del Papa non va sottovalutata la malriposta speranza di ottenere dal giovane sovrano riconoscenza, obbedienza e condiscendenza. Federico II, però, con il suo comportamento tendente primariamente al rafforzamento dell'istituto imperiale, delude profondamente tali aspettative. Egli, dopo aver ottenuto il regno di Sicilia, non esita a cingere anche la corona imperiale venendo così meno ad un impegno assunto in precedenza con il Papa, in base al quale l'impero ed il regno di Sicilia dovevano restare separati.
   Di contro si dimostra un convinto sostenitore dei dogmi e degli insegnamenti della Chiesa che difende, in alcune circostanze, con provvedimenti perfino particolarmente severi, contro tutte le forme di eresia, considerando queste ultime responsabili del sovvertimento dell'ordine naturalmente precostituito: ogni movimento contraddistinto da queste connotazioni porta in sé i germi della ribellione alle leggi universali e, come tale, deve essere represso inesorabilmente.
   Diversamente egli intende il rapporto intercorrente tra papato ed impero: è perfettamente consapevole del potere della Chiesa, fondato sul dominio delle coscienze, ed avverte chiaramente che questa grande forza, non soltanto spirituale,  facilmente può avere ragione del potere fondato esclusivamente sulle armi. Anche per queste motivazioni tutti i suoi sforzi saranno sempre diretti alla proclamazione di pari dignità tra papato ed impero. Gli eventi futuri gli daranno pienamente ragione: quando infatti gli verranno a mancare le forze per opporsi all'offensiva papale, si troverà in notevoli difficoltà, ed avrà inizio la fase del suo declino.
   Per altro verso Federico II si dimostra un sovrano aperto; nella sua azione di governo ricalca le orme del nonno, Ruggero II: apre la sua corte ad usi e costumi orientali; predilige e coltiva la filosofia, le scienze, la letteratura; non esita a circondarsi degli uomini che rappresentano l'èlite culturale dell'epoca nei vari campi dello scibile; e se ciò non basta a soddisfare le sue esigenze di sapere, non esita ad intraprendere ed intrattenere una fitta corrispondenza epistolare con gli esponenti più in vista del mondo intellettuale islamico: le sue scelte culturali e molteplici aspetti della sua vita dimostrano chiaramente la sua chiara collocazione laica.
   La sua laicità traspare non soltanto dal suo modo di interpretare il ruolo della istituzione imperiale: egli avverte anche l’esigenza di una totale indipendenza della sua azione di governo dall'influenza della Chiesa; il raggiungimento di questo obiettivo passa obbligatoriamente attraverso una fase di preparazione che prevede la formazione di una nuova classe dirigente, laica anch'essa, tale da riuscire a reggere il confronto con quella clericale, che diffusamente detiene il più assoluto dominio delle cancellerie nei diversi stati dell'Europa occidentale. E' sulla base di queste considerazioni che viene pensata, strutturata e fondata l'Università di Napoli.
   Egli, così deciso nella ristrutturazione dello stato feudale e nella riaffermazione dell’assoluta centralità del potere sovrano nei confronti dei feudatari, sente anche il bisogno di organizzare uno stato sociale che si prenda cura delle condizione di vita e di salute delle classi meno abbienti. Da questa esigenza scaturiscono le norme ed i regolamenti destinati alla riforma degli studi e dell'esercizio della medicina.
   Nel suo regno esistono analoghe possibilità di inserimento ed opportunità di lavoro non soltanto per le popolazioni locali: ebrei, arabi, bizantini sono pienamente accettati e vengono messi nelle condizioni di raggiungere, nei diversi campi di applicazione, anche posizioni di preminenza.
   Il suo progetto di promozione delle scienze può essere considerato ambizioso: in esso rientra anche la traduzione di alcune opere di Aristotele e ciò consente di inserire l'operato del sovrano svevo nel contesto di in un più vasto programma intellettuale, iniziato già negli ambienti culturali di Toledo, in Spagna, e che porterà alla valorizzazione del pensiero dello stagirita, in contrapposizione al platonismo imperante della filosofia coeva.
   Al pensiero di S. Agostino, che aveva suddiviso la conoscenza in sapienza spirituale e scienza della natura, si viene a contrapporre in tal modo il concetto aristotelico di scienza, fondato sul procedimento deduttivo conducente al giudizio necessario ed alla verità universale. La riscoperta  dell'aristotelismo da parte della cultura europea, sicuramente posteriore allo stesso fenomeno già presente nell'ambito della cultura islamica, ed al quale Federico diede un impulso di non poco conto, pone problematiche nuove e di non agevole soluzione alla scolastica del XIII secolo, come quella di applicare il metodo scientifico alla teologia.
   Può non apparire casuale, in tal senso, che il contributo fondamentale alla creazione della nuova scolastica provenga proprio da un suddito di Federico II, Tommaso dei conti di Aquino.
   Il fratello di Tommaso, Rinaldo, vive alla corte dell'Imperatore e si dedica, insieme con un folto gruppo di amici, alla composizione di versi, in lingua siciliana, che cantano l'amore per la donna. Questo gruppo di poeti e letterati costituisce il nucleo fondatore della Scuola poetica siciliana: tra loro, un ruolo di primo piano svolge Jacopo da Lentini, inventore di una nuova forma lirica che avrà molto successo anche nei secoli avvenire, il sonetto.

  II

    Per molti versi la figura e l'opera di Federico II richiamano alla memoria un altro grande sovrano di Sicilia, il suo nonno materno, Ruggero II che governò dal 1112 fino al 1154, esattamente 40 anni prima della nascita di Federico. 
   Il successo ottenuto dai Normanni nell’impresa di occupazione della Sicilia, che mise fine alla dominazione araba nell'isola, non impedì al papa di negare l'incoronazione al vincitore: tale atteggiamento si protrasse nel tempo, fino a determinare uno stato di grande conflittualità tra la Curia vaticana e la Signoria di Sicilia, culminato con l'incoronazione di Ruggero II da parte di un antipapa. Né il sovrano dimostrò di temere la sfida del papa, piuttosto lo combatté, lo sconfisse lo fece suo prigioniero; infine, con la pace di Mignano, riuscì ad ottenere il ritiro della scomunica ed il riconoscimento della sua incoronazione. 
   D'altra parte, la monarchia normanna era ormai detentrice di una prerogativa ecclesiastica di grande significato politico e spirituale, fin da quando il pontefice Urbano II, nel 1097, aveva concesso al gran conte Ruggero il privilegio della "Apostolica Legazia", in virtù del quale i sovrani normanni avevano facoltà di nominare i vescovi dell'Isola, ad eccezione di quello di Lipari, e di amministrare le diocesi. Privilegio, questo, che sarà in seguito riconfermato più volte: da papa Pasquale II a re Ruggero II nel 1117 e, successivamente, nel 1156, da papa Adriano IV a Guglielmo I.
   Il regno di Ruggero II presenta connotazioni organizzative ed amministrative del tutto diverse da quelle che, nello stesso periodo storico, era possibile rinvenire in tutte le altre monarchie d'Europa: la sua corte era gestita ed operava con caratteristiche molto simili a quelle delle corti orientali, e forse la motivazione di tutto questo va ricercata anche nel carattere e nella personalità politica dello statista più famoso di questo periodo, Giorgio d'Antiochia.
   Ruggero II riuscì a creare uno stato forte, avvertì l'opportunità di compilare ed emanare una legislazione più attuale per i suoi tempi, adeguata alle nuove esigenze del suo stato ricco e cosmopolita, perché "le leggi costituiscono l'arte del buongoverno e della giustizia".  La legislazione di Ariano Irpino, magari carente dal punto di vista dell'originalità in quanto nettamente ispirata al codice di Giustiniano e ad altri codici greco-bizantini, sarà comunque applicata.
   Il sovrano riuscirà a farla rispettare facendo pagare le tasse, limitando notevolmente l'esercizio periferico del "diritto feudale" che spesso risultava arbitrario e strumentale, diretto particolarmente nei confronti delle categorie sociali meno privilegiate. Tra i molteplici altri aspetti meritevoli di essere sottolineati, nella formulazione dei nuovi articoli di legge, va ricordato l'interesse dimostrato dal sovrano nell’emanazione di una nuova legislazione per la regolamentazione dello studio della medicina.
   Durante il suo regno, le tradizioni araba e bizantina si coniugarono felicemente ed organicamente con quella normanna, senza escludere inoltre molteplici elementi culturali e sociali caratteristici dell'ebraismo. Il sovrano riuniva, nella  sua persona, il potere spirituale e quello temporale che gli proveniva direttamente da Dio: in quasi tutte le biografie  che lo riguardano, si fa riferimento ad un mosaico della chiesa della Martorana di Palermo nel quale egli è rappresentato con il mantello imperiale in atto di ricevere la corona direttamente da Dio.
   La corte da lui creata divenne ben presto il luogo di incontro e di confronto di culture e di religioni diverse: tutto questo può indurre legittimamente ad intravedere, da parte del sovrano, il tentativo di attuare un processo di sincretismo religioso non dissimile da esempi e tentativi verificatisi, nello stesso periodo storico, anche in altri ambienti culturali, aperti a filosofie e religioni diverse. E ad un  progetto di tal genere risulta agevole ricollegare proprio le caratteristiche composite della presenza religiosa di corte, gli usi e le particolari abitudini di vita, la matrice culturale chiaramente non clericale che informò la sua azione di governo, nella gestione delle diverse problematiche: amministrative, politiche, sociali.
   Il suo impegno nella promozione delle scienze venne coronato da grande successo: il trattato di geografia, compilato da Al-Idrisi, con il contributo dello stesso sovrano, rappresenta un’importante testimonianza di questo impegno e può risultare di particolare interesse qui ricordare di questo grande geografo islamico, definito "Strabone degli arabi, le origini e la sua formazione scientifica nella città di Cordova.
   Un altro apporto culturale di grande interesse è costituito dall'attività svolta da Nilo Doxopatrios, in particolare nella sua opera sulla  "Dignità delle sedi patriarcali". In essa viene affrontata la tanto dibattuta tematica sul ruolo e sulla priorità di tali sedi, in particolare quelle di Antiochia, Roma, Alessandria, Costantinopoli e Calcedonia, in quanto soltanto il riconoscimento di queste prerogative conferiva all’autorità ecclesiale che le reggeva l'indipendenza, la legittimità e l'autorità sulle altre. Questo trattato ebbe molto successo  per i risvolti politici ed amministrativi strettamente collegati alle tesi così bene formulate e supportate dall'autore, da far esprimere a Caspar il giudizio che "pochissime produzioni della letteratura occidentale contemporanea risultano  di eguale chiarezza ed agevole comprensione".
   A Palermo fu portata a termine la prima traduzione dell'Almagesto di Tolomeo e vennero compilate numerose opere sui temi di maggiore interesse dell'epoca: astronomia,  astrologia, medicina, scienze naturali.
   Notevole impulso ebbe anche lo studio delle discipline giuridiche, con la traduzione di codici greci e bizantini, a dimostrazione della varietà degli interessi scientifici e culturali del sovrano.
   La letteratura epica francese raggiunse certamente la corte normanna di Palermo e contribuì a creare un ricco patrimonio di storie e di avventure, collocate a mezzo tra epopea e mito, dalle quali, in seguito, avrebbe preso origine la tradizione epica siciliana, ispirata alle vicende del regno di Carlo Magno ed alle gesta dei Paladini di Francia.
   Influenze orientali, cultura e filosofia islamica ed ebraica costituiscono un carattere distintivo delle monarchie succedutesi nel regno normanno, che raggiunge nuovamente il massimo del suo splendore con Guglielmo II, sul trono di Sicilia dal 1174 al 1189.
   Questo sovrano rinnovò a corte i fasti dei tempi di Ruggero II, consentì a Palermo il mantenimento di numerose moschee e promosse la realizzazione di grandiose opere architettoniche come la cattedrale di Monreale, la Cuba e la Zisa. Il periodo del suo regno corrisponde forse al momento di maggiore ricchezza dell'Isola. Sono gli stessi anni in cui le repubbliche marinare incrementano le rotte destinate agli scambi commerciali, cercando e trovando nuove vie di comunicazione rispetto alle quali, nel vasto ed eterogeneo bacino mediterraneo, la Sicilia continua a mantenere il suo ruolo di centralità non esclusivamente geografica.
   Anche altri eventi rendono particolarmente intense, nello stesso periodo, le influenze  provenienti, in particolare, da alcune aree del sud della Francia come l'Aquitania, il Poitou e la Provenza. Guglielmo II infatti sposa, nel 1177, Giovanna figlia di Enrico II d'Inghilterra e di Eleonora d'Aquitania: anche lei, come la madre e la sorella maggiore, Maria di Champagne, aveva conosciuto e coltivato i temi fondamentali della letteratura e della cultura cortese ed aveva certamente frequentato le tanto rinomate corti d'Amore.
   Gli elementi fondamentali, ispiratori di questo nuovo modo di pensare e di agire, troveranno il modo di penetrare profondamente negli ambienti culturali dell'isola, arricchendosi di nuovi contenuti intellettuali fino a costituire il patrimonio fondamentale della futura scuola poetica Siciliana.
   Giovanna raggiunse Palermo nel 1177, diciassette anni prima della nascita di Federico, e per altri 12 anni vive accanto a Guglielmo II, scomparso nel 1189: dovranno trascorrere ancora 5 anni per la nascita di Federico, si tratta di intervalli di tempo molto brevi per supporre la scomparsa definitiva di questi caratteri culturali dagli ambienti intellettuali della corte reale palermitana.
 

III 

   Il 1194 è l'anno che segna non soltanto la nascita di Federico,  ma anche la morte di Tancredi: Il 20 febbraio scompare l'ultimo erede della dinastia normanna di Sicilia, il conte di Lecce; il 20 novembre Enrico VI Hohenstaufen riceve la corona dell'Isola a Palermo; il 26 dicembre nasce Federico. Dovranno ancora trascorrere 14 anni prima che egli possa essere dichiarato maggiorenne e proclamato re di Sicilia. 
   In altra sede ci siamo soffermati su alcuni degli aspetti più salienti della vita di Federico negli anni trascorsi sotto la tutela di Innocenzo III. Anni che videro il giovane sovrano e la Sicilia resistere ai disordini, alle guerre ed alle invasioni ad opera dei partiti che, per interessi diversi, si contendevano il governo del regno. In tutti questi anni egli ebbe modo, suo malgrado, di conoscere gli intrighi di corte, d’imparare che non sempre può essere saggio riporre la propria fiducia negli altri, di quanto potesse essere gravoso il disagio derivante dallo stato di necessità e di apprezzare i sentimenti di rispetto e di affetto provenienti dal semplice rapporto di frequentazione con i comuni cittadini.  La  sua formazione, come ricorda Kantorowicz, risente fortemente delle necessità imposte dagli eventi, "fu la forza delle cose ad educarlo", e, come ebbe a dire Papa Innocenzo, "la necessità di esporre le sue lagnanze lo rese eloquente in un'età che sa appena balbettare"; "Suoi maestri, il mercato e i vicoli di Palermo: la vita stessa, insomma. Il suo vagabondare fra la gente, che lo rese amico del mondo, doveva porre le basi della sua filosofia futura".
   Quella filosofia che traspare dai suoi comportamenti, dalle sue opere, dal carattere della sua corte. Molti di questi aspetti richiamano elementi già osservati precedentemente durante il regno di Ruggero II. La sua visione dell'istituto imperiale appare in assoluta opposizione a quanto sostenuto dal Papa in virtù della donazione di Costantino. E' proprio dalla interpretazione di questo documento, messo a punto dalla cancelleria vaticana e dimostrato falso soltanto nel 1440 da Lorenzo Valla, che il papa trae l'autorità per sancire il giusto diritto al trono dei sovrani d'occidente o per offrire la corona di uno stato. Basandosi su tale prerogativa, l'attività diplomatica della corte pontificia diviene particolarmente abile nel mantenere un costante equilibrio tra le diverse potenze europee; mentre in Italia favorisce l'egemonia delle dinastie straniere capaci di garantire il rispetto della territorialità dello stato pontificio. Nella Penisola, avversa, di contro, la formazione di signorie forti, con le quali possono insorgere temibili conflittualità o comunque in grado di contrapporsi e di minacciare i possedimenti dello stato Vaticano.
   Tutto ciò, prima o poi, doveva portare necessariamente a quella condizione di conflittualità permanente che impronta in modo determinante l'azione politica di Federico II, sia in Italia che in Germania.
   Come per Ruggero, anche per lui il potere temporale proviene direttamente da Dio: è quindi sacro e questa sacralità, in quanto tale, non necessita di particolari riconoscimenti da parte del Papa. Egli sosterrà comunque la sua tesi, opponendosi fermamente al papato, pur cosciente che il fondamentalismo della curia romana consiglierebbe un’azione di governo, per quanto possibile, più flessibile e non in netto contrasto con i principi informatori della politica vaticana.
   Egli si dichiarerà sempre pronto ad ascoltare i consigli provenienti dal Vaticano, anche se poi i suoi comportamenti resteranno ispirati esclusivamente alla difesa degli interessi imperiali e del regno di Sicilia.
   Questo modo di agire gli procurerà, in due occasioni, la scomunica da parte di papa Gregorio IX: la prima il 29 settembre del 1227, la seconda il 20 marzo 1239; a 6 anni di distanza, Innocenzo IV, elevato al soglio pontificio nel 1243, proclamerà infine la deposizione dell'imperatore, durante il concilio di Lione del 1245.
   Quanto fin qui esposto dimostra chiaramente come siano numerosi gli elementi che consentono un accostamento ed un confronto tra i due sovrani, nonno e nipote, Ruggero II d’Altavilla e Federico II di Svevia. L'analisi delle loro personalità, del loro modo d’intendere la monarchia, dell'azione politica svolta da entrambi, risulta estremamente utile nell'indagine diretta alla individuazione delle radici culturali del pensiero di Federico.
   Innanzi tutto, va sottolineata la concezione che dimostrarono di possedere entrambi del potere e della dignità imperiale nei rapporti con il papato. Dalle decisioni assunte e dai consequenziali comportamenti adottati, emerge chiaramente la loro fermezza decisionale sostenuta dalla profonda convinzione del ruolo istituzionale rivestito, e dalla certezza del "diritto" esercitato.
   Convinzioni così radicate e trasmesse nel bagaglio dell'esperienza di governo di tutti i precedenti sovrani normanni, ed ora pienamente recepite dal giovane sovrano svevo. Perseguite fino a determinare contrasti insanabili con sequele gravissime, giunte, come si è visto, fino al processo per la deposizione.
   L'atto della scomunica, infatti, è quanto di peggio possa accadere ad un sovrano feudale: essa comporta tutta una serie di conseguenze che vanno dalla risoluzione del giuramento di fedeltà dei baroni all'annullamento di tutti i crediti finanziari; viene a cadere l'obbligatorietà del vincolo di obbedienza al sovrano, con estensione della scomunica anche a coloro che continuano a riconoscere la sua autorità ed a seguire le disposizioni da lui emanate: in altre parole, vengono a crollare i pilastri fondamentali sui quali trova fondamento la stessa struttura dell’impero e del regno.
   Le considerazioni fin qui esposte portano necessariamente ad una conclusione difficilmente eludibile, il comportamento politico di Federico II costituisce il momento fattuale di un particolare bagaglio culturale, sicuramente originale e notevolmente differente da quello proprio e consueto di tutti gli altri monarchi suoi contemporanei, costituente il fulcro di un’azione politica nuova ed assolutamente originale.
   E questo va interpretato come il risultato di una cultura e di una nuova filosofia ereditata dai propri predecessori, ulteriormente maturata ed arricchita con le proprie esperienze, acquisite negli ambienti e tra i personaggi eredi della ricca e complessa civiltà normanna, aperta alle problematiche sociali conosciute durante i numerosi contatti intrattenuti, nel periodo della sua formazione, anche con gli ambienti sociali più disparati e disagiati, nell'ambito dei quali si manifestano ricorrenti le costanti condizioni di bisogno insieme con la ricerca degli espedienti indispensabili al superamento delle difficoltà della vita di ogni giorno. Egli impara così a conoscere anche una "humanitas" diversa da quella precedentemente osservata a corte: scopre che nell'ambito del rapporto umano può non esistere esclusivamente l'interesse personale e la ricerca del potere e del predominio, come aveva potuto constatare durante gli anni trascorsi nella reggia di Palermo, prima di raggiungere la maggiore età. Anche le manifestazioni di vera solidarietà possono far parte dei comportamenti dell'uomo: spesso è la collocazione sociale che influenza tali azioni ed il sovrano, unico garante dell'esercizio della giustizia, deve essere spietato nei confronti di coloro i quali attentano alla sua persona ed alle sue prerogative, ma nello stesso tempo deve sentire l'obbligo di promuovere, mediante le leggi, le garanzie possibili per le categorie sociali meno protette.
   Ciò gli consente di avvertire la ricerca di valori spirituali alternativi a quelli tradizionalmente offerti dalla dottrina cristiana, che possono ormai apparire poco soddisfacenti, anche per la loro non esaltante interpretazione del messaggio evangelico da parte dei rappresentanti del mondo clericale che, a tutti i livelli, dimostrano un totale abbandono dei valori originari del messaggio e della testimonianza cristiana in cambio di una continua e palese ricerca indirizzata all' accrescimento del potere temporale ed economico.
   Tutto questo si verifica in una area geografica pervasa da sempre di un'aura composita, per immanente presenza di spiritualità e di dottrine filosofiche provenienti dal mondo greco e latino, dall'antichità classica e da elementi importanti delle cosmogonie egizia, ebraica, islamica. Di fatto, in particolari ambiti intellettuali della società siciliana dell'epoca, è molto probabile che continuassero a realizzarsi quei processi di sincretismo filosofico e religioso, sicuramente presenti già alla corte di Ruggero II, in assenza dei quali difficilmente l'ordinamento statuale proposto dalla monarchia normanna e continuato da quella sveva avrebbe potuto realizzarsi.
   Si tratta comunque di tensioni spirituali presenti diffusamente in alcune aree geografiche di tutto il mondo occidentale, che assumono connotazioni diverse in rapporto con le specificità e le particolari caratteristiche culturali dei territori interessati. Questi fenomeni saranno anche responsabili della comparsa di dottrine eretiche e movimenti spirituali che si espanderanno considerevolmente, a cavallo tra il XII ed il XIII secolo, non soltanto in Italia ed in tutta Europa; ma anche in Spagna, in Sicilia e nel sud della Francia. Questi stessi movimenti assumeranno particolari forme espressive ed operative in rapporto con le peculiarità del tessuto culturale ed intellettuale caratteristico delle stesse configurazioni geografiche e politiche interessate.
   Tensioni spirituali dimostrate anche dai contrasti emersi, dopo la morte di S. Francesco, nella gestione dell'ordine monastico da lui fondato: nel 1231, a seguito dei diversi e contraddittori interventi della curia vaticana: frate Elia da Cortona, Ministro Generale dell'Ordine, viene deposto e ripara alla corte di Federico II. 
   Analoghe tensioni sono diffusamente presenti anche nei ceti popolari, dove contribuiscono alla nascita di nuove aspettative salvifiche, nelle quali si trovano confusamente commisti sacro e profano. Vengono riscoperte ritualità particolari alle quali non sono estranei riferimenti con le passate religioni pagane; si accresce il patrimonio mistico, demopsicologico e flolklorico del popolo di Sicilia; prendono corpo alcune leggende in grado di resistere ai secoli per giungere fino ai giorni nostri.
   In conclusione, le considerazioni fin qui esposte consentono di definire il carattere laico della personalità e dell'opera di Federico II.
   Questa sua laicità, probabilmente nata in modo inconsapevole dall’accettazione spontanea della particolare visione politica dello stato e della società ereditata dai suoi avi normanni, viene successivamente maturata dallo Staufen nell'ambito della sua opera di costante ricerca. Il suo modo di porsi nei  confronti delle problematiche scientifiche; la sua evidente apertura alle conoscenze ed alle soluzioni proposte per le sue "questioni", da qualsiasi parte esse provengano; il suo bisogno di verifica e di critica nei diversi ambiti dei suoi interessi; sono tutti elementi che confermano questo carattere fondamentale della personalità dell'imperatore svevo.
 

IV 

   Le considerazioni fin qui esposte possono offrire una chiave di lettura delle contraddizioni apparenti della politica e dei comportamenti di Federico: nei suoi rapporti con il papato egli perseguì tutti i mezzi disponibili per rafforzare le prerogative dell'istituto imperiale e della monarchia feudale. Nei grandi contrasti, nelle divergenze e nelle lotte contro la chiesa va vista la sua energica contrapposizione al disegno politico della curia di Roma che potrà giungere a compimento soltanto dopo la sua scomparsa, raggiungendo la massima espressione con il pontificato di Benedetto Caetani, papa Bonifacio VIII.
   Un bagaglio intellettuale, quello del sovrano svevo, indipendente da qualsiasi vincolo religioso, improntato alla pragmatica individuazione dei problemi politici, economici, amministrativi dello stato, allo scopo di individuare e mettere a punto le soluzioni ritenute più adeguate.
   Una cultura che lo spinge a rivedere il sistema legislativo vigente nel regno per renderlo più organico ed aderente alle esigenze attuali.
   Le Costituzioni di Melfi riportano, nella parte introduttiva, la concezione che Federico ha del mondo, dell'uomo, della Chiesa: le leggi nascono dalla necessità e la trasgressione è un atto gravissimo che si pone non solo al di fuori della legge, ma anche contro l'ordine universale precostituito. I compiti fondamentali dei principi, che ricevono la loro autorità direttamente da Dio, debbono prevedere innanzi tutto la difesa e la conservazione della integrità della Chiesa, quindi la saggia amministrazione dello stato e il controllo sull’osservanza della legge da parte dei sudditi. Si tratta di una nuova dottrina che estromette l'azione salvifica del papa dall'operato del sovrano feudale. Quest'ultimo non è più il braccio armato della Chiesa perché da essa ha ricevuto il riconoscimento di legittimità in cambio di sottomissione e della promessa di obbedienza: la difesa della fede e del Vicario di Cristo è un onere che rientra nel carattere stesso del potere conferito al sovrano, nella sua diretta provenienza da Dio e nel legittimo riconoscimento di questo diritto.
   Il papato critica duramente l'attività legislativa dell'imperatore svevo e Gregorio IX lo ammonisce severamente in quanto questa sua opera lo avrebbe messo contro la Chiesa, anzi ne avrebbe fatto un persecutore ed un sovvertitore dell'ordine precostituito dello stato. Eppure, nelle costituzioni di Melfi, oltre che sancire la difesa della Chiesa, Federico prende una chiara posizione contro le eresie, fenomeni che sovvertono l'ordine stesso del mondo. L'eresia equivale al tradimento, coloro che negano la fede cristiana non riconoscono l'autorità che trae la sua legittimità da Dio, quindi come non riconoscono l'autorità del papa sono autorizzati a non riconoscere l'autorità del sovrano. Per questo le eresie vanno perseguite in modo severo e questa azione deve essere affidata ad inquirenti e giudici ecclesiastici.
   L'affermazione di questo teorema è grave per il papato, in quanto scavalca tutta l'impalcatura progressivamente costruita dalla Chiesa per esercitare il suo potere di controllo e di legittimità su tutte le monarchie occidentali; inoltre rende nullo il diritto acquisito dalla sede vaticana in forza della donazione di Costantino.
   Ancora una volta Federico, con l'aiuto dei suoi collaboratori, primo fra tutti Pier delle Vigne, è riuscito a stabilire confini netti tra gli ambiti di competenza della Chiesa e quelli del monarca feudale, senza per questo rinunziare ai suoi doveri di difensore dei valori della cristianità.
   La nuova legislazione, magari priva di un disegno organico e non sempre originale in alcuni suoi punti, come da qualcuno sostenuto, costituisce tuttavia una testimonianza reale della ferma volontà di Federico di dare concretezza al suo progetto di governo.
   Essa rappresenta inoltre un modo nuovo ed efficace di lotta alle prerogative accampate dalla Curia romana: Federico conosce bene la storia delle aspre contese e delle violenze verificatesi tra il papato ed i suoi avi svevi e normanni. Egli evita in ogni modo e fino a quando gli è possibile di opporsi con la forza al Vaticano; cerca, in diverse occasioni, soluzioni di compromesso e, soltanto dopo la vanificazione delle azioni diplomatiche intraprese, si vede costretto a ristabilire la propria autorità con le armi.
   Anche Gregorio IX, da parte sua, si rende conto dell'importanza dei risvolti politici dell'azione legislativa dell'imperatore svevo e tenta di opporsi a questo disegno ricorrendo a tutta la sua autorità.
   Il suo intervento è perentorio, nelle lettere che invia tanto all'arcivescovo di Capua, quanto allo stesso Federico: al primo  rimprovera, con amarezza, il comportamento scandaloso nel contribuire alla redazione delle costituzioni; al secondo indirizza l'invito a non seguire l'opinione dei suoi cattivi consiglieri in quanto, così facendo, avrebbe assunto le vesti di persecutore della Chiesa e di distruttore della libertà.
   Ma nel progetto di Federico II la presenza, tra i redattori delle costituzioni, di una figura emblematica come quella dell'arcivescovo di Capua, Iacopo Amalfitano, assume un significato importante: il presule rappresenta un'autorità di grande prestigio morale sia per il sovrano che per la Curia romana; egli ha portato a termine importanti missioni diplomatiche per incarico dello stesso Federico e tra esse le trattative con Giovanni di Brienne, a Gerusalemme, per il matrimonio con Isabella; ma, proprio in funzione del rapporto di fiducia intercorrente tra l'eminente prelato e lo Staufen, lo Stesso Gregorio ne utilizza i buoni uffici per importanti ambascerie presso il sovrano.
   L'arcivescovo Iacopo costituisce, per tutto questo, la figura emblematica di un rappresentante di primo piano del mondo ecclesiastico che riconosce la piena legittimità delle proposizioni del diritto romano quando dichiara la Chiesa sottoposta allo stato. D'altra parte, il Vaticano ribadendo in parte le proposizioni del concilio di Tours del 1163, con la bolla di Onorio III "Super speculam" del 1219 non solo interdice agli ecclesiastici l'esercizio della medicina, ma vieta l'insegnamento del diritto romano nell'Università di Parigi.
   L'imperatore Federico II invece con la collaborazione dell'arcivescovo di Capua, di Pier delle Vigne, dei più qualificati esperti di diritto del tempo procede alla codificazione degli elementi fondamentali su cui si fonda il potere temporale e, in funzione degli stessi, stabilisce caratteri e limiti dei rapporti intercorrenti tra impero e papato. Si tratta di un duro attacco alla concezione teocratica dello stato che si completa con la realizzazione del suo obiettivo di promuovere gli studi proprio nel campo del diritto romano proprio nella Università da lui voluta e fondata a Napoli.
   Tutto questo conferisce alle "Constitutiones" di Melfi una valenza politica estremamente importante e nuova per la originalità del pensiero in esse contenuto.
   In questa sede sarebbe impossibile entrare nei dettagli di tutte le norme che ne costituiscono il testo completo: è d'obbligo però ricordarne almeno alcune di quelle in grado di rappresentare con immediatezza non soltanto la volontà legislativa del sovrano, ma anche il substrato culturale dal quale hanno avuto origine. Esse esemplificano un nuovo modo di intendere e di amministrare la giustizia e presentano caratteri inequivocabili di modernità insieme con le espressioni originali di una volontà che vuole aprirsi anche ai problemi sociali.
   Dal punto di vista generale va ricordata la volontà del legislatore di scrivere e promulgare le leggi perché vengano osservate: in tal senso comincia con il rimuovere la consuetudine inveterata di delegare alla nobiltà feudale l'esercizio della giustizia, perché spesso ciò portava ad abusi e ad atti diretti a perseguire vantaggi personali. La sua attenzione per formare una nuova classe dirigente, pur tra gli stenti e le difficoltà degli inizi, gli consentiva ora di avere disponibili autentici funzionari laici dello stato formati nell'ateneo di Napoli. Questi, nella veste di giudici, o come esperti, notai e cancellieri, collaboravano direttamente con il Giustiziere, di nomina governativa, e costituivano la reale garanzia della corretta  applicazione della legge; inoltre, il tempo massimo ammesso per la conclusione del giudizio non poteva superare i tre mesi. La corte suprema aveva l'obbligo di seguire le cause delle categorie sociali più deboli e per le vedove e gli orfani era disponibile il patrocinio gratuito.
   Tutti i cittadini dovevano essere considerati uguali innanzi alla legge e dovevano essere tutelati allo stesso modo: i soprusi e le discriminazioni esercitati nei confronti di ebrei ed arabi dovevano aver fine: ancora un’analogia ricorrente tra Federico e Ruggero II, che aveva creato, con le stesse finalità, il tribunale dei soprusi.
   La figura femminile, da sempre trascurata nella sua identificazione con il momento del peccato, veniva riabilitata ed assumeva dignità giuridica: poteva ereditare le proprietà ed aveva diritto ad essere difesa quale che fosse la sua collocazione sociale. Il rapimento, lo stupro, il rifiuto di aiuto erano severamente puniti anche se esercitati nei confronti di prostitute. Pene ancora più severe, fino alla mutilazione del naso, venivano riservate alle mezzane a alle madri che inducevano le figlie alla prostituzione.
   Nuove disposizioni legislative stabilivano le regole ed i tassi dei prestiti finanziari che non potevano superare il dieci per cento, mentre veniva sancita la non punibilità del reato di omicidio per i minori ed i malati di mente.
   Particolare attenzione meritano infine gli articoli di legge destinati a regolamentare lo studio e l'esercizio della medicina.
   Da questi ordinamenti, che costituiscono i Capitoli XLV e XLVI del III libro delle "Constitutiones Domini Frederici Secundi...", traspare l'intelligenza, la competenza, il disegno politico, la sensibilità e l'impegno sociale di un Imperatore rappresentante emblematico del mondo feudale, ma anche precursore di un uomo nuovo, di una nuova figura di scienziato dedito alla osservazione ed alla ricerca.
   Federico II sollecitò i nuovi ordinamenti nell'intento che dalla legislazione emanata per la regolamentazione della medicina potessero derivare particolari vantaggi per la pubblica salute.
   In considerazione pertanto delle gravi perdite e dei danni irrecuperabili dipendenti dalla imperizia dei medici, il Sovrano comandava che in futuro nessun pretendente al titolo di medico ardisse esercitare la medicina o la chirurgia, se prima non avesse sostenuto pubblico esame e non fosse stato approvato nella Scuola di Salerno conseguendo le prescritte certificazioni indispensabili per presentarsi allo stesso imperatore, o, in sua assenza, alla presenza di colui che lo sostituiva, per ottenere la licenza per esercitare. Qualsiasi contravvenzione a tale disposizione di legge avrebbe comportato la confisca dei beni e la pena del carcere per un anno.
   La  strutturazione del nuovo curriculum impose che non fosse ammesso allo studio di medicina chi non avesse studiato prima, almeno per tre anni, la scienza della logica. Soltanto dopo avrebbe potuto compiere gli studi medici, per una durata di cinque anni, comprendenti anche lo studio della chirurgia che, da quel momento, avrebbe costituito parte integrante della medicina.
   I testi ufficiali di insegnamento, tanto nella parte teorica che nella pratica, avrebbero dovuto essere le opere di Ippocrate e di Galeno. Veniva stabilito inoltre che nessun chirurgo poteva essere ammesso ad esercitare in assenza delle lettere testimoniali ufficiali attestanti la frequenza, per almeno un anno, all'insegnamento dell'anatomia del corpo umano, per acquisire la competenza, senza la quale non era possibile eseguire incisioni e curare ferite.
   Infine, erano previste pene severe per un eventuale comparaggio tra medici e "confetionari", quelli che oggi potrebbero essere chiamati farmacisti.
   La posizione di Federico II, come emerge dagli articoli di legge fin qui ricordati, appare decisa nella lotta all'abusivismo nell'esercizio della medicina e diretta alla tutela della salute dei cittadini e dei loro interessi per tutte le categorie sociali, compresi i ceti meno abbienti. Inoltre, per il raggiungimento di questo obiettivo, egli non esita ad emanare particolari disposizioni, anche in dissenso con gli indirizzi della dottrina ecclesiale, pur di assicurare una preparazione adeguata agli esercenti della professione medica: la Curia, infatti, aveva vietato la dissezione e lo studio dell'anatomia direttamente dal corpo umano.
   Da tutto questo, e da numerose altre norme originali e qualificanti contenute nella legislazione di Melfi, emerge chiaramente la sua profonda consapevolezza di alcuni principi fondamentali, irrinunciabili nell'ispirazione dell'azione politica ed amministrativa: questi, da una parte comportano la concretizzazione di risvolti sociali rilevanti, dall'altra dimostrano la loro derivazione da premesse intellettuali sicuramente innovative, rispetto al bagaglio culturale coevo diffusamente dominante.
   Tale atteggiamento di Federico, presente anche al di fuori dell'ambito strettamente legislativo, riceve altre conferme dalle critiche rivolte, nel “De arte venandi cum avibus”, ad alcune affermazioni sull’anatomia degli uccelli risalenti allo stesso Aristotele.
   Ed ancora, dalla sua vasta produzione letteraria ispirata alla cultura cortese, già ampiamente diffusa nelle corti dei suoi avi normanni e prediletta anche dal suo genitore, Enrico VI - uno dei minnesanger del tempo più apprezzati in tutta Europa -, traspare il suo modo di porsi nuovo ed originale nei confronti della donna e dell'amore. In questo contesto non si può ignorare, né‚ tantomeno sottovalutare, il significato esoterico dell'interesse, dimostrato da Federico per la rappresentazione ed interpretazione simbolica dell'eterno femminino.
   D'altra parte esso è sicuramente presente nelle radici più profonde della cultura cortese, alla quale è giunto attraverso elaborazioni complesse delle dottrine paleo-orientali, egiziane antiche ed ebraiche; transitato sull'aura di particolari movimenti islamici particolarmente in auge in quel medesimo periodo storico, come la Shi'ia.
   Federico ha profondamente acquisito nel proprio patrimonio intellettuale l'eredità della cultura normanna ed i codici di riferimento culturale introdotti alla sua corte dai più grandi  alchimisti del secolo da lui vissuto: Michele Scoto, Elia da Cortona, Riccardo Anglico, Alberto Magno; quest'ultimo maestro ed ispiratore di Tommaso d'Aquino.
   Il pensiero alchemico è presente in lui, nell'ambiente che lo circonda: condiziona tutti i progetti culturali provenienti dalla sua corte.
   Si percepisce nelle raffigurazioni scultoree destinate a tramandare ai posteri le orme del suo passaggio ed i principi fondamentali sui quali è fondato il suo modello dello  Stato, come la "Justitia".
   Si legge sulle aride pietre levigate che costruiscono Castel del Monte; nelle originali architetture che si espongono alle sollecitazioni della luce solare in modo così composito e dinamico, da divenire messaggio culturale di valenza universale.
   Traspare da quella goticità, forse incompiuta, delle volte a crociera frequentemente presente nei suoi castelli; anch'essa messaggio e legame profondo con le strutture cattedrali gotiche del nord Europa: simbolo emblematico e momento fondamentale di grande rinnovamento nell'evoluzione culturale e sociale dell'umanità medioevale.
   Una filosofia alchemica divenuta scienza della natura, tale da condizionare, attraverso i suoi momenti operativi i fenomeni naturali e le possibilità di elevazione spirituale dell'uomo: un percorso scientifico contrassegnato dalla continua acquisizione di conoscenza fino al raggiungimento della facoltà di trasmutare i metalli; un percorso spirituale mirante al raggiungimento dello stato di completa armonia cosmica compatibile con la contemplazione di Dio.
   Il pensiero alchemico è profondamente radicato nella tradizione delle religioni ebraica, cristiana, mussulmana, nei confronti delle quali si pone in modo assai controverso, a seconda dei traguardi che si propone di raggiungere: nel XIII secolo è così diffuso che la Chiesa non può più ignorare il fenomeno e non si può permettere di procrastinarne la condanna.
   La diffusione di questa filosofia è determinata dalla consapevolezza, ormai divenuta patrimonio diffuso delle‚ élites culturali medioevali, della necessità del progresso della scienza e della conoscenza. L'alchimia si  propone come mezzo adeguato a raggiungere queste finalità. Il dualismo esistente tra scienza e fede si ripropone ancora una volta, costituendo la matrice dell'impegno intellettuale più pregnante non soltanto nel mondo cristiano, ma anche nel mondo ebraico ed islamico. La scuola di Bagdad, gli scienziati di Cordova e Toledo si impegnano a coniugare le esigenze della scienza con quelle della ortodossia. Questo compito, nel mondo cristiano occidentale, viene assunto da Tommaso d'Aquino che fonda una nuova scolastica.
   La curia di Roma si opporrà con tutti i mezzi alla progettualità politica ed amministrativa di Federico II; il diritto ecclesiale non può e non deve essere sottoposto al diritto romano. Il sovrano svevo dovrà essere condannato anche per questa ragione.
   Tutto ciò comunque nulla toglie al ruolo esercitato da Federico II nella  promozione del progresso culturale del XIII secolo: muovendo dalla sua posizione laica, con le sue iniziative egli riesce a contrapporre il patrimonio culturale tradizionale alle moderne problematiche scientifiche realizzando le condizioni di un movimento protorinascimentale che sarà duramente soffocato dalle decisioni della Curia papale.
   Dovranno ancora trascorrere poco meno di due secoli, dalla morte di Federico II, perché veda la luce, a Figline Valdarno, il 19 ottobre 1433, Marsilio Ficino. A questo canonico fiorentino, cortigiano di Cosimo dei Medici, andrà il merito di tradurre Platone, i Libri ermetici e le opere fondamentali della scuola neoplatonica: in questo modo l’ermetismo ed il neoplatonismo avranno modo di rientrare a pieno titolo nel patrimonio della cultura filosofica non solo della Toscana, ma di tutto il mondo occidentale, offrendo un contributo insostituibile allo sviluppo dell'umanesimo e del rinascimento.
 

 

 

2 - LE RADICI DELLA FORMAZIONE CULTURALE E PROFESSIONALE IN MEDICINA
Ordine dei Medici di Palermo
Conferenza introduttiva in occasione della consegna dei riconoscimenti per i 50 anni di iscrizione all’Ordine
G. Di Gesù

 
   Autorità, gentili Signore, illustri colleghi ed amici; l'invito che mi ha portato qui stasera, insieme con tutti Voi, mi è stato particolarmente gradito. Per questo sento la più profonda gratitudine ed il bisogno di esternare il più sentito ringraziamento ai componenti il Consiglio Direttivo dell'Ordine, in modo particolare all'amico Presidente Toti Amato ed al vice-presidente Michele Frazzetta, ai quali mi sento particolarmente vicino per diversi motivi, sopratutto per la lunga consuetudine di motivazioni culturali e professionali.
  sento ancora il dovere di esternare un sincero ed ammirato complimento al Presidente, per aver pensato, voluto, organizzato manifestazioni come questa, nella quale è già divenuto palpabile il senso di umana comprensione e solidarietà, di riconoscimento di alcuni valori, privilegio e prerogativa dell'uomo, dinanzi ai quali è d'obbligo manifestare il massimo rispetto ed il più sentito apprezzamento.
    Avrò forse esagerato nella ripetizione di questo termine "umano"; tuttavia mi è sembrato doveroso così sottolineare il profondo significato di questa serata, nel corso della quale avrà modo di concretizzarsi uno degli aspetti fondamentali dell'essere uomo.
   Perchè così come è umano sentire, amare, operare, incominciare; risulta altrettanto umano concludere, riposare, lasciare, passando la mano alle nuove generazioni, consegnando loro qualcosa che non è possibile rappresentare materialmente, e che sarebbe assai riduttivo intendere soltanto ed esclusivamente come impegno professionale.
   Questo testimone che va ai giovani, è intriso del sudore e delle fatiche della vita; come tale, comprende tanti successi e qualche sconfitta, innumerevoli soddisfazioni e qualche critica; in ogni caso tutto il senso del dovere e tutta la buona fede possibili, finalizzati alla realizzazione del più completo e pregevole impegno professionale. In altre parole, il bagaglio dell'esperienza della vita, quel bagaglio d'esperienza che oggi i più anziani consegnano ai giovani, con l'augurio che anche loro possano realizzare una carriera professionale onorevole e soddisfacente, arricchendo ulteriormente il patrimonio di esperienze da tramandare alle future generazioni.
   E' un ciclo continuo, questo, che ha bisogno di linfa vitale sempre nuova: è il ciclo della vita dell'uomo e del progresso scientifico e tecnologico, indirizzato a migliorare le condizioni di vita dell'umanità intera.
  L'esempio dei predecessori dovrà costituire sempre un riferimento fondamentale per i giovani che si accingono ad iniziare la propria carriera; l'evoluzione delle conoscenze potrà portare anche a sostanziali modificazioni delle metodologie di approccio al paziente sofferente e magari fornirà nuovi presidi terapeutici; difficilmente potrà modificare il bisogno ed il modo di essere dell'uomo malato che si rivolge al medico con la richiesta di sempre.
   Nulla quindi giustifica un diverso modo di sentire del medico: L'essenza fondamentale del rapporto esistente tra medico e paziente consiste nella identificazione dei mezzi più adeguati a porre fine alla sofferenza, via che deve essere percorsa in due, fino al raggiungimento del traguardo, le buone condizioni di salute.
  Tutto questo può essere realizzato in modo diverso: o privilegiando il rapporto con l'uomo malato, oppure indirizzando tutte le proprie energie nei confronti della malattia, con l'ineludibile conseguenza dell’oggettivazione dell'uomo malato. Non è una differenza da poco. L'umanizzazione della malattia viene tradizionalmente intesa come unico mezzo adeguato a fornire, assieme ai rimedi della medicina ufficiale, anche le pulsioni psicologiche indispensabili per affrontare il male e per sconfiggerlo.
   Al contrario, la disumanizzazione del malato comporta tanto disagio per l'uomo sofferente che mal tollera comportamenti distaccati ed impersonali, anche se ispirati al più elevato razionalismo scientifico. Quello stesso razionalismo che, oggi, sempre più di frequente si pone all'ombra di tutta una serie di critiche e di condizionamenti, dipendenti sia dalle carenze istituzionali, che dalle ristrettezze economiche; e che tanto più spazio trova quanto più si viene a stabilire una certa sorta di estraneità tra medico e malato.
   Orbene, anche se dalla nostra parte va sempre sostenuta l'esigenza imprescindibile di una valorizzazione della ricerca scientifica, unica alternativa per il progresso e l'evoluzione scientifica, ciò non va inteso come una scelta di abbandono dei valori intrinseci della spiritualità propria dell'uomo: qualora ciò avvenisse perseguiremmo la scelta di uno sterile, quanto inane esercizio di superato sperimentalismo. La mia convinzione è che un’impostazione di questo tipo deve essere diffusamente condivisa; così come la constatazione che, non necessariamente, il razionalismo scientifico, per essere tale, deve comportare scelte ed atteggiamenti ispirati soltanto al puro integralismo positivistico, ostico anche alle più elementari espressioni della spiritualità soggettiva, del credo religioso, degli archètipi caratterizzanti le specificità antropologiche e culturali del singolo individuo.
  Ne deriva che, di là delle motivazioni che possono ricorrere nell'assunzione di un particolare ruolo sociale o professionale, esistono manifestazioni umane che richiedono una valida verifica del proprio atteggiamento fattuale in rapporto con l'importanza e le implicazioni correlate con l'estrinsecazione dell'atto materiale mediante il quale la manifestazione stessa riesce a concretizzarsi.
  Essa riconosce, a suo fondamento, un bagaglio culturale arricchito dall'esperienza e sempre disponibile al superamento dei limiti posti dalle interpretazioni soggettive, nell'intento di conoscere, esaminare e recepire anche altrui valutazioni, frutto di differenti esperienze.
  E' da questo tipo di incontro e di confronto, prerogativa di una cultura aperta e disponibile all'accoglimento delle sollecitazioni provenienti sia dagli ambiti speculativi veri e propri, che da quelli della consolidata esperienza, che possono derivare le sollecitazioni più consone alla soluzione di tutte le problematiche scientifiche.
  Queste considerazioni possono essere accettate e considerate valide anche oggi, nella professione medica, e nel particolare momento storico che viviamo, senza dubbio difficile, nel quale risulta molto più semplice e, di certo, crea assai minori problemi l'atteggiamento del non fare.
  Il medico invece deve agire, compiendo un'opera particolare, finalizzata ad indurre la guarigione dallo stato di malattia; trova così il modo di realizzare un' "arte" complessa, sostenuta da un grande bagaglio di conoscenze e di esperienza.
  "Gli errori non meno dei successi, testimoniano dell'esistenza dell'arte; qualcosa giovò perché correttamente somministrata, qualcosa nocque perché mal somministrata. Ora, dove l'esattezza e l'inesattezza abbiano confini stabiliti, sicuramente esiste un'arte. Assenza di arte è per me assenza di esattezza; ma dove queste siano ambedue presenti, l'arte non può mancare".
   Queste parole di Ippocrate ci indicano una grande verità, ancora oggi accettabile, nello spirito che ne pervade il pensiero, che va di là dei confini del tempo e dello spazio, per trovare la sua giustificazione d'essere soltanto nell'esistenza, non tanto nella qualità del giudizio.
  Il grande filosofo e medico greco, con le sue parole, esprime una considerazione molto più generale, nel momento in cui l'"arte" finisce col non rappresentare soltanto il meccanismo estrinseco dell'intervento umano sulla malattia, per divenire il risvolto pragmatico determinante della complessa vicenda umana, quando il processo intellettivo viene indirizzato verso la conoscenza.
  L'analisi dei comportamenti umani emergenti, nella loro più pregnante espressione, nel momento del fare, che concretizza l'"azione", sta all'origine di complessi interrogativi di grande significato antropologico ed epistemologico nell'ambito dei quali è fondamentale la ricerca pedissequa della propria identità e del proprio ruolo funzionale nell'ambito della società.
   Tutto ciò può avvenire soltanto attraverso una profonda riflessione, in sintonia con il momento storico e sociale vissuto che, se da una parte non può ignorare i caratteri di un’evoluzione spesso impetuosa, dall'altra non può venir meno ai principi etici e culturali che informano l'azione. Oggi l'uomo è attratto dalla conquista di un potere sempre maggiore ed ha la necessità di adeguare il proprio modo di pensare ai nuovi modelli tecnologici che, all'alba del terzo millennio, lo propongono artefice di tecniche tanto avanzate, da condizionare la formazione della vita.
  Dinnanzi a questi problemi deve fermarsi un momento per capire, per esaminare il proprio operato e giungere ad un giudizio sereno. E' questo un momento arduo, irto delle difficoltà emergenti dal dovere di conciliare le esigenze scientifiche con le sollecitazioni morali: nell'operare una valida sintesi. Il travaglio sta proprio nel riuscire ad evitare abnormi prevaricazioni, ed è oggettivo.
   L'uomo necessita, oggi più che mai, delle certezze che gli consentano di "exire ad praticam" realizzando al meglio le proprie potenzialità: come ciò possa e debba avvenire costituisce argomento di grande rilevanza etica, e di altrettanta difficoltà metodologica.
  la concretizzazione di un determinato intervento umano costituisce un evento transeunte, che trova la sua ragion d'essere nel bagaglio di conoscenze responsabili del grado di "esattezza" e di "inesattezza" caratteristico della conoscenza dell'uomo in quel determinato momento storico, nel corso del quale l'azione ha modo di espletarsi.
  Intervento inteso quindi come trasferimento pragmatico della razionalità articolata sul patrimonio cognitivo esistente: quest'ultimo, con i limiti che ne caratterizzano lo stadio evolutivo, rappresenta la capacità razionale collettiva. L'azione che ne deriva, invece, reca in sé‚ le connotazioni soggettive dell'uomo che la interpreta.
   Soltanto in un momento successivo può essere determinata la valutazione critica degli effetti prodotti dall’azione esercitata, e soltanto allora potrà essere formulato il giudizio.
  E' quindi dall'insieme degli interventi pragmatici dell' uomo che scaturisce l'"arte"; mentre l'esattezza e l'inesattezza costituiscono gli elementi di giudizio sull'efficacia dell'azione operata: la loro formulazione richiede un'appropriata analisi dell'esperienza, derivante dal successivo raffronto degli effetti indotti, o comunque seguenti all'intervento. Essi stessi ancora costituiscono l'elemento fondamentale per la valutazione del grado di conoscenza che, a questo punto, riesce possibile commisurare.
   L'analisi storica delle vicende umane nel corso dei secoli rappresenta quindi la manifestazione più completa dell’evoluzione intellettuale e culturale dell'uomo: ad essa è possibile ricorrere nell'intento di identificare le diverse tappe attraverso le quali il consolidamento della conoscenza ha prodotto un elaborato particolare, peculiare per ognuno di essi. Questi ultimi costituiscono allora la "memoria storica", il retaggio culturale, mutuato dalle diverse epoche di transizione, e rappresentano anche momenti emblematici di sintesi, in quanto contengono in essi l'insieme dei caratteri fondamentali di tutto il sapere precedentemente acquisito  e gli embrioni di quegli altri che potranno essere sviluppati in futuro.
  Tutto questo complesso processo si svolge intorno all'uomo che naturalmente assume una posizione di centralità, derivante dal suo ruolo di attore e di giudice imparziale; l' osservazione e l'interpretazione dei fenomeni naturali, costanti ed immodificati nel tempo, costituiscono l'obiettivo primario della sua esistenza.
  Ciò che interessa, a questo punto, è la conoscenza delle modalità con cui l'uomo si appresta all'esame di tutto ciò che lo circonda e dei mezzi disponibili per l'esplorazione della natura. Essere complesso e composito, identico nell'accezione biologica della categoria che lo contraddistingue, diverso nella configurazione spirituale che lo caratterizza, l'uomo, nel suo approccio conoscitivo ai fenomeni naturali, è spinto da tutta una serie di motivazioni derivanti non soltanto dalla configurazione logica del suo sistema nervoso intellettivo, ma anche dalla sua complessa spiritualità soggettiva, sicuramente informata ed improntata ai principi etici dell'epoca da lui vissuta.
   Ed uomo è il medico, uomo è il malato: la malattia rappresenta l'evento che avvicina il malato a colui che, per definizione, è in grado di curarlo per superare la condizione di malattia.
  In tali termini si tratta di un rapporto assai complesso, a volte di difficile estrinsecazione in base a considerazioni che coinvolgono non soltanto il bagaglio culturale e professionale del medico, ma anche il suo patrimonio etico e spirituale.
   Da parte sua il malato attende una risposta: la guarigione dallo stato di malattia, difficilmente a lui interessa il metodo adottato per raggiungere l'obiettivo.
   Anch’egli è dotato di un proprio patrimonio spirituale che caratterizza il suo stato di sofferenza e di attesa.
  E ciò non può stupire più di tanto: i percorsi della storia della medicina, paralleli e spesso coincidenti con quelli della storia del pensiero, sono ricchi di questi atteggiamenti, espressione del bagaglio spirituale, culturale e professionale del particolare periodo storico vissuto.
  Il pensiero tardo-medioevale, che racchiude in embrione tutte le più valide premesse del pensiero scientifico moderno, rappresenta tutto questo: è in questo periodo infatti che, a fronte dello schematismo dogmatico vigente, ha inizio un nuovo modo di pensare, anticipazione di quell'umanesimo che potrà affermarsi soltanto alcuni secoli più tardi.
  E' il periodo in cui si comincia a manifestare la voglia di pensare razionalmente anche ai grandi misteri della fede, come accade ad Anselmo di Canterbury (1033-1109) "credo ut intelligam, fides querens intellectum"; in cui si riscopre la centralità dell'uomo libero immaginato da Ugo di S. Vittore (1096-1141); in cui per la prima volta si affronta il problema del metodo scientifico in chiave moderna. Pietro Abelardo si pone questo problema e tenta di darne una soluzione ricorrendo al quesito razionale, contrapponendo cioè l'uno all'altro diversi "sic et non" in modo da risolvere il problema con il ricorso al dubbio metodico. Premessa fondamentale a tutto ciò è la separazione netta tra fede e scienza, in modo da poter considerare i problemi nella loro vera proposizione e nella loro vera luce. L'intelletto deve rifiutarsi di attaccare e distruggere i misteri della fede che, proprio in quanto tali, non possono essere spiegati razionalmente; da parte sua la fede non deve condizionare di continuo i progressi della ragione.
  Queste posizioni vengono rifiutate dalla dottrina ortodossa e provocano una energica reazione da parte di Bernardo di Chiaravalle, che attacca Abelardo accusandolo di corrompere la gioventù d'Europa. La Chiesa tutta ha paura del nuovo modo di pensare, così ardito ed aperto, che dimostra un pericoloso carattere antropocentrico ed un altrettanto incomprensibile interesse per la natura e per le scienze.
  L'ultimo appello che Abelardo rivolge a Bernardo racchiude in sé il tema fondamentale del nuovo modo di pensare che è possibile intravedere, ancora prima dell'inizio del XIII secolo: il libero pensiero si estrinseca mediante proposizione di tesi che possono essere anche differenti in quanto rappresentano la libertà e l'originalità dell' intelletto razionale; "diversa, non adversa", sarebbe un grave errore considerare aprioristicamente ostili due tesi diverse: è ormai giunto il tempo di superare le posizioni di sterile integralismo.
  La nuova aura che pervade l'èlite culturale del tempo si concretizza anche a livello dei governi illuminati: in tal senso vanno ricordate le norme ed i regolamenti emanati da Federico II di Svevia sullo studio e sull'esercizio dell'arte sanitaria, leggendo le quali emerge tutta la modernità del legislatore. Queste leggi sono redatte per il Regno di Sicilia, anche se, il passare del tempo, dimostrerà che ad esse s’ispireranno numerose legislazioni future. In esse sono previste prestazioni gratuite per i cittadini meno abbienti e pene severe per il comparaggio tra i medici ed i fornitori delle medicine. Inoltre, lo studio della chirurgia viene vincolato a quello dell'anatomia anche se "Ecclesia abhorret a sanguine".
  Tuttavia, a dispetto di tanta lungimiranza, la letteratura e la storiografia dell'epoca dimostrano che le conoscenze "scientifiche", costituiscono spesso un patrimonio culturale falsato dalle traduzioni occasionali ed alquanto imprecise dei testi classici.
  Non stupisce più di tanto quindi leggere, nelle vite dei Santi e dei sovrani dell'epoca, raccolte di prodigi dovuti alla benevolenza di Dio: i miracoli descritti da Gregorio di Tours nel "De Virtutis Sancti Martini" e nelle "Historiae Francorum", operati dal vescovo Martino; oppure quelli riportati da Richer di Reims, od altri ancora ricordati da Paolo Diacono nella "Historia Longobardorum".
   Spesso, il ricorso alla applicazione della polvere del tempio, l'apposizione delle reliquie, l'invocazione del Santo, sono considerate molto più efficaci delle comuni risorse della medicina ufficiale.
  La Chiesa, dinanzi al dilagare degli scandali, sente il dovere di prendere una chiara posizione vietando l'esercizio della medicina da parte dei monaci imbroglioni e distogliendo anche il clero maggiore da tale professione, perché spesso il desiderio del guadagno induce al commercio disonesto delle proprie capacità professionali.
  D'altra parte, la concezione medioevale del rapporto esistente tra uomo e Dio, con tutto il suo bagaglio storico-culturale e religioso-spirituale caratterizzato dal continuo conflitto tra le esigenze derivanti dal soddisfacimento dei bisogni della vita di tutti i giorni e l'aspirazione all'ascesi spirituale, non poteva non influenzare i principi informatori del pensiero, sia laico che religioso, nei diversi campi dell'operatività umana.      La necessità di ricorrere ad azioni meritorie finalizzate al riscatto spirituale poteva indurre correntemente alla identificazione della condizione di bisogno con l'occasione buona per esercitare il proprio modo di intendere la "pietas" cristiana, ciò creava spesso confusione nella proposizione di atteggiamenti e comportamenti estremamente diversi e spesso contradditori. Offrire ricovero agli orfani abbandonati; elargire cibo e vestiti ai poveri, ma sopra tutto provvedere all'assistenza dei malati costituivano invidiabili opportunità, nella proiezione operativa della comune voglia di riscatto.
   "Fra le virtù che professar deve ogni Fedele, perché rendasi più conforme al suo Divino Maestro, niuna è maggiore della carità verso i bisognosi" e l'uomo malato.
   Esso rappresenta la figura del Cristo, tramandata da Matteo nel vangelo: "ero malato e mi avete visitato e ciò che avete fatto per uno di questi infelici, lo avete fatto a me".
   Ma come l'opera di assistenza ai sofferenti costituiva un mezzo particolarmente efficace per il raggiungimento della grazia di Dio, così la malattia e la sofferenza assumevano un significato analogo per l'uomo che ne era colpito perché ad esse, alla maniera in cui le stesse venivano subite, nel sacrificio vissuto con gioia, era insita la salvezza dell'anima.
   Anche per il francescanesimo comunque la sofferenza della carne costituiva una opportunità irripetibile per il conseguimento della salvezza eterna: in questo caso però alleviare i dolori di "frate corpo" costituiva un atto d'amore dovuto, così come amore era dovuto a tutte le cose create da Dio.
   I malati dovevano essere coscienti che ad essi era dovuta assistenza non tanto per sé stessi, ma per quello che rappresentavano; per onorare Dio che li aveva prescelti sottomettendoli a dure prove.
  Il malato doveva essere ricevuto e subito doveva confessarsi e mettersi in grazia di Dio, soltanto allora sarebbe stato ricoverato e gli sarebbe stato assegnato un giaciglio dove riposare e ricevere le cure; aveva comunque l'obbligo di comportarsi convenientemente, di non lamentarsi eccessivamente, di non infastidire i monaci.
   Può essere interessante qui ricordare un brano del "De eruditione praedicatorum" di Umberto da Romans, dalla lettura del quale emerge chiaramente lo spirito di questo tipo di solidarietà.
   Anche i sensi che consentono all'uomo di mettersi in contatto con il mondo esterno e con la natura, gli stessi sensi responsabili di indurre l'uomo al peccato, potevano purificarsi esercitando l'attività assistenziale.
   "Nell'assistere i poveri malati il tatto acquista meriti, quando con le mani si solleva, si depone l'infermo, lo si conduce al gabinetto, gli si dà il necessario, lo si scopre, lo si copre, lo si veste, lo si spoglia ecc. Così anche la vista, quando si compatiscono i miseri sotto i nostri occhi. Così l'udito, quando le loro parole d'impazienza e i gemiti notturni che interrompono il sonno vengono tollerati con pazienza. Anche il gusto, quando per assisterli si interrompe il pasto.
  Eppure, "i medici del Medioevo non meritano, in ogni caso, il discredito collettivo e le critiche senza appello che generalmente li colpiscono. Per la maggior parte mancavano di discernimento razionale, di spirito scientifico e di metodo di lavoro. Soffrivano soprattutto del fatto di essere stati istruiti esclusivamente e alla lettera dai libri mummificati di Ippocrate e di Galeno, di Avicenna e di Averroé. Non erano del tutto responsabili del loro immobilismo tecnico. La loro fatuità ingiustificata trova una scusante relativa nel nozionismo statico e verboso di cui erano nutriti, e la cui vacuità sfuggiva loro”. Come ricorda Winter, “essi erano comunque la testimonianza di una universalità che permetteva di fondere in uno stesso crogiolo le tre grandi correnti pervenute fino a loro: la sopravvivenza della sapienza greco-latina, la dottrina cristiana e l'apporto orientale. Il ritorno attraverso gli arabi, ai testi antichi, ebbe senza dubbio come primo effetto quello di consolidare un dogmatismo sterile. Ma in un secondo tempo risvegliò la curiosità dell'umanesimo intellettuale e preparò la strada al Rinascimento. Fino ad allora, la scienza medica, come noi la concepiamo rimase troppo primitiva, troppo rudimentale e troppo parziale perché la sua cronaca potesse diventare storia... Il Rinascimento aprirà un'epoca nuova che si prolungherà fino all'inizio del XIX secolo. Pur rimanendo sotto molti aspetti assai arcaica, la medicina entra con esso in un periodo di trasformazione fecondo che la condurrà infine alla maturità".
   In conclusione, la figura del medico si trova in una posizione quanto mai difficile, risultando al centro di un triangolo i vertici del quale sono rappresentati: da un bagaglio culturale insufficiente, dalla necessità di dare risposte esaurienti ed efficaci, dall' obbligo di ricorrere esclusivamente a metodi di cura ortodossi.
   Condizione estremamente scomoda per personaggi di levatura intellettuale spesso notevole, abbastanza coscienti delle carenze e delle difficoltà nell'ambito delle quali erano costretti ad operare. Una conferma di tutto questo può essere rappresentata dall'atteggiamento di grande cautela assunto dai medici più prestigiosi e descritto così bene da Curzio Sprengel nella sua Storia Prammatica della Medicina, "quanto s'astenevano dalle operazioni più rilevanti i chirurghi assennati ed eruditi, altrettanto se ne occupavano gl'idioti e i cerretani; di che abbondano gli esempj. I medici e i chirurghi più famosi d'Italia, p.e. un Gio. de Vigo, un Giambattista Selvatico ed altri, commettevano le operazioni maggiori, come sono la trapanazione, la estrazione della cateratta e simili, a' ciarlatani vagabondi..." Ed ancora "Giovanni Langio fece i suoi studj in Italia, e benchè frequentasse le lezioni di Giovanni de Vigo, non vide però giammai un trapano presso questo celebre chirurgo." Tutto ciò anche se poi nella "Practica in Arte Chirurgica Compendiosa" dello stesso de Vigo sono riportate le direttive più precise sulle indicazioni e sui tempi della trapanazione del cranio.
   Accanto a tutto questo non va trascurata l'influenza esercitata sulla medicina occidentale dalle dottrine provenienti dal mediooriente.
  Sempre lo Sprengel, scrive: "Io son d'avviso, che le conseguenze delle crociate relativamente alla coltura delle scienze, in particolare della medicina, si riducano alle seguenti. Il sistema feudale fu in sul crollo della belancia: il popolo scosse il giogo della sua schiavitù, divenne terribile al clero e a' cavalieri, e i vantaggi del commercio accesero vié meglio la gara universale. Ad uno schiavo bastava il divisamento d'arruolarsi fra' crociati per sottrarsi al dominio del suo barone, e per entrar poi con notabili privilegj sotto la giurisdizione del papa. La libertà civile de' crociati andò aumentandosi e con essa infervorì eziandio lo studio di tutte le scienze utili. Cominciarono allora a trovarsi più medici fuori, che dentro i chiostri".
   Lo stesso Sprengel però sottolinea come dal contatto venutosi a determinare tra mondo occidentale e mondo islamico ed orientale, ricevette grande impulso anche l'astrologia, per gli intimi rapporti che legava, nei paesi orientali, questa disciplina con la medicina.
  Così, il termine "astrologia" indicava, usualmente, un vasto patrimonio di dottrine, ereditate dalle antiche culture che in questi territori si erano sviluppate, come l'alchimia e la qabbala.
  Non è possibile evitare un riferimento a tutti questi fenomeni per l’enorme rilevanza che essi assumeranno nella formazione successiva di numerosi filosofi e medici, in grado di esercitare un ruolo fondamentale nella trasformazione della medicina classica.
  Per tutti valga l'esempio di Paracelso filosofo, medico e alchimista del XVI secolo, personalità molto discussa e controversa, amico di Erasmo da Rotterdam, anche suo paziente, che in più di una occasione ne assunse la difesa. Senza voler entrare nel merito di un giudizio sulle sue opere, sulla sua attività, sulle sue manifestazioni 
umane e professionali, è possibile riconoscere, in sintonia con la storiografia corrente, il suo fondamentale ruolo di riformatore della medicina.
  I contatti con l'oriente hanno anche altri risvolti, "Crebbero pure in numero gli spedali, parte per imitare in ciò l'oriente che abbondava di questi stabilimenti, in parte perché li rendea sempre più indispensabili" la lebbra; infatti, aveva raggiunto e si era diffusa anche in occidente.
   Ormai l'insegnamento e la formazione del medico sono divenute prerogative delle Università, sorte e diffuse in tutta Europa: in esse si racchiude tutto il sapere e si formano i giovani.
  Poco però è mutato nel patrimonio di conoscenze che il medico ha delle malattie; ciò porta anche a vivere con un distacco maggiore il rapporto esistente tra malato e medico; per quest'ultimo, d'altra parte, non esistono molte alternative, e probabilmente il ritorno della propria attività professionale è costituito da un grande senso di frustrazione ed insoddisfazione.
  Per questo motivo si cominciano a cercare nuove strade e nuove sfide: la via fino ad ora percorsa non mostra più valide prospettive.
  Le idee che abbiamo visto sorgere allo stato embrionale nel tardo medioevo sono ormai divenute adulte. E' ormai giunto il momento di collocare le problematiche fin qui articolate nella nuova aura rinascimentale. Un nuovo mondo, affascinante nella sua variegata complessità, che si sforza di dare le tanto attese risposte ai ponderosi interrogativi emergenti dalle nuove esigenze intellettuali. Il disegno antropocentrico non può prescindere dall'interesse per il pensiero platonico e per il neoplatonismo, in netto contrasto con l'aristotelismo imperante. Il ricorso all'ermetismo, alla magia, alle arti occulte va inteso come un percorso inevitabile per spiegare i tanti fenomeni che non si è nelle condizioni di interpretare.
  Nel nuovo rapporto che si viene così a configurare tra l'uomo e la realtà che lo circonda, il primo appare piuttosto disarmato per riuscire a discernere ed interpretare le manifestazioni della natura. E d'altra parte non può essere diversamente, in quanto il mondo è l'immagine di Dio, e l'uomo è l'immagine del mondo. Macrocosmo e microcosmo: nel "De motu cordis" di W.  Harvey il cuore viene descritto come il sole del microcosmo. L'aura magico occultistica pervade le opere dei maggiori rappresentanti del nuovo pensiero da Marsilio Ficino, a Pietro Pomponazzi, da Gerolamo Cardano, a Giordano Bruno, a Tommaso Campanella. In Europa Cornelio Agrippa di Nattesheim si adopera per la creazione di una società in grado di modificare la cultura sulla base dell'insegnamento ermetico e dell'occultismo; mentre Paracelso pone le basi della medicina chimica. L'alchimia è la scienza chiave, l'unica in grado di penetrare la magia naturale: i segreti di questa scienza sono riservati a pochi privilegiati; il mago si identifica con il sacerdote della natura.
  Su queste premesse si fonda la dottrina naturalistica.
  Intanto nasce la ricerca anatomica, nell'ambito della quale le Scuole italiane svolgono un ponderoso e pregevole lavoro: le scoperte si moltiplicano, le descrizioni
dei segmenti anatomici e degli organi ed apparati si succedono.
 Ad Andrea Vesalio va il merito di aver, per primo, criticato l'immagine coeva del medico ed il suo rapporto con la sfera fattuale, denunziando che la degenerazione della medicina va ricercata innanzi tutto nel disprezzo per l'opera delle mani. I medici si limitano a pomposi ragionamenti spesso incomprensibili ed alla prescrizione di rimedi e diete, delegando gli interventi ai chirurghi che considerano appena come degli esecutori ignoranti.
  Da Padova il Vesalio riforma la pratica e l'insegnamento dell’anatomia e pubblica il "De humani corporis fabrica…": il suo operato sarà seguito in Italia ed in Europa.
  L'uomo possiede la ragione, l'intelligenza; è un essere razionale: egli si trova dinanzi ad una realtà esistente, res extensa, della quale riesce a conoscere soltanto una parte, res cogitata. La percezione del mondo esterno è fallace, se non suffragata e confermata dal ragionamento. Il razionalismo di Cartesio (1596-1650), medico e fisiologo, oltreché filosofo, esita nell’interpretazione meccanica della macchina che costituisce l'organismo vivente. L'uomo è una macchina, anche se in grado di pensare e di parlare. La concezione meccanica del corpo umano ben si presta all’interpretazione di molti eventi fisiologici ed in particolare allo studio del movimento muscolare, tema fondamentale del "De motu animalium" di Giovanni Alfonso Borelli.
  Anche Francesco Bacone assume una posizione fortemente critica nei confronti dell'insegnamento universitario, vincolato alle dottrine dogmatiche e restio ad accettare le nuove istanze culturali. Alla base di tali critiche non mancano motivazioni politiche: le porte dell'insegnamento accademico restano chiuse alle nuove dottrine ed alle invenzioni, ma anche agli uomini nuovi; mentre è sentito il bisogno di ampliare la cerchia dei destinatari e dei depositari del sapere e dell'insegnamento; di modificare il linguaggio scientifico trasformandolo in forme di diffusa comprensione; di promuovere la ricerca sperimentale attraverso lo studio e l'osservazione della natura.
  Bacone nei suoi scritti definisce le teorie magico-ermetiche ed alchimistiche come un coacervo di superstizioni e credenze sterili, tanto lontane dalla scienza quanto i miti dalla storia. Il nuovo sapere ha bisogno della osservazione scientifica ed a tal fine bisogna organizzarsi creando biblioteche e laboratori di ricerca; quest'ultima deve essere condotta attraverso l'accertamento dei fenomeni, privilegiando il confronto tra le esperienze. Tuttavia lo stesso Bacone non riesce ad esimersi dall'accettare alcune tesi del pensiero magico-alchemico per spiegare fatti altrimenti incomprensibili. Come sempre accade nelle grandi svolte epocali, s'è formata una variegata commistione di dottrine e di pensiero in cui i nuovi propositi a volte non riescono a scuotersi di dosso le vecchie abitudini: William Gilbert, ad esempio, interpreta l'attrazione elettrica come determinata da effluvi materiali; mentre la forza magnetica risulta di natura spirituale perché il fenomeno dell'attrazione non viene impedito dalla interposizione di corpi materiali.
  Intanto i progressi nello studio della matematica e della fisica, insieme con le esigenze belliche e militari, metallurgiche e commerciali, portano alla invenzione di macchine destinate a sostituire l'uomo, perché risultano capaci di dare di più. Leonardo da Vinci rappresenta la massima espressione del nuovo pensiero scientifico e dell'uomo nuovo che sa unire la teoria alla pratica, che non esita ad applicarsi personalmente alle costruzioni manuali. Sarà un altro medico e scienziato italiano, Galileo Galilei, a determinare i confini della ricerca sperimentale riportandola nell'ambito del metodo matematico, dov’è fondamentale l'identificazione delle leggi che regolano i fenomeni: l'osservazione del fenomeno naturale costituisce allora il primo momento del metodo sperimentale ed è necessaria per la scoperta della legge naturale che lo regola; seguendo la stessa legge sarà possibile riprodurre il fenomeno.
  A questo punto la cultura ha lasciato le università e si è spostata nelle Accademie, uniche sedi del libero pensiero, della libera ricerca, del libero confronto. Nuovo impulso viene impresso nella messa a punto di strumenti destinati ad analizzare i fenomeni del corpo umano, ad agevolare alcune funzioni naturali, ad esplorare piccole strutture ed organismi limitati. Si tende sempre più a delimitare il carattere oggettivo della conoscenza.
 Tutti questi progressi contribuiscono ad arricchire il bagaglio di conoscenze in ambito medico, anche se continuano a restare oscuri i processi fisiologici fondamentali; come sconosciuti restano, malgrado gli sforzi ed i tentativi compiuti, i meccanismi di insorgenza e di evoluzione delle malattie.
  Tentativi che finiscono con il portare all’esasperazione i vari sistemi scientifici proposti, miranti alla interpretazione in chiave chimica, meccanica, matematica dei fenomeni indagati.
  Nella seconda metà del '700, a dispetto dell'opera di G.  B. Morgagni, che riesce ad individuare i rapporti tra sintomi delle malattie e lesioni organiche, creando l'anatomia patologica, non sono pochi i medici che si ribellano alle varie dottrine imperanti: jatrochimica, jatrofisica, naturalistica, sostenendo il ritorno agli insegnamenti di Ippocrate.
  A queste posizioni, per altro assai diffuse, si contrappone l'atteggiamento di quanti preferiscono continuare a seguire correttamente il metodo scientifico. Essi sono perfettamente coscienti del lungo cammino che li attende e della necessità di tempi lunghi; le loro scelte sono molto impegnative e risultano gravate dal giudizio sulla "esattezza" o "inesattezza" della loro "arte" in base agli effetti indotti dall'opera svolta.
  Ciò li porta ad un’ulteriore ridefinizione del rapporto tra malato e medico, che si fonda ora sulla fiducia e sulla dimensione umana dell'intervento sanitario.
 Così, nel precario equilibrio che si instaura tra molte certezze ormai diffusamente esistenti in ambito morfologico ed innumerevoli interrogativi che ancora costellano la sfera fenomenologica, trovano modo di inserirsi nuove proposte dottrinarie: dal solidismo di F. Hoffman all'animismo di G. E. Stahl, dalla teoria dell'eccitabilità di J. Brown al vitalismo della Scuola di Montpellier.
  Ci si potrebbe diffondere a lungo sul proselitismo di queste dottrine, sugli sterili dibattiti e sulle diatribe che seguirono tali proposte; val la pena di ricordare, ad esempio, come il rifiuto della dottrina e della teoria dei contrari portò alla nascita ad opera di C. Haanemann, dell'omeopatia; e come poté trovare il modo di affermarsi il mesmerismo, da A. Mesmer, ipnotizzatore e medico ciarlatano.
  Bisognerà attendere il XIX secolo perché si avvii il processo ormai inarrestabile, iniziato con le scoperte di Wirchow, che porta finalmente chiare risposte ai diversi problemi della fenomenologia normale e patologica: la microbiologia continua il suo cammino, nasce l'immunologia, viene messa a punto la semeiologia, la medicina e la chirurgia progrediscono a grandi passi.
  In questo periodo nasce una nuova figura di medico che opera le sue scelte nel contesto della sua scienza e di un grande senso di solidarietà che lo avvicina al malato ed alla sua dimensione sociale, alle sue attese ed alle sue delusioni. Una ricca letteratura sorge ed insiste su questi temi, dimostrando l'interesse diffuso della società per le problematiche mediche ed assistenziali che però vengono osservate da lontano, come patrimonio esclusivo del medico, il cui operato trascende le dimensioni delle comuni professionalità per divenire azione di elevato livello culturale ed umano, nell'ambito della quale l'inesattezza o l'insuccesso assumono quasi un carattere di fatalità determinata dall' impossibilità di agire diversamente. L'abnegazione del medico ed il suo interesse per gli aspetti non solo sanitari del malato, ma anche per le sue vicende umane, divengono caratteri esemplificativi di un insegnamento polivalente, al quale a volte si contrappone, da parte della società, la cosciente convinzione della propria inadeguatezza di giudizio. L'intervento del medico costituisce il mezzo più adeguato perché il progresso della scienza giunga fino all'uomo, anche se le scelte operate continuano ad essere decise spesso sulla base di un'esperienza non sempre suffragata da basi scientifiche solide.   Estremamente più ricca e complessa si presenta l'evoluzione della medicina nel secolo attuale e non è possibile esaminarne in dettaglio i diversi momenti di crescita, numerosissimi e tutti di grande rilievo.
 Sul piano squisitamente scientifico i progressi della virologia, dell’immunologia, della genetica, consentono di guardare con speranza anche le immense problematiche irrisolte, correlate con quelle patologie che ancora oggi costituiscono un grave peso per l'uomo e per la società.
  Nello stesso tempo però, e proprio in rapporto con le acquisizioni raggiunte, si pongono problematiche etiche e sociali di grande rilievo. Le prime, correlate con le possibilità offerte da metodiche assai sofisticate, come quelle dell'ingegneria genetica e della fecondazione artificiale. Le seconde, in relazione con le nuove esigenze umane e sociali, che mirano ad assicurare al malato una qualità della vita accettabile. Problema questo non sempre di agevole soluzione, anche per l'impegno economico che ciò comporta, in una società nella quale l'età media cresce sempre di più.
   Questi non sono problemi da poco, e si presentano ormai in tutta la loro complessità, proprio alle soglie del nuovo millennio. 
   Oggi si parla con convinzione e viene a più voci richiesto il ricorso all'eutanasia, quando risulta ormai impossibile garantire ai malati condizioni di vita accettabili e nella progressione di patologie incurabili. 
   Ancora oggi ci si pone, e ben a ragione, il problema d’identificare la correttezza dei limiti dell'intervento medico, proprio per non cadere nell'eccesso di terapie ingiustificate, fatto questo che configura la condizione di accanimento terapeutico. 
   L'operato del medico nei confronti del malato, anche se apparentemente improntato ad un rapporto personale e di fiducia, non si può considerare esente dall'influenza di una, a volte esasperata, opera di diffusione di notizie scientifiche o pseudo tali da parte dei media. L'informazione scientifica corretta deve essere perseguita, essa costituisce un momento indispensabile di comunicazione del mondo della cultura con la società, ed è indispensabile perché dalle diffuse certezze che determina deriva il sostegno e l'incoraggiamento necessari per il progresso della ricerca. 
   Non v'è dubbio però che bisogna evitare facili illusioni e grossolani equivoci: i primi derivanti da errate interpretazioni delle nuove acquisizioni, i secondi legati alle difficoltà del linguaggio adottato.
   Queste osservazioni non possono prescindere da un'ultima considerazione; accanto alle problematiche strettamente scientifiche della ricerca, emergono, come si è visto, temi di discussione che coinvolgono la morale dell'uomo: tanto quella religiosa, quanto quella laica. 
   Ciò perché le esigenze della società attuale evolvono vertiginosamente dietro spinte non sempre disinteressate. Il ricercatore deve allora sentire il bisogno di valutare la propria azione nel contesto socio-culturale in cui opera, senza perdere di vista gli obiettivi da raggiungere, che debbono proporsi il progresso di tutta la società e non soltanto di alcuni settori di essa, peggio ancora sarebbe che costituissero motivo di danno per altri. 
   Al centro dei grandi temi fin qui appena accennati deve stare l'uomo medico, con tutto il suo bagaglio di spiritualità, di razionalità, di cultura, di esperienza: è suo compito precipuo determinare preventivamente le vie da percorrere e gli obiettivi da raggiungere tenendo presente il bisogno della società nella quale si trova inserito; operando nell' ambito dei confini risultanti dal patrimonio etico collettivo. La individuazione di chiare linee di azione risulta quanto mai difficile: bisogna riuscire ad affrancarsi dalle molteplici sollecitazioni che fanno leva sulle debolezze dell'uomo e dai vincoli posti dai rigidi atteggiamenti religiosi. 
   A distanza di un millennio, il pensiero di Abelardo di Le Pallet, ritorna ad essere quanto mai attuale: bisogna separare nettamente fede e scienza, in modo da poter considerare i problemi nella loro vera proposizione e nella loro vera luce. L'intelletto deve rifiutarsi di attaccare e distruggere i misteri della fede che, proprio in quanto tali, non possono essere spiegati razionalmente; da parte sua la fede non deve condizionare i progressi della ragione.
 

    

 

  

 

 

 

 

 

 


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