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PROFESSORE GIUSEPPE DI GESU'

SITO DEDICATO ALLE SCIENZE CHIRURGICHE
Chirurgia Generale - Fisiopatologia Chirurgica
Storia della Medicina 

PATOLOGIA ERNIARIA

RICERCHE ORIGINALI E RISCONTRI FISIOPATOLOGICI
EVIDENZIATI PER LA PRIMA VOLTA
CON I DATI DI RIFERIMENTO DELLA LORO PUBBLICAZIONE
 

 

  BASI FISIOPATOLOGICHE DEGLI INTERVENTI DI ERNIORRAFIA
Ricerca sperimentale di un modello fisico-matematico per lo studio della patogenesi delle ernie 
Giuseppe Di Gesù* 

Premesse.

   L'ernia inguinale rappresenta una patologia largamente diffusa che da sempre ha costituito argomento di grande interesse in ambito chirurgico. Tradizionalmente si è assistito alla formulazione di diverse teorie dirette a spiegarne i meccanismi ed i tempi di formazione; ma a tutt'oggi è possibile affermare che non esistono interpretazioni univoche sulla patogenesi e fisiopatologia dell'ernia inguinale. Ciò dipende principalmente dalle difficoltà, obiettivamente esistenti, di proporre uno studio completo e corretto delle innumerevoli variabili che necessariamente dovrebbero essere prese in considerazione a tal fine. 
   Di fatto, da sempre, la responsabilità della formazione dell'ernia inguinale è stata attribuita all'esistenza di aree di minore resistenza in corrispondenza delle regioni addominali declivi, laddove sono situate le fossette inguinali, ed il rivestimento parietale è costituito esclusivamente dal peritoneo e dalla “fascia transversalis”. A questa condizione anatomica comune è stato correlato il concetto di sforzo, inteso come aumento dei valori pressori normalmente vigenti in addome: lo squilibrio tra pressione endoaddominale e resistenza delle strutture parietali comporterebbe la formazione dell'ernia. 
   Questa interpretazione, ancora oggi diffusamente accreditata, appare però molto semplicistica e non tiene conto di molti altri aspetti fisiopatologici che, invece, risultano fondamentali per una corretta individuazione dei meccanismi responsabili del fenomeno dell'erniazione. 
   Infatti non riesce a spiegare le motivazioni per cui si manifesta soltanto in alcuni soggetti, dal momento che la configurazione anatomica della regione è costante; né, come elemento discriminante, appare sostenibile l'ipotesi che gli sforzi abnormi siano prerogativa esclusiva dei pazienti che vanno incontro alla formazione dell'ernia. 
   Comunque, a prescindere da questa considerazione, esistono diversi altri interrogativi ai quali è doveroso dare una risposta. Ed in primo luogo perché il sesso maschile viene colpito con una frequenza quasi 10 volte maggiore rispetto al sesso femminile, pur presentando quest'ultimo una struttura della parete addominale sicuramente meno resistente, tenendo conto anche delle variazioni pressorie endoaddominali che si verificano in corso di gravidanza. 
   Ed ancora, tra i diversi tipi di ernia inguinale, la obliqua esterna è molto più frequente della diretta e della obliqua interna, anche se proprio l'area della fossetta media presenta una minore consistenza strutturale. 
   Inoltre, in questo modo riuscirebbe difficile spiegare le ernie che si formano negli atleti ed in genere in tutti quei soggetti che per motivi diversi presentano pareti addominali particolarmente resistenti. 
   Alla luce di queste premesse, risulta chiara l’inadeguatezza delle teorie fin qui formulate e sulle quali si fondano le proposte chirurgiche correntemente adottate. 
   Appare opportuno quindi procedere ad una revisione dei fenomeni fisiopatologici responsabili della contrazione addominale, utilizzando anche, ove possibile, le opportunità offerte dalle nuove metodiche di studio esistenti.
Impostazione del problema.

   Dovendo ora prendere in considerazione i fenomeni contrattili della parete addominale, risulta indispensabile introdurre alcuni concetti. Le pareti addominali presentano differente consistenza: la posteriore può essere considerata del tutto rigida, a differenza di quella anteriore e delle laterali, che risultano mobili, anche se a struttura muscolare diversa.  
   Anche il tetto della cavità addominale, corrispondente alla cupola diaframmatica, ha struttura muscolo-aponevrotica, a differenza della base, dove soltanto la faccia anteriore è costituita da muscoli, mentre il restante ambito risulta costituito da segmenti scheletrici. 
   Infine, in corrispondenza delle fossette inguinali, le componenti strutturali sono rappresentate, oltre che dai tessuti di rivestimento, soltanto da peritoneo e fascia trasversale rinforzata, in piccole zone, da alcuni ligamenti membranosi. 
   Qualsiasi aumento della pressione endoaddominale è determinato da una contrazione delle pareti muscolari volta a svolgere un lavoro: questo risulta proporzionale alla forza espressa dal muscolo ed allo spostamento operato dei visceri addominali che si scarica sulle pareti. La quantificazione di questo lavoro, espresso nell’unità di tempo, consente di valutare la potenza realizzata. 
   Tale potenza, esercitata sulle superfici di resistenza che sono rappresentate dalle stesse pareti muscolari, sta all'origine di una azione di stress. Questa ovviamente si scarica su superfici a resistenza differenziata, sollecitando una risposta che dipende dal coefficiente di elasticità del mezzo: per un'azione di stress inferiore alla soglia di elasticità caratteristica dell'area interessata, si avrà modo di osservare la comparsa di una deformazione temporanea della stessa, con ricostituzione dell'assetto primitivo alla fine della sollecitazione. Quando l'azione di stress è tale da superare la soglia di elasticità, si osserverà la comparsa di una deformazione permanente della superficie sulla quale si è scaricata la potenza.

Materiali e metodi. 
   La cavità addominale può essere paragonata, in un semplice modello teorico, ad un corpo solido composito costituito, nella parte centrale, da un cilindro a sezione ellittica. Questo risulta sovrastato da una calotta, anch’essa di sezione ellittica, corrispondente al diaframma, ed insiste su di un tronco di cono capovolto. La parete posteriore è assunta, per convenzione, come indeformabile; le pareti laterali del segmento inferiore sono sede delle aree di minore resistenza, dalle quali prendono origine le ernie inguinali. Molto meno resistente risulta la fossetta esterna, corrispondente all’anello inguinale esterno, in quanto costituita soltanto dal rivestimento peritoneale; la fossetta media è rinforzata dalla presenza della fascia transversalis; ancora più resistente risulta la fossetta inguinale interna, rinforzata da altri ligamenti (fig. 1).  
   La responsabilità della formazione dell’ernia va individuata nel concorso di due fattori: l’azione delle forze originate dalla contrazione del diaframma e dei muscoli della parete addominale, finalizzata alla produzione di un lavoro che, calcolato in rapporto con l’unità di tempo – minuto secondo -, esprime la potenzadell’insieme di forze originatesi all’interno della cavità addominale che si scaricano sulle zone di minore resistenza esercitando un’azione di stress.  
   Lo spostamento delle forze che hanno origine dall’abnorme contrazione muscolare può essere analizzato seguendo il movimento dei vettori di forza che ne sono responsabili, ed è regolato da leggi fisiche; la particolare geometria addominale, così come descritta, consente l’identificazione teorica dell’azione di forza che si esercita sulle strutture parietali delle fossette inguinali (ciò ovviamente vale anche per tutte le aree delle pareti mobili) che, superata la soglia di elasticità, si deformano, dando origine ad uno slargamento, fovea. Anche questa modificazione della geometria parietale può essere assunta come ulteriore momento favorente il determinismo dell’ernia, in quanto in tale sede avviene la concentrazione dei vettori; da questo momento, le ulteriori contrazioni muscolari addominali, anche le più modeste, possono indurre altre progressive deformazioni, responsabili dell’accrescimento dell’ernia (fig. 2).  
   Poiché una’analisi fisico-matematica dei fenomeni fin’ora esposti comporterebbe la gestione di un assai vasto numero di parametri, è da escluderne nella pratica, una descrizione rigorosa. 
   Per tale motivo si è preferito ricorrere alla presentazione di un modello elementare di addome che riesca a descrivere e a simulare il prodursi dell’ernia, assumendo come parametri fondamentali: la pressione normalmente vigente nel cavo addominale, uniformemente distribuita sulla parete peritoneale, e le costanti strutturali, attribuibili alla parete stessa, tenuto conto dei differenti sostegni che i tessuti circostanti offrono alle diverse aree in cui si può immaginare di suddividere idealmente la parete addominale. 
   La discretizzazione del peritoneo in regioni di differenti costanti elastiche consente la rappresentazione grafica e la simulazione del processo di formazione delle fovee utilizzando un modello ad elementi finiti, implementabile al computer. 
   Dal momento che qualsiasi sollecitazione pressoria endoaddominale, che agisce anche sulla parete posteriore, non è in grado di produrre sensibili deformazioni della stessa, tenuto conto dell’apprezzabile simmetria dei due emi-addomi definiti dal piano sagittale ideale, ci si limiterà a descrivere il prodursi della deformazione soltanto per uno di essi. Ciò sarà fatto nell’ipotesi semplificativa che la fascia mediana anteriore, passante per l’ombelico, venga considerata come un contorno rigido. Ovviamente, in questa ipotesi, vengono trascurate le ernie ombelicali, che non sono prese in esame in questo modello. Naturalmente, nella realtà, i contorni dello spicchio di parete addominale, corrispondente ad 1/4 di quella totale, e qui supposti fissi, sotto l’azione delle sollecitazioni pressorie, subiscono delle deformazioni che, pur sufficienti a produrre tutte le altre tipologie erniarie, risultano praticamente trascurabili. Ciò, da un lato, giustifica il modello assunto; dall’altro, ne indica i limiti e la validità (fig. 3). 
   Convenzionalmente, si considera la componente muscolare della parete addominale come una membrana approssimativamente omogenea, di spessore variabile, che mediamente può essere valutato intorno agli 8 mm.; inoltre, tenuto conto che la parete muscolare antero-laterale risulta ancorata quella posteriore con legami a diverse costanti di elasticità, alle diverse aree saranno attribuite costanti strutturali proporzionali a quelle dei sostegni corrispondenti. In effetti, gli elementi in cui si supporrà di decomporre la cavità addominale si differenzieranno, l’uno dall’altro, proprio per le costanti di struttura loro assegnate. Il modello di simulazione inoltre subirà un adattamento in modo tale che, ove risultino possibili deformazioni consistenti di determinate zone, esse intervengano una per volta, escludendo così ogni eventualità di deformazioni simultanee. Ciò può anche dare conto della rilevanza di una plausibile concentrazione di stress nella zona in esame, al fine del prodursi di intrusioni del peritoneo in tragitti elettivi, senza avere la necessità di descrivere le praticamente infinite configurazioni geometriche potenzialmente assumibili dal peritoneo e le conseguenti diverse sensibilità allo stress dei diversi punti della parete. In altri termini, la scelta di un modello tale da consentire la consistente deformazione solo in un sito equivale, attendibilmente, a simulare una concentrazione di stress esattamente nel sito in questione: ciò è quello che realisticamente si può ritenere essere una delle cause principali del processo di formazione di un’ernia. 

*          *          *   

   Per descrivere in modo sufficientemente vicino alla realtà il problema in esame e per rappresentare in modo semplice le deformazioni della parete, in funzione delle diverse condizioni di carico cui essa viene sottoposta, è stato utilizzato un programma ad elementi finiti, quale “SAP”, l’applicazione del quale alla “Teoria dell’elasticità” fornisce soluzioni al problema del calcolo delle deformazioni o degli sforzi in un “continuo”. 
   Il Metodo degli Elementi Finiti affronta il problema del “continuo elastico” da un punto di vista generale; il continuo viene suddiviso in parti di dimensioni finite, i cosiddetti elementi, entro ciascuna delle quali vengono definite le funzioni caratteristiche espresse in termini degli spostamenti di un certo numero di punti sul contorno di ciascun elemento, detti nodi. La corrispondenza tra il campo di spostamenti e di sforzi all’interno di ogni elemento è dato dal legame costitutivo del materiale(ad esempio moduli di Young e di Poisson, coefficiente di elasticità, etc…); la condizione di congruenza si esprime all’interno dell’elemento legando gli spostamenti dei nodi al campo di spostamento interno mediante le cosiddette funzioni di forma, e, fra elementi adiacenti, garantendo che gli spostamenti sul contorno comune, espressi come funzione degli spostamenti dei nodi siano uguali (condizione di compatibilità). La schematizzazione del continuo mediante questo metodo porta a sostituire ad un sistema di equazioni defferenziali alle derivate parziali un sistema di equazioni algebriche lineari, la soluzione delle quali dà gli spostamenti dei nodi. Chiaramente, dato il grande numero di operazioni matematiche connesse con la creazione del modello e la soluzione del sistema di equazioni risultante, l’applicazione pratica del Metodo ad Elementi Finiti è strettamente legata all’uso di un elaboratore elettronico.  
   Il grado di approssimazione ottenibile non è prefissato, come nella maggior parte dei metodi tradizionali, ma dipende dal grado di infittimento del reticolo dei nodi: si è dimostrato che, all’infittirsi del reticolo la soluzione ottenuta converge verso la soluzione teoretica (fig. 4).  
   La caratterizzazione del modello di studio preso in considerazione ha comportato la identificazione di alcuni parametri fondamentali, espressi in termini quantitativi, che sono riportati nelle diverse figure e nelle tabelle 1 e 2. 
   Essi sono: 
-i valori numerici indicanti le dimensioni reali del modello utilizzato, calcolati su medie;  
-i valori numerici dei coefficienti di elasticità individuati per le aree di studio considerate;  
-i valori numerici delle differenti pressioni esercitate sulla superficie interna del modello considerato, progressivamente crescenti;  
-i valori numerici delle deformazioni determinate, nelle tre direzioni spaziali, dalle differenti pressioni esercitate in corrispondenza delle fossette considerate; 
-i valori numerici degli spostamenti dei nodi centrali, nelle tre direzioni spaziali, ai differenti valori delle pressioni considerate. 
   Nel modello così descritto, la simulazione del fenomeno di formazione dell’ernia ha previsto l’esame del comportamento delle singole aree di minore resistenza, studiate una per volta, alle variazioni di pressioni crescenti, indotte sperimentalmente.  
   Le pressioni utilizzate a tal fine sono state le seguenti: P1=0.003; P2=0.05, P3=0.07 atmosfere.  
   I valori indicanti gli spostamenti nelle tre direzioni spaziali dei nodi centrali relativi agli elementi finiti compresi nelle aree studiate, ai valori crescenti della pressione: P1, P2, P3, sono riportati nella tab. 1; quelli invece relativi alle deformazioni osservate in corrispondenza delle stesse aree, sono riportate nella tab.2.  
   Per ulteriori dettagli sulla metodologia adottata si rimanda a quanto descritto altrove, in precedenza.

Risultati.     
 
  In rapporto con il particolare carattere della metodologia di studio adottata, i risultati ottenuti nel corso dell’esperienza descritta si prestano in modo privilegiato ed interessante ad una presentazione grafica che riesce ad evidenziare chiaramente , l’insieme dei fenomeni studiati. Le modificazioni indotte sul modello elementare di addome adottato, secondarie al protocollo sperimentale seguito, si manifestano fondamentalmente in tre ordini di fenomeni chiaramente definiti: 
   1-dimostrazione qualitativa delle modificazioni della geometria di determinate regioni addominali intervenute successivamente ad un’azione di stress; 
   2-valutazione quantitativa degli stessi fenomeni mediante raffronto dei valori numerici esprimenti l’entità della deformazione geometrica del modello e la misura degli spostamenti dei nodi centrali degli elementi considerati, alle differenti sollecitazioni pressorie; 
   3-studio del comportamento delle aree considerate, corrispondenti alle tre fossette inguinali, in risposta a sollecitazioni pressorie della medesima entità, attraverso un confronto effettuato tra i parametri quantitativi già descritti. 
   Le figg. 5, 6, 7 riproducono l’immagine del modello di parete addominale in studio dal versante viscerale: in esse sono evidenti le aree di maggior concentrazione dello stress responsabile delle deformazioni osservabili in corrispondenza delle tre fossette inguinali. I valori numerici, espressione quantitativa degli stessi fenomeni, sono riportati nel grafico, l’analisi di essi dimostra chiaramente le differenze comportamentali delle tre diverse aree considerate. 
   Le figg. 8, 9, 10 riproducono l’immagine del modello di parete addominale in studio dal versante esterno: in esse sono evidenti le aree di deformazione geometrica, osservabili in corrispondenza delle tre fossette inguinali, determinate da sollecitazioni pressorie di eguale entità. Le modificazioni indotte da questo fenomeno sono diversificate, nelle tre diverse aree, sia qualitativamente che quantitativamente, come si evince chiaramente dall’analisi dei valori relativi agli spostamenti dei nodi interessati, riportati a fianco. 
   I valori della misura degli spostamenti dei nodi centrali, nelle tre direzioni spaziali, alle differenti pressioni, in corrispondenza delle tre fossette inguinali, sono riportati nella tab. 1; i valori delle deformazioni calcolate a livello delle tre fossette inguinali, alle diverse pressioni, sono riportati nella tab. 2. 
   L’analisi dei parametri quantitativi ottenuti nel corso di questo studio dimostrano comunque un comportamento notevolmente differente delle tre aree studiate a sollecitazioni di eguale intensità: fenomeno questo di interesse assai rilevante perché conferma l’importanza delle geometrie studiate, in risposta alle sollecitazioni pressorie.  

Considerazioni e conclusioni. 

   I risultati ottenuti nel corso dell’esperienza descritta si prestano ad alcune considerazioni e costituiscono un valido fondamento per l’ulteriore impostazione della metodologia di approccio chirurgico nella cura dell’ernia inguinale. 
   Innanzi tutto risulta evidente che senza il ricorso all’informatica non si può proporre una corretta indagine indirizzata allo studio della fisiopatologia dell’ernia inguinale, data l’obiettiva impossibilità di identificare e di gestire la praticamente infinita quantità di parametri e variabili da elaborare. 
   In letteratura si riscontrano pregevoli rassegne sull’argomento (6), che però, proprio per tali motivi, non riescono ad affrontare in modo originale ed esaustivo le problematiche fisiopatologiche correlate con la patogenesi, la fisiopatologia e la terapia chirurgica dell’ernia inguinale. Aspetti interessanti non soltanto dal punto di vista chirurgico, ma anche medico legale. 
   In questa sede comunque saranno presi in considerazione soltanto alcuni degli elementi trovato, quelli utili ad individuare i principi più adeguati di terapia chirurgica. 
   Il modello di addome immaginato, costruito ed utilizzato ai fini della presente esperienza si è dimostrato affidabile e proficuamente utilizzabile nello studio della fisiopatologia dell’ernia a livello di sedi, anche diverse da quella inguinale. Ha inoltre consentito tutta una serie di nuove acquisizioni. 
   Va sottolineata, innanzi tutto, l’importanza della geometria parietale addominale, fatto questo assolutamente innovativo, ma che riesce a dimostrare chiaramente come le sollecitazioni pressorie, in presenza di inestensibilità o di ridotta estensibilità della parete addominale contratta, si trasmettono verso il basso subendo una concentrazione quando si trasferiscono dal cavo addominale verso il bacino. 
   I vettori di queste forze si impegnano su tutta la superficie estensibile provocando azioni di stress che, fino a quando non superano il coefficiente di elasticità della parete, non sono in grado di determinare particolari modificazioni strutturali di essa. Il superamento del coefficiente di elasticità è responsabile invece di deformazioni della parete con comparsa di fovea permanente; questa si comporterà come area di ulteriore concentrazione dei vettori di forza per cui, da quel momento in poi, anche sollecitazioni pressorie di modesta entità saranno in grado di determinare ulteriore deformazione e progressivo accrescimento dell’ernia (fig. 2). 
   In corrispondenza del canale inguinale esistono tre aree di debolezza, le fossette inguinali, a livello delle quali è possibile studiare tutti questi fenomeni. Esse, come dimostrato dai risultati ottenuti, sottoposte all’azione di stress da parte di forze intra addominali, si comportano in maniera diversa. A seconda della loro disposizione subiscono, sotto impulsi pressori uguali, sollecitazioni differenti, in rapporto alle rispettive caratteristiche di geometria che le contraddistinguono. Le azioni di stress dimostrano di esercitare sollecitazioni di deformazione maggiori per la fossetta esterna e progressivamente inferiori per quella media e per quella interna (figg. 5, 6, 7). Questo fenomeno dipende dalla loro diversa disposizione sul piano che ne determina la caratterizzazione geometrica; inoltre risulta confermato dalla non uniformità delle deformazioni cui vanno incontro queste tre aree di debolezza (figg. 8, 9, 10). 
   I fattori determinanti la formazione dell’ernia inguinale riconoscono quindi un momento fondamentale nella sede naturale di queste aree: qualsiasi azione diretta al trattamento dell’ernia inguinale deve proporsi quindi l’obiettivo di eliminare le regioni di minore resistenza. Questo fine può essere raggiunto in due modi: o eliminando queste zone con l’abolizione del canale inguinale e la fissazione della parete muscolo-aponevrotica al ligamento inguinale o rinforzando in modo corretto e consistente tutta l’area. 
   Nel primo caso dovranno essere tenuti nella maggiore considerazione alcuni aspetti di tecnica chirurgica: l’ancoraggio corretto della estremità distale della sutura; la creazione di un nuovo tragitto per il decorso del funicolo mediante una disposizione sfalsata degli orifizi di entrata e di uscita dello stesso, sulla parete, in corrispondenza dell’estremo prossimale della sutura. Per quel che concerne invece l’inevitabile tensione determinata dalla sutura, il problema da qualcuno posto ed in più occasioni ribadito può apparire controverso e merita un maggiore approfondimento per tutta una serie di considerazioni che sarebbe lungo esporre per esteso. Qui può essere sufficiente sottolineare soltanto alcuni punti: il tipo di vascolarizzazione delle strutture interessate; la possibilità di stabilire una buona tenuta ricorrendo soltanto all’utilizzazione di due o tre punti di sutura soltanto, grazie anche alle caratteristiche proprie dei tessuti utilizzati; la possibilità di stabilire una condizione efficiente fin dal momento di esecuzione dell’intervento, fatto questo che consente la mobilizzazione immediata del paziente, la resistenza ottimale della linea di sutura, quando correttamente eseguita, dopo consolidamento definitivo del processo cicatriziale. 
   Tutto ciò senza tener conto del fatto che, accettando il principio inizialmente enunciato, anche la chiusura della parete addominale dopo una semplice laparotomia sarebbe da considerare responsabile di “stiramenti” patologici. 
   Per quanto concerne la seconda possibilità di azione, bisogna sottolineare il fatto che qualsiasi rinforzo delle aree di debolezza, per essere efficace, deve obbedire ad alcuni requisiti: essere esteso per una zona più ampia di quella manifestamente interessata, comprendente il tragitto erniario; essere fissato in modo corretto ad entrambe le estremità; possedere determinati requisiti di elasticità, tenendo presente che le sollecitazioni pressorie endoaddominali continueranno comunque, nel prosieguo, ad essere esercitate sulle stesse aree. 
   Quanto fino ad ora esposto comporterebbe una digressione sulle diverse caratteristiche delle ernie in rapporto alle prerogative strutturali del soggetto ed alle possibili sollecitazioni che possono essere all’origine di stress d’intensità assai diversa. Questo è però un altro discorso e ci condurrebbe fuori dal tema in discussione. 
   Per concludere forse, a questo punto, si può tentare di dare una risposta all’interrogativo sul perché l’ernia inguinale, pur essendo molto diffusa, colpisca soltanto alcuni soggetti e non altri. Molto verosimilmente è errato ascrivere la responsabilità del determinismo dell’ernia esclusivamente alla presenza delle aree di debolezza ed all’intensità dello sforzo muscolare: l’ernia è il risultato di una condizione di ridotta elasticità tissutale che finisce con l’impedire alle strutture sollecitate dallo stress, una volta che questo si è esaurito, di riassumere la configurazione morfologica e funzionale di base. In altre parole, non tutte le sollecitazione di stress sono in grado di determinare deformazioni permanenti dei tessuti interessati, queste ultime compaiono soltanto quando l’azione di stress supera il coefficiente di elasticità tissutale determinando una deformazione persistente dell’area interessata. Questo concetto va tenuto presente nell’interpretazione fisiopatologica di qualsiasi evenienza erniaria in ogni sede e di qualsiasi tipo, compresi i laparoceli.   

Tecniche di riparazioni delle ernie inguinali e crurali. Corso di aggiornamento. Edizioni Minerva Medica, Torino 1994.
Tecniche di riparazioni delle ernie inguinali e crurali. Atti Accademia delle Scienze Mediche. Palermo 1994.

 _________________

*Direttore Cattedra di Chirurgia Generale e di Fisiopatologia Chirurgica dell'Università di Palermo. Relazione al Simposio su"Sepsi batterica e micotica in chirurgia".
VIII Congresso Nazionale della Società Italiana di Fisiopatologia Chirurgica, S. Pellegrino Terme (BG), 15-17 maggio 1994.
 96° Congresso Nazionale della Società Italiana di Chirurgia, Roma, 16-19 ottobre, 1994. 
 

 

 Fig. 1a - Geometria del modello sperimentale
di addome adottato con i numeri di riferimento
delle diverse aree ai coefficienti di elasticità.
 Fig. 1b - Coefficienti di elasticità
   
 Fig. 2 - Rappresentazione schematica dei
fenomeni pressori (vettori) agenti sulla
superficie di stress.
Fig. 3 - Schema di un settore di addome. 
   
Fig. 4 - Lo stesso dall'interno.   Fig. 5 - Modello di settore per lo studio con il
Metodo degli Elementi Finiti.

 

 
 Fig. 6 - Valori degli spostamenti dei nodi 
centrali nelle 3 direzioni spaziali.
 Fig. 7 - Deformazioni delle fossette inguinali
alle differenti pressioni.
   
 Fig. 8 - Area di stress fossetta esterna.  Fig. 9 - Area di stress fossetta media.

 
 Fig. 10 - Area di stress fossetta interna.  Fig. 11 - Deformazione fossetta esterna.

 

 
 Fig. 12 - Deformazione fossetta media.  Fig. 13 - Deformazione fossetta interna.

 

 


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