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PROFESSORE GIUSEPPE DI GESU'
SITO DEDICATO ALLE SCIENZE CHIRURGICHE
Chirurgia Generale - Fisiopatologia Chirurgica
Storia della Medicina 
INSEGNAMENTO MEDICO A PALERMO

1-Fatti e figure dell'insegnamento e dell'esercizio
della chirurgia a Palermo.


3-Alcune notizie sulla origine e sulla crescita
dell'Università di Palermo.

2-Insegnamento ed esercizio dell'arte sanitaria tra
Ruggiero II d'Altavilla e Federico II di Svevia.

4-Radici multietniche nell'insegnamento e nell'
esercizio dell'arte sanitaria in Sicilia.

 

 FATTI E FIGURE DELL'INSEGNAMENTO E DELL'ESERCIZIO DELLA CHIRURGIA A PALERMO
Giuseppe Di Gesù
giuseppedigesu@gmail.com

 

   Una un’analisi storica dell’evoluzione dell’esercizio della chirurgia a Palermo non può prescindere dalle vicende storiche particolari che coinvolsero la Sicilia, e con essa la città di Palermo, fin dall’antichità, introducendo nell’Isola esperienze sociali diverse di popoli differenti per cultura, tradizioni, pensiero. Basta a tal riguardo ricordare le varie aree di colonizzazione greca, latina, araba e di dominazione spagnola, francese, ecc… . Ognuno degli occupanti vi portò: da una parte, l’acquisizione di concetti e metodologie tecniche diverse; dall’altra, una notevole varietà di comportamenti in ogni campo e ,nel caso specifico, anche nell’esercizio dell’arte medica e della chirurgia.
   Greci, Romani, Arabi, pur nella loro preoccupazione per le grandi opere di igiene negli insediamenti urbani, documentate dalle residue opere di idraulica e di drenaggio, lasciavano la preparazione del medico e l’esercizio della professione all’iniziativa individuale: il sapere, tramandato direttamente da maestro ad allievo, veniva valorizzato e riconosciuto in un ambito di libera concorrenza professionale sulla base dei risultati terapeutici conseguiti. La cultura medica si identificava ancora, come lo sarà nei secoli successivi, nella conoscenza dei testi ippocratici e galenici, nelle loro stesure originali e nelle traduzioni ed integrazioni apportate dalla cultura araba.
   Un primo tentativo di regolamentare l’esercizio professionale si ebbe in Sicilia nel 1134, quando Ruggiero II d’Altavilla dispose che “nessuno potesse esercitare medicina che non fosse stato esaminato prima dagli ufficiali e giudici regi: pena il carcere e la confisca dei beni ai trasgressori”.
   Successivamente, Federico II di Svevia, riprendendo tale disposizione particolarmente qualificante dal punto di vista professionale, con lo scopo di migliorare ancora di più la preparazione medica, dispose che fosse proibito l’esercizio dell’arte medica a chi non avesse superato l’esame alla Scuola Medica Salernitana.
   Il corso obbligatorio comprendeva, in una durata di 9 anni, 3 anni preliminari per lo studio della logica, 5 per lo studio della medicina e della chirurgia, 1 per la pratica con un maestro: per il chirurgo inoltre, per la prima volta, si manifestò l’esigenza di caratterizzare l’insegnamento, nel quale venne introdotto l’obbligo assoluto dello studio dell’anatomia.
   E’ una struttura degli studi di medicina che appare estremamente moderna e razionale in rapporto al periodo in cui si realizzava, in confronto con l’oscurantismo medievale, caratterizzato da analfabetismo e ignoranza, diffusi anche nei ceti più elevati.
   Nelle “Constitutiones” federiciane si indicavano anche, come libri di testo, le opere originali di Ippocrate e Galeno; e si definiva il concetto del tirocinio clinico che doveva essere compiuto con un maestro particolarmente esperto, nell’ultimo anno di studio.
   Tali normative regie portarono i giovani siciliani a frequentare le più rinomate Scuole mediche della penisola da Salerno a Padova a Bologna a Pisa. Molti di essi, dopo essersi qualificati, restavano ad insegnare nelle Scuole che li avevano avuto come discepoli; altri ritornavano in Sicilia ove portavano, con il loro sapere, i segni delle civiltà che avevano conosciuto con tutto il bagaglio di esperienze umane e sociali che da esse avevano potuto cogliere.
   L’assenza però di uno “Studium” universitario determinò in Palermo un ulteriore deterioramento del ruolo della chirurgia nell’ambito della medicina generale: fino al XVI secolo infatti la chirurgia visse un periodo di particolare decadimento, in quanto le tecniche chirurgiche venivano affidate ai “pratici” che spesso non avevano sufficiente preparazione “scientifica” e si limitavano ad eseguire pedissequamente le istruzioni impartite loro dai medici fisici “addottorati”.
   Tuttavia, anche in tale periodo, emersero personalità di spiccata levatura culturale, come Gian Filippo Ingrassia (1510-1580) nativo di Regalbuto, ma “per privilegio del pretore e dei giurati e per elezione sua, cittadino di Palermo”.
   Dopo aver compiuto gli studi a Padova, ove aveva avuto maestri Falloppio, Vesalio, Bartolomeo Eustachio e Fabrizio d’Acquapendente, egli ritornò prima a Napoli, poi a Palermo ove diresse l’organizzazione del servizio medico nella sua qualità di Protomedico Generale.
   L’Ingrassia fu medico, igienista, anatomico, chirurgo. Tra le sue principali scoperte ricorderemo l’individuazione della staffa e delle vescichette seminali; la descrizione dell’etmoide e dello sfenoide; dei fori orbitali anteriori e posteriori; del seno sfenoidale.
   Come igienista si ricorderanno le norme imposte alla pubblica amministrazione quando, nel 1557, una gravissima epidemia provocò un elevato numero di morti. Egli pretese l’igiene delle strade e delle piazze, il prosciugamento delle acque morte, la derattizzazione, l’abolizione dei pozzi neri in prossimità dei pozzi d’acqua potabile.
   Nella sua attività di chirurgo infine si interessò, tra l’altro, della revisione, illustrazione ed elencazione dei tumori.
   La sua “Illustrazione dei due mostri in Palermo” , pubblicata nel 1560, lo fa apparire uno dei fondatori della teratologia.
   L’attività di insegnamento, in mancanza di una vera scuola universitaria, fu esercitata dall’Ingrassia con le sue letture nel Chiostro di S. Domenico. Egli lamentò molto la poca preparazione dei medici e dei pratici che esercitavano all’epoca.
   Seguace dell’insegnamento dell’Ingrassia, nell’Ospedale Grande e Nuovo, formatosi nel 1430 in seguito all’unificazione dei quindici piccoli ospedali mantenuti con la pubblica beneficenza, e ubicato nel palazzo Sclafani, di proprietà di Rodriguez LyVoy di Spagna, comprato per 150 onze e successivamente dotato di diversi privilegi dal papa Eugenio IV e da re Alfonso, nel 1621, Baldassarre Garsia fondò l’Accademia di anatomia. In essa furono ripresi gli studi di anatomia, tanto propugnati nel secolo precedente proprio dall’Ingrassia. Lo stesso Garsia vi fu lettore di anatomia, le lezioni si effettuavano tutti i giorni, mentre il venerdì era riservato alle discussioni.
   Nel 1623 vi fu istituita la prima cattedra di anatomia e chirurgia che fu affidata al medico Giacomo Vitrano, in attesa che passasse successivamente ad un nipote del Garsia.
   Nel volgere di qualche decennio però, dopo la morte del fondatore, l’attività d’insegnamento cominciò a venir meno, tanto che Paolo Pizzuto, archiatra di Sicilia e delle isole limitrofe, nel 1645 riteneva opportuno rifondare l’Accademia con il nome di Accademia dei Jatrofisici e di medicina nella casa di S. Ninfa dei padri Crociferi.
   In tale periodo si assistette ad un rinnovamento degli studi di anatomia e di chirurgia che venivano svolti nel pubblico ginnasio: esso aveva sede nella chiesa di S. Lucia attaccata all’Ospedale Grande. Il Magistrato accademico aveva la facoltà di conferire una licenza per l’esercizio della medicina e della chirurgia e presiedeva ai concorsi pubblici per l’assegnazione dei medici.
   Poco più di un secolo dopo, nel 1779, veniva istituita la Reale Accademia degli Studi, che soltanto nel 1805 poté assumere il nome di Reale Università. Con un dispaccio datato 21 dicembre 1781, a firma del marchese Caracciolo, si accordava che “i palermitani possono fare il corso di leggi e medicina nella Reale Accademia”; da questo momento si può finalmente parlare dell’inizio di una Scuola Chirurgica palermitana.
   Il periodo in cui in essa emersero le più illustri personalità si colloca nella prima metà dell’ ‘800. Il capostipite della Scuola chirurgica palermitana si può individuare in Giovanni Gorgone che resse per molti anni la Clinica Chirurgica di Palermo alla quale giunse proveniente da quella di anatomia, dalla quale si trasferì nel 1846, lasciandola al suo allievo G. B. Gallo.
   Nato a S. Piero Patti (Messina) il Gorgone (1801-1868) ricoprì, per incarico, la cattedra di anatomia di Palermo nel 1825. I suoi studi sull’intima dei vasi furono estremamente apprezzati e, nel 1842, furono premiati dalla Società Medico Chirurgica di Bologna. Fu autore di un “Corso completo di anatomia descrittiva con le differenze nelle età, sessi, razze e anomalie” in quattro volumi. Fondò e diresse la Clinica chirurgica dell’Università ed il reparto chirurgico dell’Ospedale Grande. Chirurgo di valore, la sua attività operatoria è riportata in numerose memorie pubblicate.
   Gli succedette, nella direzione della Clinica chirurgica Enrico Albanese, di Palermo (1834-1889) che dimostrò grandi capacità diagnostiche e chirurgiche. Fu allievo del Gorgone, di lui si ricorda il processo di resezione scapolo-omerale e la tecnica di astragalectomia, che successivamente furono descritti da altri. Si interessò inoltre di patologia infettiva e dei procedimenti di igiene. Nelle sue memorie si trovano trattati argomenti diversi: l’emostasi preventiva negli interventi condotti sulle estremità, il tetano post-traumatico, la trasfusione di sangue, i trapianti epidermici, etc… . Dal punto di vista umano è da ricordare la sua partecipazione, come fervente patriota, alla spedizione dei Mille, nella quale era chirurgo di battaglione; in essa si distinse guadagnando in onori ed in carriera. Fu lui a prestare il primo soccorso a Giuseppe Garibaldi per la ferita di Aspromonte: in tale occasione egli incontrò i più importanti chirurghi dell’epoca, da Nélaton a Partridge a Pirogoff. Fondato da lui, resta ancora oggi l’Ospizio Marino, sorto nel 1874. Tra i suoi numerosi allievi, sono da ricordare: Giovanni Argento, Vincenzo Marchesano, Salvatore Lo Grasso.
   Giovanni Argento (1847-1927) rilevò nel 1873 l’incarico di Chirurgia operatoria e nel 1875 tenne il corso di Patologia Speciale chirurgica, della quale conseguì la cattedra nel 1883. La sua attività fu intensa e brillante, le sue idee di precursore, contrastanti con quelle all’epoca vigenti, a volte furono criticate. E’ questo il caso della riduzione in narcosi cloro formica della lussazione totale esterna dell’astragalo con guarigione ottimale in contrapposizione con il trattamento sostenuto da Nélaton dell’astragalectomia. Propose ancora modificazioni nella preparazione dei lembi cutanei e nel trattamento del tendine di Achille nell’amputazione sec. Pirogoff-Syme. Altre memorie dimostrano il suo interesse per le rinoplastiche con metodo originale, il trattamento chirurgico dell’ernia crurale, etc… Dopo un breve periodo in cui veniva retta per incarico dal Marchesano, la Clinica chirurgica veniva rilevata da Igino Tansini che la diresse fino al 1903, anno in cui si trasferì a Pavia.
   Nato a Lodi nel 1885, il Tansini insegnò in varie università; quando giunse a Palermo aveva già raggiunto quella preparazione scientifica e quella maturità chirurgica che gli consentirono i più importanti successi della sua lunga carriera: ancora oggi viene considerato come colui che introdusse l’indirizzo chirurgico moderno nella Scuola palermitana. Fu il primo chirurgo in Italia a resecare con successo uno stomaco affetto da cancro; di oncologia si interessò in maniera continua e proficua soffermandosi particolarmente sulla patogenesi e sulla prevenzione dei tumori. Tra i suoi lavori più importanti di tecnica, a parte la memoria sulla “Resezione dello stomaco e piloro per cancro. Guarigione. 1887.”, sono da ricordare: “Delle anomalie anatomiche più importanti per la medicina operatoria. 1882.” e “Sull’isolamento dell’intestino dal mesenterio. 1884.” Morì a Pavia nel 1943.
   Gli successe Ernesto Tricomi, primo allievo di Durante.
   Nato a Caltanissetta nel 1859, conseguì la laurea a Napoli ed a 30 anni fu nominato professore di Patologia e Clinica Chirurgica. Dopo essere stato a Padova, Messina, Bologna, venne chiamato dalla Facoltà medica di Palermo. Qui le sue capacità chirurgiche riuscirono ad esprimersi con completezza ed in modo brillante. La sua attività scientifica coprì molti argomenti dei quali si interessò in modo organico e completo: sono ancora oggi da sottolineare, per il particolare interesse, il “Trattato delle infezioni chirurgiche” e la monografia sulle “Splenectomie”. Nel 1924 inaugurava l’anno accademico dell’Accademia delle Scienze Mediche di Palermo leggendo una memoria su “Cancro, tubercolosi, sifilide“ dimostrando una grande cultura e la documentazione completa che aveva potuto acquisire su tali argomenti. In ambito più strettamente tecnico sono da ricordare i suoi interventi di chirurgia addominale che comprendevano anche l’aggressione chirurgica dello stomaco e del pancreas. Egli eseguì per primo in Italia la resezione di tutto il lobo sinistro del fegato; fu il secondo, dopo lo Schlatter, ad eseguire in ambito mondiale la gastrectomia totale. Morì nel 1929, a 70 anni.
   Alla morte di Tricomi la Clinica chirurgica fu retta per un anno dall’aiuto, prima che fosse chiamato un altro illustre esponente della Scuola romana del Durante: Nicola Leotta.
   Anch’egli siciliano, nato ad Acireale nel 1878, compì i suoi studi a Roma ove giunse alla laurea nel 1901. Sette anni dopo era aiuto nella prestigiosa clinica diretta dal Durante e negli anni dal 1909 al 1922, salvo il periodo bellico, ebbe l’incarico di insegnamento di Medicina operatoria. E’ di questo stesso periodo la stesura del “Trattato di Medicina Operatoria” in quattro volumi. Successivamente fu ternato al Concorso di Patologia Chirurgica e si trasferì a Cagliari nel 1923. Dopo una breve parentesi di attività in Argentina, ove tenne lezioni e gli fu offerta una cattedra di Clinica Chirurgica a Buenos Aires, ritornò in Italia ove fu incaricato di curare e di dirigere la Clinica Chirurgica dell’istituenda Università di Bari. Nel 1929 passò infine a Palermo. In quell’epoca la Clinica era ospitata all’Ospedale della concezione, successivamente, dal 1939, fu trasferita nei nuovi locali del Policlinico, alla Filiciuzza. La sua attività fu quanto mai varia, estesa, interessante: di lui si ricorda, con interesse ancora attuale, la teoria unitaria delle sindromi associate dell’addome destro, che il Leotta espose al Congresso della Società Nazionale di Chirurgia a Bari e che, in periodo successivo, fu anche rivista, ampliata e perfezionata. Nella sua attività chirurgica espresse doti tecniche di non comune riscontro ed esercitò la chirurgia generale secondo l’insegnamento del suo grande Maestro, interessandosi di tutti gli organi ed apparati ed in particolare di tiroide, di rene, di cervello di addome. In quest’ultimo campo eccelse con risultati invidiabili. Lasciò l’insegnamento nel 1948.

   Negli stessi anni, in Patologia Chirurgica operava, svolgendo un’attività intensa come incaricato, Francesco Purpura che , nel 1918, passava a Messina per ritornare ordinario nel 1921. Allievo del Tansini, egli fu un chirurgo metodico e si dedicò alla ricerca con estremo senso critico. Tra i suoi allievi più prestigiosi si possono ricordare, oltre a Carmona, alla cui Scuola appartengono Barresi ed i suoi allievi, anche Carollo, Nicastro ed altri.
   Negli anni tra il 1902 ed il 1933, la Medicina operatoria, che aveva sede presso l’ospedale della Concezione, era tenuta da Gaetano Parlavecchio, chirurgo di notevole valore, che mise a punto molte tecniche chirurgiche e ne descrisse con obiettività i risultati conseguiti. Del 1914 è la descrizione della tecnica originale per la cura dell’ernia crurale, effettuando l’abbassamento del Poupart fino al ligamento di Cooper, con il quale veniva solidarizzato mediante tre punti passati con un ago particolare, ideato e costruito da lui stesso. Del 1918 è la descrizione dell’epatopessia con tecnica originale che utilizza un ligamento artificiale ricavato dal muscolo retto dell’addome e dalla sua fascia. Del 1921 è la descrizione della “prostatectomia per prima intenzione secondo Parlavecchio” in una memoria dell’Accademia delle Scienze Mediche di Palermo. L’intervento, effettuato per via perineale, diviene possibile utilizzando uno strumento particolare, detto propulsore, costruito dal Parlavecchio stesso, con il quale è possibile spingere la prostata dall’interno della vescica. Quando, per raggiunti limiti ,di età, il Parlavecchio lasciò l’insegnamento, la Medicina operatoria fu rilevata dal Leotta.
   Con lui si conclude un periodo estremamente fecondo di attività e progresso nell’insegnamento e nell’esercizio della chirurgia a Palermo, che si chiude con lo scoppio del conflitto mondiale, ma che si pone come preludio all’attività sviluppata in epoca recente.
   In ambito culturale ciò è evidenziabile dalla ricchissima documentazione esistente presso l’Accademia delle Scienze Mediche di Palermo, che dimostra il pregio, la originalità l’estro di numerose memorie presentate ed elaborate sulla attività clinica e sperimentale.
   A tale periodo appartengono molti illustri chirurghi che esercitarono la loro professione, sempre legati alle strutture universitarie, nell’ambito delle quali tenevano i corsi liberi dei quali erano docenti. Molti di essi esercitarono principalmente in ambito ospedaliero ed anche in regime libero professionale: è di questo periodo infatti la creazione di numerose strutture private, case di cura, abilitate ed idonee alla esecuzione di qualsiasi tipo di chirurgia. I nomi che ancora oggi ricorrono nella memoria della cittadinanza sono quelli di A. Ajello, P. Amorosi, E. Arcoleo, M. Arlotta, R. Buccheri, G. Carollo, R. Cascino, F. Cinquemani, I. Collica, A. Cosentino, E. D’Anna, L. De Luca, S. Di Liberto-Herbin, M. Dominici, A. Fradà, E. Gaglio, A. Giglio, F. Gangitano, G. Lionti, F. Orestano, G. Palleroni, M. Pavone, G. Piazza, G. Russo-Travali, V. Salvati, M. Titone, G.E. Vincenzoni, V. Baviera, C. Chianello, C. Ciaccio, T. Cimino, G. Florio, P. Leone, G.V. Tardo.
   Molti di essi, venuti ad imparare alla Scuola chirurgica palermitana, tornarono ad esercitare brillantemente negli ospedali della provincia ove lasciarono spesso un ricordo intramontabile e suscitarono tali sentimenti di riconoscenza da culminare con il bisogno di intestare loro l’ospedale nel quale avevano esercitato con tanta sapienza, coscienza e passione la loro difficile professione.
   Il periodo contemporaneo della chirurgia palermitana inizia con il ritorno a Palermo, dopo la fine del conflitto mondiale, di Saverio Latteri.
   Nato a Palermo il 22 marzo 1895 era stato aiuto di Tricomi ed aveva avuto l’incarico di Patologia e Clinica Propedeutica dimostrativa e quindi di Semeiotica chirurgica; aveva inoltre retto per 1 anno la Clinica, dopo la morte del Tricomi e prima che venisse a Palermo Leotta. Quindi la sua carriera si era svolta fino al conseguimento della cattedra di Patologia chirurgica che aveva tenuto prima a Cagliari, poi a Modena, infine a Messina, fino al suo ritorno a Palermo, come patologo chirurgo, mentre ancora Leotta teneva la Clinica chirurgica. Saverio Latteri fu un chirurgo di estremo valore tecnico, con un bagaglio culturale immenso. Fin dai suoi primi lavori si evince la correttezza del metodo di ricerca che con lui assume il vero “carattere sperimentale”.I dati clinici venivano ricontrollati in ambito sperimentale, ed in questa fase assumevano notevole importanza i rilievi istopatologici. Fu uno dei primi studiosi ad interessarsi dei rapporti tra anestesia e ghiandole endocrine, studiò con molta cura la tubercolosi addominale e la patologia dell’epiploon. La sua attività chirurgica iniziò molto precocemente usufruendo anche di un ambiente di Pronto soccorso, dove poté acquisire una notevole manualità ed una grande versatilità a livello dei vari organi ed apparati. Anche se la maggior quota dell’attività operatoria veniva esercitata a livello addominale, egli fu un ottimo chirurgo toracico, eseguì anche molti interventi di chirurgia cranica: fu un chirurgo tecnicamente completo. 
   Quando il Leotta dovette lasciare l’impegno attivo per raggiunti limiti di età, gli subentrò nella direzione della Clinica chirurgica, lasciando in Patologia il suo allievo prediletto, Gioacchino Nicolosi, col quale giungiamo ai giorni nostri.
   Nato nel 1905 a S. Agata di Militello in provincia di Messina, laureato nel 1929, aveva scelto subito l’università, alla quale si dedicò con tutto sé stesso, frequentando la Clinica diretta ancora dal Leotta, ma ponendosi subito al seguito di Latteri, per il quale nutriva grande ammirazione ed affetto, come aiuto lo seguì anche a Cagliari, a Messina ed infine a Palermo. Dopo il passaggio del Latteri in Clinica Chirurgica, la Facoltà di Palermo gli conferì l’incarico di Patologia Chirurgica il 1° novembre del 1948; ivi divenne professore di ruolo, in seguito a concorso, il 1° novembre 1950, consolidandovi la successione al Latteri, la cui Scuola, negli anni successivi, doveva espandersi a Messina e quindi a Catania ad opera di Attilio Basile.
   L’attività di Gioacchino Nicolosi fu sempre improntata dal desiderio di un continuo rinnovamento che Egli intravedeva come possibilità reale di miglioramento tecnico fondato su solide basi scientifiche di derivazione sperimentale. Ed alla ricerca sperimentale si dedicò sempre, e ad essa indusse sempre tutti i suoi allievi incoraggiandoli con esortazioni e con l’esempio. Trasferitosi nel 1963 in Clinica chirurgica, anche qui continuò a calcare nuove vie, meditate sempre, e percorse soltanto dopo un’analisi razionale delle esperienze trascorse. I suoi contributi scientifici sono stati numerosissimi, dalla patologia biliare all’idatidosi, dalla patologia polmonare alla patologia neoplastica, etc… .Inoltre si preoccupò sempre di chiamare accanto a sé studiosi particolarmente esperti dei vari argomenti trattati, senza mai negare, se talvolta ve ne fosse stato il bisogno, la possibilità dell’insuccesso.
   Per tutto il lungo, intenso periodo dell’esercizio della sua attività didattica, scientifica, operatoria, non si allontanò mai dal suo ruolo innato di “Maestro”, fino alla morte che lo colpì nel 1975.
   A Lui ed al suo insegnamento si riallacciano oggi tutti coloro che in Palermo e nella Provincia fanno chirurgia, sia a livelli universitari che ospedalieri e nell’esercizio libero professionale.
   La sua figura, che per noi rappresenta quella del nostro più diretto caposcuola, si erge a concludere la scia degli uomini che con il loro esempio e con il loro insegnamento hanno conseguito il ruolo di Maestri nella Scuola chirurgica palermitana. Di essi restano i traguardi che hanno raggiunto e che costituiscono le tappe di un cammino che non conosce soste. Tutto questo merita ampia riconoscenza e l’omaggio più sincero di tutti coloro che nel futuro avranno modo di perpetuarne l’insegnamento della chirurgia in funzione delle nuove generazioni che da essi attendono una guida costante.
 

 Bollettino della Società Italiana di Chirurgia, vol. 4, n.3 pag.57-62,1983. 

 

INSEGNAMENTO ED ESERCIZIO DELL’ARTE SANITARIA TRA RUGGIERO II D’ALTAVILLA
E FEDERICO II DI SVEVIA.

Giuseppe Di Gesù
giuseppedigesu@gmail.com 

    Ancora all’inizio del secondo millennio, l’insegnamento e l’esercizio della medicina si svolgono senza alcun controllo e con considerevoli danni per i pazienti: il patrimonio di conoscenze mediche disponibili è notevolmente carente, e crea non poche difficoltà agli esercenti delle arti sanitarie. La formazione medica avviene senza alcuna selezione, spesso l’arte è tramandata di generazione in generazione, nell’ambito di una medesima cerchia familiare, non esistono più Scuole d’insegnamento per la lettura dei trattati di anatomia, di fisiologia, di clinica e di terapia, che comprendono tutto il patrimonio di conoscenze medico-scientifiche all’epoca esistenti. L’insegnamento si fonda soltanto sulla tradizione e sulle esperienze dei singoli professionisti che ora vengono trasmesse agli allievi: tale stato di cose, oltre a determinare un’estrema frammentazione di nozioni e cognizioni, provoca profonde conflittualità tra i Maestri gelosi delle loro competenze e delle loro professionalità, contrapposti alle famiglie esperte soltanto in alcune cure; e agli specialisti, provenienti da determinate regioni, particolarmente versati in particolari trattamenti medici o chirurgici. Tutti questi spesso svolgono la loro attività senza alcuna certificazione o titolo di studio che li autorizzi ad esercitare. D’altra parte, l’approccio ai trattati di medicina richiede una formazione culturale di base molto vasta e ricca di conoscenze classiche: con le invasioni barbariche tutto il patrimonio culturale letterario .e scientifico era stato distrutto o disperso, i classici di provenienza greca e latina, che costituivano Io scheletro portante e l’infrastruttura per un adeguato insegnamento, ivi compresi i trattati di Ippocrate e di Galeno, erano andati perduti. 
   Si deve al mondo islamico se oggi ancora può essere conosciuta questa produzione: tali opere infatti, pervenute, studiate ed accettate nel mondo musulmano, vennero reimmesse nei circuiti culturali europei dagli arabi. Perché tutto questo avvenisse però era stato necessario trascriverle e tradurle, a ciò si prestarono con tanta cura e passione i chierici e gli abati dei monasteri presso i quali si formarono ricche biblioteche contenenti i testi originali provenienti da Bisanzio, dalla Siria, dalla Spagna,dall’Egitto. 
   Spesso però le traduzioni non erano abbastanza fedeli; ed in ogni caso, poiché, come già detto, lo studio di questi testi richiedeva una preparazione culturale che pochi avevano al di fuori delle mura monastiche, la medicina divenne una prerogativa del mondo clericale.
   Ciò non impedì però, che si verificassero notevoli abusi nella professione medica, al punto che la Chiesa giunse a pronunziarsi contro l’esercizio della medicina da parte del clero. 

   Sotto quest’ottica, non stupisce più di tanto che la malattia venisse considerata come una punizione inflitta da Dio in espiazione dei propri peccati. Il corpo umano non può mantenersi sano, se sana non è anche l’anima, lo spirito da cui l’organismo è pervaso: il riscatto dallo stato del peccato passa per la fase dell’espiazione, della penitenza, che coinvolge l’uomo in tutto il suo insieme e che può essere riscattato soltanto dalla sofferenza. Solo alla fine dell’espiazione potrà essere raggiunto lo stato di grazia. 
   Ciò induce fatalmente alla ricerca ed alla pratica di mezzi terapeutici che poco o nulla hanno a che vedere con la malattia: è necessario il ricorso costante all’esercizio dei sacramenti e di tutte le altre pratiche religiose, prima ancora che alla prescrizione terapeutica. 
   Se il pentimento è sincero e completo il malato potrà guarire, avviandosi verso la salvezza del corpo, sulla terra; dell’anima, in eterno, nella contemplazione di Dio. 
   Questo tipo di impostazione dell’intervento medico ed ulteriori altre deviazioni, ancora più gravi perché fondate sull’ignoranza e sulla superstizione o sulla voglia di arricchimento smodato, inducono infine la Chiesa ad una presa di posizione molto rigida sia nei confronti dello studio della medicina, con il divieto assoluto dell’esercizio dell’anatomia sui cadaveri; sia nei confronti dell’esercizio dell’arte medica, con vari divieti, reiterati nel tempo. 
   Già nel 1119, nel corso del sinodo di Reims, era stato proibito l’esercizio della medicina da parte dei monaci imbroglioni ed ignoranti che, attratti da facili possibilità di guadagno, non esitavano a ricorrere anche a pratiche di stregoneria, con il conseguente dilagare di scandali. Tale veto verrà quindi ribadito successivamente a Clermont nel 1130; nuovamente a Reims nel 1131; nel corso del concilio Laterano Il, nel 1139; a Montpellier nel 1162; a Tours nel 1163; daccapo a Montpellier nel 1169; nel concilio Laterano III, nel 1179; a Parigi, nel 1212.  
   Il veto allo studio della anatomia mediante dissezione di cadaveri è severo, viene correlato con l’esercizio di pratiche di magia e viene punito con il rogo.  
   Né v’è da pensare che nel mondo islamico le cose stessero diversamente. Nemmeno ai medici arabi era concesso lo studio dell’anatomia del corpo umano perché il Profeta vietava che fosse versato sangue. Il sangue non poteva essere versato neanche durante l’esercizio della pratica medica: ciò creava l’esigenza di mettere a punto strumenti in grado di praticare la interruzione della continuità dei tegumenti, e quindi l’incisione, senza spargimento di sangue. Nacque così il termocauterio che venne introdotto anche nel mondo occidentale, dove avrebbe ottenuto grande fortuna. Le conoscenze di anatomia dei grandi medici arabi erano quelle tramandate dal periodo classico, dal mondo greco, con gli scritti di Ippocrate. Anche in questo caso spesso le traduzioni dal greco in arabo erano state compiute in modo impreciso, o da testi già tradotti in altre lingue, travisando significati e falsando contenuti, con conseguenze anche gravi nell’ulteriore diffusione di conoscenze errate o imprecise.  
   Un grande merito va comunque riconosciuto ai medici islamici, quello di aver arricchito sostanzialmente il bagaglio culturale preesistente con l’apporto di un ricco patrimonio di notizie nell’ambito della chimica, la loro alchimia; e con l’introduzione di numerose piante medicinali che importarono dai loro paesi e che fecero assuefare ed attecchire nei terreni delle regioni occupate, coltivandole, insegnando ad estrarne i principi naturali ed ammaestrando nella preparazione ed utilizzazione degli stessi. 
   È questa la condizione dell’insegnamento e dell’esercizio dell’arte sanitaria in Sicilia, quando il regno normanno ha già raggiunto il suo consolidamento, con Ruggero II. Tra la strutturazione della corte normanna e quella della futura corte di Federico Il possono essere rilevati parecchi parallelismi in ambito strutturale, sociale e culturale. La prima è emblematica di uno stato moderno, aperto; pronto ad accettare ed assimilare il contributo culturale di civiltà diverse; capace di un atteggiamento critico anche nei confronti dei divieti posti dalla propria religione; disposto a cogliere le istanze delle minoranze razziali; dotato di un munifico mecenatismo nei confronti dei più rinomati studiosi, quale che sia la loro provenienza. Latini, arabi, ebrei, greci, normanni appaiono perfettamente integrati in tale stato, nell’ambito del quale è richiesto un impegno delle varie professionalità fine a sé stesso, con lealtà e con l’obiettivo fondamentale del progresso della scienza in funzione dell’integrazione razziale. 
   Analoghi principi informano la corte di Federico Il, dove ampio spazio viene trovato per la promozione della cultura, per la sua evoluzione, per l’incremento della scienza: l’imperatore svevo, anche se spesso costretto ai disagi di una corte itinerante, non si sottrae al piacere dello studio, chiamando a sé vicino, da ogni parte del mondo i più rinomati depositari del sapere. Quando ciò non è sufficiente a soddisfare le sue esigenze, non esita a mettersi in contatto epistolare con i più dotti maestri a prescindere dal loro credo religioso e dalla loro razza di appartenenza. 
   Ritornando alle problematiche correlate con le esigenze di una regolamentazione efficace dell’arte sanitaria in Sicilia, è possibile cogliere anche in questo campo la sintonia esistente tra Ruggero Il e Federico II. 
   Nel 1140 è Ruggero che, nei capitoli sanzionati nel Consiglio di Ariano Irpino, stabilisce che nessuno può esercitare la professione di medico se prima non è stato esaminato dagli ufficiali della corona e dichiarato abile ad esercitare la medicina. Lo studio deve avvenire secondo gli insegnamenti della Scuola Medica Salernitana che, in questo periodo, si avvia ad un radicale cambiamento, abbandonando la sua fisionomia clericale in favore di un preciso carattere laico. Salerno rappresenta, con la sua Scuola, il più prestigioso centro esistente in Europa per l’esercizio e l’insegnamento della medicina, conta almeno tre secoli di attività; Montpellier è stata appena fondata (1137). 
   Con le leggi di Ariano si apre una nuova era nello studio e nell’esercizio della medicina: viene sancito l’obbligo della lettura dei testi classici reintrodotti a Salerno da Costantino Africano, viene chiaramente identificato e caratterizzato il ruolo del «doctor» e del «magister», a quest’ultimo viene attribuito un ruolo prioritario rispetto al primo ed il compito dell’insegnamento. Ha inizio la distinzione tra le due principali articolazioni della medicina: lo studio teorico del patrimonio conoscitivo che costituisce il bagaglio di chiunque voglia fare il medico; l’apprendimento della praxis, dell’insieme di conoscenze che derivano dall’attività pratica e che possono essere acquisite soltanto con l’esperienza, giorno dopo giorno, a fianco del maestro. La preparazione completa comporta la conoscenza dei classici e la capacità dell’esercizio; soltanto così è possibile «exire ad praticam», dopo aver ottenuto comunque l’approvazione del sovrano. A distanza di circa 90 anni, Federico II ritiene opportuno rivisitare la regolamentazione sanitaria normanna con gli articoli di legge che costituiscono i capitoli XLV e XLVI del III libro delle « Constitutionum Domini Frederici Secundi sacratissimi Romani imperatoris... ».  
   “L’imperatore si propone che dalla legislazione emanata per la regolamentazione della medicina possano derivare particolari vantaggi per la pubblica salute. In considerazione pertanto delle gravi perdite e dei danni irrecuperabili dipendenti dalla imperizia dei medici, comanda che in futuro nessun pretendente al titolo di medico ardisca esercitare la medicina o la chirurgia, se prima non abbia sostenuto pubblico esame e non sia stato approvato nella scuola di Salerno conseguendo le prescritte certificazioni indispensabili per presentarsi allo stesso imperatore, o, in sua assenza, alla presenza di colui che ne fa le veci, per ottenere la licenza che lo abilita ad esercitare. Colui che contraverrà a tale disposizione di legge incorrerà nella confisca dei beni e nella pena del carcere per un anno”. 
   La strutturazione del nuovo curriculum impone che non sia ammesso allo studio di medicina chi non abbia studiato prima, almeno per tre anni, la scienza della logica. Soltanto dopo potrà compiere gli studi medici, che avranno la durata di cinque anni, e comprenderanno anche lo studio della chirurgia, che costituisce parte integrante della medicina. I testi ufficiali di insegnamento, tanto nella parte teorica che nella pratica, dovranno essere le opere di Ippocrate e di Galeno. Viene sancito inoltre che nessun chirurgo può essere ammesso ad esercitare in assenza delle lettere testimoniali ufficiali che attestino la sua frequenza, per almeno un anno, all’insegnamento dell’anatomia del corpo umano acquisendo la competenza, senza la quale non è possibile eseguire incisioni e curare ferite. 
   Viene inoltre stabilito per legge l’onorario per le prestazioni, avvertendo che saranno puniti i medici che si accorderanno, a scopo di lucro, con gli speziali; per i poveri, infine, le cure debbono essere gratuite. 
   La posizione di Federico Il, come emerge dalla lettura degli articoli di legge riportati, appare decisa nei confronti della lotta all’abusivismo nell’esercizio della medicina, per la tutela della salute dei cittadini. Senza remore di sorta vengono emanate disposizioni, anche non in perfetta sintonia con i dettami della Chiesa, che aveva vietato la dissezione e lo studio dell’anatomia direttamente dal corpo umano: siamo nel 1231, appena un anno prima era stata fondata dallo stesso Imperatore la prima Accademia letteraria del mondo. 
   L’esame di questi regolamenti dimostra ancora l’impegno sociale e politico del sovrano, oltre che la grande sensibilità dell’uomo nuovo e dello scienziato dedito anch’egli allo studio ed alla ricerca. Per tale motivo va sottolineato l’indirizzo di fondo che identifica l’obiettivo proponimento che l’imperatore intende raggiungere: il vantaggio per la pubblica salute, messa a dura prova dalla imperizia dei medici, causa di gravi perdite e di danni irreparabili. È abbastanza evidente come l’istanza sociale assuma un ruolo prioritario nel determinare il convinto bisogno di una revisione della legislazione esistente.  
   A prescindere da tutto questo, va comunque riconosciuto a Federico II il merito di aver puntualizzato, nella parte introduttiva delle leggi e dei regolamenti, la reale condizione esistente, e l’obiettivo che si vuole raggiungere: fatto questo che deriva da una chiara analisi delle effettive condizioni di esercizio della medicina, dalla conoscenza degli abusi e delle deficienze culturali e strutturali esistenti nell’ambito di tutta l’area sanitaria.  
   Viene ribadito l’obbligo dello studio in una scuola riconosciuta idonea all’insegnamento della materia e si comincia a fare riferimento preciso agli atti pubblici di riconoscimento degli studi effettuati: le certificazioni che debbono essere presentate allo stesso sovrano o ai suoi funzionari delegati, senza le quali diviene impossibile il rilascio della licenza di esercizio. 
   L’approvazione degli organi di governo va intesa come un ulteriore esame delle possibilità esistenti nel candidato per un corretto espletamento della professione; oggi si potrebbe definire questa ulteriore verifica come l’esame di stato per l’abilitazione all’esercizio della professione. 
   La contravvenzione a tali norme potrà portare alla confisca dei beni ed alla pena del carcere fino ad un anno.
   La richiesta specifica delle certificazioni induce a pensare che precedentemente le difficoltà nelle comunicazioni, le eventuali pressioni a corte, l’accezione di certificazioni non conformi, avessero determinato un certo lassismo nella verifica dei titoli scientifici teorici e pratici dei medici.  
   Ma Federico Il è convinto che bisogna anche migliorare il contenuto dell’ insegnamento, per tale motivo prescrive un piano di studi che deve essere seguito obbligatoriamente.  
   Intanto bisogna stabilire i requisiti per l’ammissione alla scuola: questi consistono in uno studio preliminare di tre anni della logica; soltanto dopo questo periodo il candidato potrà essere ammesso allo studio della medicina. 
   Il corso di studi ha una durata di cinque anni, durante i quali dovranno essere letti i testi di Ippocrate e di Galeno. Lo studio sarà articolato sulla conoscenza delle nozioni tramandate da questi Autori e sulle acquisizioni pratiche derivanti dalla frequenza con i maestri. 
   Per la prima volta viene stabilito che la chirurgia deve essere insegnata come tutte le altre discipline, in più, per la durata di un anno, dovrà essere insegnata l’anatomia del corpo umano, per imparare le conoscenze indispensabili per potere eseguire le incisioni e la cura delle ferite. 
   Dalla particolareggiata articolazione di queste norme è possibile evincere l’estrema sensibilità del legislatore, che deriva anche dalla profonda convinzione delle difficoltà connesse con l’apprendimento di conoscenze indirette, traslate da verifiche molto approssimative. Prima di allora, infatti, lo studio dell’anatomia veniva effettuato sugli animali e, successivamente, le conoscenze acquisite venivano trasferite nell’ambito dell’organismo umano. 
   Con la nuova normativa viene introdotto l’obbligo della dissezione del corpo umano, in netta contrapposizione con quanto stabilito dalla Chiesa nel corso di diversi sinodi, mentre Bonifacio VIII il 18 febbraio del 1300 sentirà nuovamente il bisogno di limitare gli abusi esercitati sui feriti e sui cadaveri come, ad esempio, la bollitura dei corpi in Terrasanta prima del loro rimpatrio, con la bolla “De sepolturis... detestandae feritatis abusum”.
   Federico Il, con la legislazione emanata apre un consistente spiraglio per il soddisfacimento delle nuove esigenze nello studio, nella ricerca e nell’insegnamento in campo sanitario. A difesa del malato, dell’uomo sofferente, vengono stabiliti anche gli onorari e le punizioni per i medici che non rispettano la legge. Molto più gravi sono invece le pene previste per i medici che non controllano la validità e la correttezza delle preparazioni o che stipulano accordi di comparaggio con gli speziali, a fini di lucro. 
   Infine, il dispositivo per cui i poveri debbono ricevere le cure gratuitamente: quest’ultimo punto riveste notevole importanza quando si pensi che spesso le classi sociali meno privilegiate, per il loro stato di povertà, non potendo ricorrere alle cure dei medici ufficiali, erano facilmente indotte a consultare ciarlatani ed incompetenti che richiedevano un compenso meno oneroso o addirittura in natura.
   Con questa norma il sovrano intende porre argine al dilagare dei praticoni, offrendo ai poveri, nel contempo, le medesime opportunità concesse ai più abbienti: fruire dello stesso trattamento assistenziale e delle stesse cure.
   Federico Il completa così la regolamentazione dell’insegnamento e dell’esercizio della medicina. Le Constitutiones… hanno valore soltanto per il Regno di Sicilia; tuttavia, successivamente, eserciteranno un’influenza determinante per moltissime legislazioni sia dell’Impero che di altre nazioni e stati europei. Sulla strada aperta dai sovrani normanni, primo fra tutti Ruggero Il, Federico Il lascia una ulteriore impronta di governo illuminato, non soltanto frutto di quella cultura aperta e di quella personale istanza per la ricerca e per il sapere che ne hanno contrassegnato la personalità, ma anche patrimonio del suo particolare modo d’interpretare in maniera nuova le istanze fondamentali della società. 
   Accettando un confronto tra corte normanna e corte sveva è possibile cogliere, in quest’ultima, tutti i sintomi di progresso e le esigenze di rinnovamento che sono in perfetta sintonia con l’evoluzione storica, sociale e culturale dei tempi. In conclusione, l’analisi dello spirito delle leggi emanate dal sovrano svevo al fine di pervenire ad una adeguata regolamentazione della preparazione del medico e dell’esercizio della medicina, dimostra ancora una volta l’elevato livello della formazione intellettuale di Federico II e la grande apertura, non soltanto sua personale, bensì di tutta la corte, alle istanze sociali e culturali.

  NE Nouvelle Europe, 1nno XIII, n. 82/85, pag.101-107, Luxembourg, 1995.

 

ALCUNE NOTIZIE SULLE ORIGINI E SULLA CRESCITA DELL’UNIVERSITA’ DI PALERMO
Giuseppe Di Gesù

 

   "Dopo la soppressione dei Gesuiti la istruzione non ebbe quel rinnovamento che era da impromettersi. Dieci anni e più passarono senza un piano prestabilito di riforme, senza un concetto sicuro di ciò che convenisse sostituir proficuamente all'insegnamento che era venuto a mancare. Si sapeva quel che si era lasciato; non si sapeva quel che si dovesse prendere. Eppure ben altri erano stati i voti della Città nei secoli passati! Quando nella rivoluzione del 1647 il popolo palermitano, adunato nella chiesa di S. Giuseppe, avea presentato i Capitoli che per opera del Senato voleva concessi dal Viceré, non avea dimenticato quello a favore della istruzione, inteso ad ottenere che studi pubblici di tutte le professioni in loco ben visto alla città si aprissero, e la città ne scegliesse i maestri".
   Con queste espressioni Giuseppe Pitré inizia il XXV capitolo de "La vita in Palermo 100 e più anni fa". Egli ha così modo di esprimere il rammarico dell'uomo di cultura, particolarmente legato alla propria terra, che tuttavia non vede realizzati i progetti di valorizzazione del patrimonio culturale di fatto già presente nella città di Palermo, da diversi  secoli.
   Città comunque mortificata dai successivi dinieghi ricevuti dal sovrano nelle diverse occasioni in cui aveva presentato suppliche miranti alla istituzione di un Ateneo. Il mancato accoglimento di tali richieste derivava fondamentalmente dalla fiera opposizione della municipalità di Catania che considerava un grave torto la perdita delle prerogative del proprio Ateneo, di "Studio Generale dell'Isola".
   Continuando a scorrere le pagine del Pitré, si evidenziano altri motivi di attrito tra le due città. " Imperciocché è da sapere che se Catania aveva la prerogativa dell'insegnamento superiore e delle lauree, Palermo avea l'incarico dei concorsi alle cattedre di quella città: e di questo le sue commissioni esaminatrici con sottile astuzia si giovavano per regalare alla privilegiata Università i men degni maestri ", così come riferito dal De Cosmi.
   Intanto, a Palermo, a seguito dell'espulsione dei Gesuiti avvenuta il 20 novembre 1767, si presentava la necessità di surrogare la loro azione al fine di mantenere tutte le scuole precedentemente da loro gestite, se non altro, ai livelli culturali e di organizzazione da loro raggiunti.
   Ed in un primo tempo ciò avvenne con la attribuzione delle cattedre a nuovi maestri provenienti da diversi ordini ecclesiastici: Benedettino, Agostiniano, Domenicano e con la prosecuzione dell'insegnamento superiore nel Collegio che era stato dei Gesuiti.
   Il 5 marzo 1777 il Senato cittadino "rappresentante il Comune", inviava al sovrano una petizione molto ben articolata, supportata da concrete motivazioni, con la quale chiedeva la erezione in Palermo di una Università degli Studi. " E che vi si potessero conferire i gradi dottorali, non solo in filosofia e teologia, come usavasi presso l'Accademia dei Gesuiti, ma in tutte le scienze ".
   Successivamente, il 5 aprile 1778 i bracci Ecclesiastico e Demaniale, con il dissenso del Braccio militare, votavano una supplica a supporto della precedente richiesta che verrà inoltrata al sovrano alcuni mesi più tardi,il 10 agosto 1778.
   Finalmente, nell'anno 1779, le richieste del Senato palermitano venivano parzialmente accolte, con l'autorizzazione all'erezione di una Reale Accademia degli Studi, con il divieto però di conferire le lauree, al fine di non arrecare pregiudizio ai diritti ed alle prerogative dell'Ateneo di Catania.
   Gli studenti avrebbero potuto seguire alcuni corsi a Palermo, restando tuttavia sempre obbligatoria, per il conseguimento del titolo dottorale, la frequenza dell'ultimo triennio nello Studio Generale di Catania.
   In questo modo veniva ad essere soppresso, però, il privilegio, prima esistente ed esercitato dai Gesuiti, di conferire la laurea in filosofia e teologia. Grave perdita, questa, che avrebbe dato origine ad una persistente azione del Senato Palermitano, destinata ad ottenere la conferma del vecchio privilegio, patrimonio della città e non esclusivo dell'ordine dei Gesuiti.
   Al momento della sua istituzione ufficiale, l'insegnamento superiore a Palermo comprendeva tre facoltà alle quali afferivano venti cattedre, ordinate come segue:

I-Discipline Teologiche e legali: 1-Teologia dommatica, 2-Teologia morale, 3-Storia ecclesiastica e dei Concili,4-Istituzioni canoniche, 5-Diritto naturale e pubblico, 6-Istituzioni Civili, 7-Economia, agricoltura e commercio;

II-Discipline mediche: 8-Medicina pratica, 9-Medicina teoretica, 10-Chirurgia ed ostetricia, 11-Anatomia, 12-Chi-mica e farmaceutica, 13-Dissezioni anatomiche e chirurgia pratica;

 

III -Discipline filosofiche: 14-Matematiche, 15-Geometria ed algebra, 16-Geometria pratica, Architettura civile ed idraulica, 17-Fisica sperimentale, 18-Logica e metafisica, 19-Storia naturale e Botanica, 20-Lingua greca ed ebraica.

 

   Rispetto alle richieste avanzate dal  Senato cittadino, ed organicamente strutturate nella richiesta della Deputazione degli studi, esistono difformità che non riguardano soltanto il numero degli insegnamenti, ma anche il tipo di discipline non comprese tra quelle assegnate. In ogni caso, la mancata assegnazione di tredici, delle trentatré cattedre richieste; non può essere interpretata con motivazioni esclusivamente su base economica; per alcune di esse, ad esempio quelle di Pandette, di Diritto siculo, di Storia civile ed antichità greco-romana, sicula e diplomatica, e così via, esistono certamente motivazioni assai più importanti.
   Era d'altra parte indispensabile mantenere alcune delle peculiarità, proprie dell'Ateneo Catanese. per giustificare: da una parte, la limitazione imposta a Palermo nel conferimento dei gradi dottorali; dall'altra, la conservazione dell'obbligo di doversi recare a Catania per il conseguimento dei gradi dottorali.  Se fin dall'inizio l'Accademia Palermitana fosse stata attrezzata in modo completo, non vi sarebbero state giustificazioni, né valide motivazioni per il divieto al rilascio delle licenze dottorali. E d'altra parte, appare pienamente comprensibile il comportamento del sovrano che, pur di vincere l'opposizione del senato cittadino e dello Studio Generale Catanese, almeno inizialmente, ritenne di dover limitare le prerogative della nuova istituzione concessa, e fondata nella città di Palermo.
   In proposito, ed allo scopo di comprendere, al di là delle reali motivazioni politiche ed amministrative del governo, quali fossero i veri limiti e la reale disponibilità del Sovrano e dell'amministrazione nell'attuazione di questo disegno non ci si può sottrarre fin d'ora dall'enfatizzate due considerazioni.   La prima: innanzi tutto, che difficilmente la città di Palermo avrebbe accettato senza protestare l'abolizione del privilegio di conferire i gradi dottorali in Filosofia e Teologia, già da tempo esistente ed esercitato dai Gesuiti. Tanto più che il corpo di discipline insegnate nel corso di studi in Teologia e Filosofia di nuova istituzione risultava completo, consentendo il ripristino dell'insegnamento accademico ai medesimi livelli e con le stesse caratteristiche di quelle precedenti alla espulsione dei Gesuiti, tali quindi da consentire il conferimento della laurea. La seconda: dinnanzi all'assoluta indisponibilità del Sovrano, difficilmente la Reale Accademia Palermitana avrebbe potuto contare, se avesse posto con maggiore insistenza le sue richieste, su una futura collaborazione per l’attribuzione di altre cattedre, e particolarmente di quelle prima negate, e tuttavia indispensabili per il completamento ottimale dei diversi corsi di studio.
   In effetti, fin dall'anno successivo, ulteriori insegnamenti cominciarono ad aggiungersi: come quello di Disegno; mentre, a distanza d'un altro anno, venne concessa la cattedra di Pandette e Codice Giustinianeo, che era stata negata meno di 24 mesi prima.
   Tutto ciò dimostra la precisa volontà nel Sovrano: valorizzare con particolare gradualità gli Studi Superiori nella città di Palermo, adoperandosi in ogni modo per irritare meno possibile il Senato di Catania: di fatto, una volta che lo sviluppo naturale dell'Accademia avrebbe comportato l'acquisizione di determinate prerogative, l'ulteriore passo verso la trasformazione in Ateneo non avrebbe potuto più essere negato e, a questo punto, difficilmente Catania difficilmente avrebbe potuto opporsi.

   Né il Senato Palermitano si mostrava inerte dinnanzi a questa nuova opportunità che gli si presentava; piuttosto, senza alcuna esitazione, non esitava ad iniziare un contenzioso pressante per il riconoscimento del preesistente privilegio di conferire la laurea in Teologia e Filosofia, ponendo così le basi per le ulteriori concessioni.
   Il primo riconoscimento non tardava a giungere, accordato con il dispaccio del 5 aprile 1781. Meno di 8 mesi dopo, già dal 21 dicembre dello stesso anno,un altro dispaccio autorizzava gli studenti a seguire i corsi completi di Legge e Medicina a Palermo, abolendo l'obbligatorietà della frequenza dell'ultimo triennio a Catania. A questo punto era sufficiente l'attestazione di aver seguito con profitto i corsi completi di Medicina e Legge a Palermo per essere ammessi al conferimento della laurea nell'Ateneo Catanese.
   Intanto altre cattedre venivano autorizzate per il completamento dei Corsi già operanti: nel 1785 quella di lingua araba, l'anno successivo quelle di Eloquenza sublime, di Matematiche sublimi e di Astronomia; mentre Storia Naturale e Botanica, Agricoltura ed Economia, vengono sdoppiate. Nel 1789 veniva fondata la scuola di Diritto Siculo, e due anni dopo la Medicina Teorica veniva sdoppiata in Fisiologia e Patologia, mentre l'Anatomia teorica andava associata all'Anatomia pratica.
   A questo punto, l'Accademia Palermitana era pronta al grande salto che ne prevedeva la trasformazione in Ateneo Generale, dotato di tutte le prerogative ed i privilegi che ciò comportava, raggiungendo la totale autonomia dallo Studio di Catania.
   Con il dispaccio del 3 settembre 1805, il Sovrano disponeva il trasferimento dell'Accademia nel "vasto edifizio della Casa dei Padri Teatini di S. Giuseppe", e "In grazia della pubblica stima e considerazione che ... si è conciliata la Reale Accademia di Palermo, benemerita di tutto il Regno ...; S. M. si è degnata erigere ad Università di Studi la sudetta...".
   Ormai il patrimonio delle cattedre era considerevolmente accresciuto, e le diverse facoltà avevano acquisito una fisionomia nuova e più completa. I Regolamenti Generali per l'Università nuovamente eretta nella città di Palermo, pubblicati il 7 settembre 1805, tra l'altro, prevedevano la istituzione di quattro facoltà costituite come segue.

I-Facoltà Teologica: 1-Teologia dommatica, 2-Teologia morale, 3-Luoghi teologici, 4-Storia ecclesiastica;

II-Facoltà Legale: 5-Istituzioni di diritto naturale e delle genti, 6-Istituzioni di diritto pubblico siculo, 7-Istituzioni civili, 8-Pandette e Codice, 9-Diritto canonico;

III-Facoltà Medica: 10-Anatomia, 11-Fisiologia, 12-Patologia, 13-Chimica, 14-Botanica e materia medica, 15-Medicina pratica, 16-Chirurgia ed ostetricia.

IV-Facoltà Filosofica: 17-Eloquenza, poesia e letteratura latina, 18-Eloquenza, poesia e letteratura italiana, 19-Lingua greca, 20-Lingua araba, 21-Logica e metafisica, 22-Matematiche pure e sublimi, 23-Matematiche miste e sublimi, 24-Chimica, 25-Fisica sperimentale, 26-Storia naturale-mineralogia e zoologia, 27-Economia rurale e politica, 28 -Elementi di algebra e geometria, 29-Astronomia, 30-Disegno sul nudo, 31-architettura civile.

   Questo ordinamento dimostra la cospicua evoluzione degli studi superiori a Palermo rispetto, alla dotazione iniziale e giustifica ampiamente la trasformazione dell'Accademia in Regia Università.
   Evoluzione che continua costantemente, per tutto il secolo facendo sì che l'Ateneo di Palermo si trasformi in un punto di riferimento culturale di grande rilevanza nazionale ed internazionale. Il suo patrimonio si accresce sempre più di beni e di lasciti e vengono istituiti numerosi premi e donazioni.
   La nuova realtà degli Atenei isolani porta, in data 31 maggio 1840 all’emanazione dei nuovi "Regolamenti per le tre Università degli Studj di Sicilia".
   Intanto, le complesse vicende storiche susseguitesi nel meridione della Penisola, che avevano visto attivamente coinvolte, ed in prima persona, con grande partecipazione, le più illustri personalità dell'Ateneo Palermitano, avevano portato all'unificazione nazionale, talché anche le tre Università di Sicilia, nel 1860, durante il Ministero di Gregorio Ugdulena, adottarono le leggi sulla Pubblica Istruzione del Regno Piemontese, approvate nel corso del 1859.
   Nell'anno accademico 1886/87 operavano, nell'Università di Palermo, quattro Facoltà ed una Scuola d'applicazione per gli ingegneri: Giurisprudenza, Medicina e Chirurgia e Filosofia e Lettere sono dotate di 18 cattedre ciascuna; Scienze fisiche, matematiche e naturali è dotata di 34 cattedre; la Scuola per gli ingegneri di 16. L'Università di Palermo continuava a crescere e poteva ormai reggere il confronto con i più importanti Atenei nazionali.
   Tuttavia, non si erano ancora concretizzati i finanziamenti stabiliti con i provvedimenti ministeriali adottati dopo l'unificazione del Regno e che prevedevano l'erogazione di 6 milioni di lire per la "fondazione e l'ingrandimento dei gabinetti e laboratori dipendenti dalle Università dell'isola".
   In questo periodo storico, grandi personalità scientifiche ebbero modo di esercitare il loro insegnamento, formando nuove generazioni di giovani: da Gregorio Ugdulena a Stanislao Cannizzaro ed Emanuele Paternò; da Biagio Castaldi, fondatore dell'Anatomia Patologica, a Giuseppe Arcoleo, maestro di Clinica oculistica; da Carlo Maggiorani e Cesare Federici, grandi Clinici medici, a Giovanni Gorgone ed Enrico Albanese, altrettanto grandi Clinici chirurghi. Nell'insegnamento della Patologia generale si distinsero il Corradi e Luigi Tasca; in quello della Fisiologia, Michele Foderà, Girolamo Piccolo e Simone Fubini. Pietro Doderlein insegnava Zoologia ed Anatomia comparata; Augusto Righi, fisica; Simone Corleo, filosofia morale e filosofia teoretica; Giovan Battista Basile, Architetture tecnica e Composizione architettonica; Adolfo Holm Storia antica e moderna; Luigi Mercantini e Giuseppe Guerzoni, Letteratura italiana.
   Altre figure di non minore spessore scientifico, così come quelle precedentemente ricordate dal Sampolo, arricchirono la Facoltà di Scienze giuridiche: da Nicolò Musmeci, a Giuseppe Taranto ed Alessandro Paternostro.
   Proprio per far fronte in parte alle difficoltà economiche derivanti dai ritardi ormai cronicizzati delle erogazioni ministeriali, anche le Autorità Comunali e quelle Provinciali vollero contribuire alle notevoli spese dell'Ateneo Palermitano, che tanta necessità aveva di fondare nuovi stabilimenti e di ammodernarne altri destinati alla ricerca scientifica e ai nuovi insegnamenti: a tal fine deliberarono un finanziamento complessivo di 20.000 lire, da dividere equamente tra le due Amministrazioni.
   Il 22 novembre 1897, per la inaugurazione solenne dell'Anno Accademico, il Magnifico Rettore Arturo Marcacci, illustre docente di Fisiologia, ricordava due grandi personalità scomparse: Mariano Pantaleo, fondatore e Maestro di Clinica Ostetrica, e Nicolaus Kleinenberg, scienziato, cofondatore con Dohrn della Stazione zoologica Internazionale di Napoli, studioso e professore di zoologia a Palermo.
   Quindi, dopo aver comunicato che finalmente era giunto in porto il progetto di convenzione delle Cliniche Universitarie con l'Amministrazione dell'Ospedale cittadino, essendo stato firmato il protocollo d'intesa, che prevedeva un notevole miglioramento delle condizioni previste per l'esercizio dell'attività di insegnamento, poneva gli accenti sui gravi disagi in cui versava tutto l'Ateneo Palermitano per il ritardo oramai pluridecennale dei contributi stanziati per l'ammodernamento dell'Università e per la costruzione degli Istituti di cui v'era sempre più urgente bisogno. " Poco, pochissimo, abbiamo potuto fare anche in questo anno per i nostri luridi e cadenti locali Universitari; e la ragione sta principalmente in questo, che troppo è il da fare rapporto alle risorse che può fornire la meschinissima dotazione universitaria. Dal Governo, malgrado i miei sforzi, nulla o pochissimo ho potuto ottenere; ed anche il buon volere e la simpatia che l'attuale Ministro della P. I. ha dimostrato e dimostra verso la nostra Università, dovranno forse fatalmente infrangersi contro le esigenze del suo Collega del Tesoro, e contro una legge di ferro (15 luglio 1897) destinata ad arrestare qualunque slancio generoso di un ministro.
   Dopo questi insuccessi, ripetutisi per parecchi anni di seguito, mi pare ormai abbastanza provato che ben poco (almeno fino a che le condizioni del bilancio dello stato rimangano quali sono) noi dobbiamo sperare da parte del Governo. E perché allora, mi direte, le due prime Università del Regno, Napoli e Torino, (e cito solo le maggiori) hanno tanto ottenuto dal Governo per i loro edifizi universitari ? La risposta è facile: provincie e comuni, istituti bancari cittadini, stretti in potente consorzio, hanno cominciato con lo stanziare somme ingenti in favore del loro massimo istituto d'istruzione, e col chieder poi al governo centrale il suo contributo: questo, quasi ad onorare sì nobile slancio, ha concesso quel che gli si chiedeva. Il merito dell'iniziativa, e dello sforzo finanziario massimo, rimane tutto, o quasi tutto, agli enti locali uniti in consorzio.  E questo sforzo non è che in parte la conseguenza delle buone amministrazioni locali, ma piuttosto della grandissima considerazione in cui, in quelle città, vien tenuta l'Università... .Perché Palermo non può fare altrettanto? Signori rappresentanti del Comune e della Provincia, Signori che sopraintendete ai nostri massimi Istituti cittadini, e che ci avete onorati oggi della vostra presenza, la domanda è rivolta a Voi..."
   Rileggere oggi queste righe risulta di tanto interesse, le espressioni del Marcacci rappresentano condizioni ben precise di politica universitaria e di amministrazione centrale e periferica che, a distanza di un secolo, possono essere ritenute, purtroppo, ancora attuali, a dimostrazione del fatto che esse, quando si verificano, costituiscono comunque la chiara espressione di un grave stato di sofferenza della politica e della amministrazione. Oggi, alle soglie del terzo millennio, queste stesse espressioni potrebbero a ben ragione rappresentare, tenuto conto dei dovuti raffronti, lo stato attuale di una gran parte dell'Università.
   Altro aspetto di sicuro interesse è quello strettamente legato ai problemi dell'Autonomia Universitaria, problemi anch'essi attuali; problemi di oggi come problemi di ieri.
   Quasi un secolo fa, l'Ateneo Palermitano esprimeva, con le parole del Magnifico Rettore, Prof. Giuseppe Gugino, le perplessità ed i timori che attraversavano tutto il mondo accademico in previsione della nuova legge sulla Autonomia universitaria.
   "nello inaugurarsi la nuova sessione legislativa l'augusta parola del Sovrano annunziava testé al Paese essere oramai maturo il concetto dell'autonomia delle Università, e che sarebbe stato presentato alla Camera dei Deputati il progetto per attuarlo. E questo fu in effetti il primo ad esser presentato e trovasi già alla discussione degli Uffici.
    Se maturo è il concetto sarà ugualmente matura la coscienza dei mezzi necessari e idonei per una vita autonoma, rigogliosa e promittente per l'avvenire ?
   E' maturo il concetto della nuova lotta per l'esistenza, che si schiude tra le Università italiane, in cui le deboli rimarranno soffocate e soppresse; tale coscienza è vivissima in tutti gli organismi universitari. Ma è del pari destata nel petto dei comuni e delle provincie, a cui ormai incomberà di pensare alle sorti dei loro Atenei, se vogliono che questi grandi focolai della vita e della cultura intellettuale risplendano sempre ?"
   Proprio in previsione dei grandi problemi derivanti dall'attuazione del progetto di Autonomia, il Corpo Accademico presentava un "Memoriale della Regia Università per i soi interessi in rapporto all'autonomia universitaria" nel quale, in quattro punti, richiede: l'iscrizione a bilancio dello Stato del credito di 3.000.000 di lire, come previsto dal decreto del 19 ottobre 1860 n. 274: l'adeguamento delle retribuzioni al personale, come previsto dal decreto n. 263 del 17 ottobre 1860, che trasferiva alla Sicilia la legge sulla P.I. promulgata a Torino il 13 novembre 1859; una serie di provvedimenti per l'assegnazione e modifica di cattedre, in ottemperanza ai decreti su citati; la parificazione della Scuola di applicazione di Palermo con quella di Torino.
   Anche in questo caso non destano particolare meraviglia le reazioni del corpo accademico, derivanti dallo stato di incertezza economica che avrebbe potuto verificarsi nella nuova condizione di autonomia; le stesse incertezze e preoccupazioni che anche oggi, come oggi, attraversano questa Facoltà Medica, proprio in previsione del completamento del progetto di autonomia che si va perfezionando ai giorni nostri.
   Di fatto bisognerà attendere i primi anni del nuovo secolo per vedere sorgere le prime nuove strutture destinate all'insegnamento della Patologia Generale (1903) e della Fisiologia (1909). Soltanto in questi anni si riusciva a sbloccare infatti una prima parte del finanziamento del 1860 e si dava il via, progressivamente, alla costruzione dei numerosi Istituti nelle varie Facoltà.
   A questo punto, descrivere dettagliatamente i tempi, le modalità ed i tipi di intervento programmato per la costruzione degli Istituti e dei Laboratori costruiti, in funzione dei finanziamenti successivamente erogati, costituirebbe una lunga e tediosa elencazione.
  E’ sufficiente ricordare come, in tempi successivi, sono sorti gli Istituti di via Archirafi, la Clinica delle Malattie Nervose e mentali, il complesso del Policlinico.
   La costruzione di quest'ultimo ha preso origine dalla legge n. 886 del 6 maggio 1926, modificata dal D.L.in data 9 agosto 1926, successivamente convertito in legge il 9 giugno  1927, n. 1277. Il progetto prevedeva la realizzazione delle Cliniche: Medica, Chirurgica, Ostretico-Ginecologica, Oftalmica, Dermosifilopatica, e degli Istituti di Patologia Medica e Chirurgica, di Medicina Legale, di Farmacologia, di Anatomia Umana normale e Patologica. In seguito venivano comprese anche le Cliniche Ortopedica ed Otorinolaringoiatrica; mentre costituisce storia recente, la nascita dell'Istituto di Radiologia e della Clinica Urologica, ed i successivi ampliamenti effettuati per adeguare le recettività delle strutture alle sempre crescenti esigenze didattiche, scientifiche ed assistenziali.
   Il successivo grande impegno dell'Ateneo Palermitano ha cominciato a realizzarsi con l'acquisizione di una vasta area edilizia da destinare a città Universitaria, nel viale delle Scienze. In questa sono state realizzate strutture destinate all'insegnamento delle Facoltà umanistiche, dell’Economia, dell'Ingegneria, dell'Agronomia. Successivamente è stata completata la costruzione del Dipartimento di Scienze di Biologia cellulare, e così via.
   Questa è storia degli ultimi quarant'anni; storia di oggi, le vicende della quale sono abbastanza conosciute e talvolta criticabili, in quanto espressione, di quegli aspetti poco edificanti e purtroppo ricorrenti di costante ed eccessiva burocratizzazione, di risvolti politici e clientelari non sempre trasparenti, presenti ovunque nella società in cui viviamo. Tutto ciò ha fatto sì che alcune strutture siano state privilegiate, rispetto ad altre, e spesso, sono state proprio le prime a lamentarsi di eccessivo abbandono e poca cura.
   Comunque ed in buona sostanza, tutte queste vicende non hanno impedito che l'Ateneo Palermitano maturasse e crescesse producendo progressi scientifici e culturali prestigiosi, ben paragonabili a quelli conseguiti dalle altre Università nazionali e straniere: le diverse Facoltà dell’Ateneo possono reggere il confronto con tutte le altre.
   In particolare, per quel che riguarda la Facoltà medica, che tra l’altro è anche da me ben conosciuta in quanto ad essa afferisce la cattedra da me diretta, mi si consenta di affermare che oggi essa ha raggiunto elevati livelli nella ricerca scientifica, nell’attività d’insegnamento e nell’erogazione di Assistenza.
   Tutto ciò in un particolare momento storico caratterizzato dal costante deficit di risorse economiche e, conseguentemente, anche umane.
   Tali difficoltà si presentano in un momento particolarmente delicato per l'Ateneo tutto, in rapporto all'attuazione ormai indifferibile dell'Autonomia universitaria: a distanza di quasi un secolo, le problematiche sono sempre le stesse.
   In particolare, la Facoltà medica subirà anche l’aggressione della “Aziendalizzazione”. Ancora oggi i particolari di questo processo non sono ben chiari, ma già si parla di processi di ristrutturazione e di riconversione assistenziale. Ascoltando questi termini emergono molte perplessità e non minori preoccupazioni. A questo punto un solo augurio è possibile: che qualsiasi cosa si decida, ciò si faccia privilegiando alcune priorità come la ricerca scientifica, l’assistenza ai malati, il rispetto dell’autonomia universitaria, per evitare che anche l’Ateneo possa diventare territorio di conquista della politica e del clientelismo. Se ciò dovesse malauguratamente avvenire, costituirebbe l’inizio della fine di una storia di quasi due secoli di conquiste e di successi.

Palermo, 1994

 

RADICI MULTIETNICHE NELL’INSEGNAMENTO E NELL’ESERCIZIO
DELL’ ARTE SANITARIA IN SICILIA.

G. Di Gesù 

   Fin dalle origini, il pensiero e l’azione dell’uomo razionale sono stati indirizzati all’interpretazione dei fenomeni naturali, utilizzando metodologie operative diverse, in alcuni casi molto elementari, in altre occasioni addirittura pionieristiche, e tuttavia sempre supportate da un elaborato intellettuale che, pur se variamente condivisibile, si è dimostrato coerente con i canoni culturali del momento storico di riferimento, risultando consono al patrimonio delle conoscenze specifiche acquisite nell’ambito dei paradigmi scientifici vigenti. In altre parole, si può affermare che il pensiero scientifico ha origine con l’uomo razionale e, da quel momento in poi, percorre strade sempre più ardite ed imprevedibili, segnate sempre e comunque nel contesto della più intrigante speculazione logica razionale.
   Gli itinerari della medicina, invece, si sono da sempre snodati attraverso percorsi più ampi, assai diversificati ed a volte molto eterogenei, nell’ambito dei quali sono state da sempre proiettate le paure, le ansie e le incertezze sia dei medici che dei malati. Proprio la coscienza della malattia e delle sue conseguenze, insieme con la paura della sofferenza e della morte, hanno contribuito a creare nell’uomo l’esigenza primaria di immaginare e di definire due verità dogmatiche: la prima, consistente nella possibilità di guarire dalle malattie utilizzando i mezzi offerti dalla natura per curare il corpo con il ricorso, ove necessario, all’aiuto di Entità superiori onnipotenti; la seconda, il postulato dell’esistenza di un luogo soprannaturale, destinato all’uomo che ha completato la sua vita su questo mondo, perfettamente immaginato e definito, nelle dimensioni e nelle prerogative fondamentali anche come sede di riconoscimento del meritato compenso o dell’eterna sofferenza a seconda del tipo di azioni compiute durante la vita terrena.
   Un processo creativo comune a molte configurazioni antropologiche identificate ed analizzate che, oltre alla fervida immaginazione, dimostra l’ineludibile esigenza, per l’uomo e per la società, di confidare nella sfera del soprannaturale. Un processo che difficilmente avrebbe avuto modo di compiersi se non coniugando armonicamente il bisogno della religione con i principi della filosofia naturale.
   All’interno di questa realtà culturale, un ruolo primario va riservato all’intervento dell’uomo in sinergia con il volere della divinità: autore di tale intervento è quindi il medico, sacerdote, filosofo, pur esistendo ben altre figure in grado di mediare il volere degli dei o di indirizzare le forze della natura: i maghi, gli astrologi, gli sciamani.
   Le società primitive sono appagate per essere riuscite ad individuare e strutturare questo immenso patrimonio: possono trarre da esso la forza e le sicurezze necessarie per la loro crescita ed evoluzione.
   Ecco perché, da sempre, la società ha attribuito alla figura del medico una valenza di sacralità e compiti così rilevanti da richiedere anche l’ispirazione, il consiglio ed il soccorso da parte delle grandi potenze ultraterrene identificate, di volta in volta, nelle diverse divinità pagane o nella figura del Dio delle grandi religioni monoteiste: egli assume il ruolo di mediatore tra due mondi, il mondo degli dei ed il mondo degli uomini. Da questo momento in poi, macrocosmo e microcosmo possono intrattenere un dialogo profondo e produttivo: i contenuti di questo dialogo riguardano i grandi temi spirituali di un mondo che risulta inaccessibile ai sensi dell’uomo, riguardano le idee, i noumeni e costituiscono per l’uomo una realtà profonda, che contiene tutto il bagaglio delle aspirazioni spirituali dell’uomo e che entrerà di diritto nel mondo della metafisica. Una realtà che si pone in modo del tutto differente da quella solitamente percepita, la realtà di tutti i giorni.
   Questa invece, rappresentata dal mondo naturale vissuto e sofferto giorno dopo giorno, dall’insieme delle sue complesse vicende, dalle inimmaginabili e numerose espressioni della natura spesso incomprensibili per i sensi e l’intelletto dell’uomo, dovrà essere ancora osservata, studiata, compresa, e tramandata alle generazioni future. E quando sarà impossibile interpretarne gli intimi fenomeni, il ricorso al mito costituirà un’efficace supplenza alla carenza delle conoscenze scientifiche.      Proprio in una realtà culturale come questa trovano posto le motivazioni che spiegano la tradizione mitologica della medicina e delle arti sanitarie. Da Asclepiade in poi, nella figura del medico confluiscono i poteri di razionalità, di sapienza, di spiritualità consoni alle connotazioni antropologiche e culturali del raggruppamento etnico coevo, nell’ambito del quale egli si trova ad operare. Così, di volta in volta, egli finisce col rappresentare il filosofo, il sacerdote, lo sciamano, il ricercatore; nel corso d’un interminabile processo evolutivo che, nel suo difficile e a volte tormentato divenire, trasfigura la definizione e l’immagine del medico dalla primitiva concezione mitologica all’attuale emblema dello scienziato, arbitro ed unico interprete del razionalismo scientifico.
   Tali brevi considerazioni sono utili anche a comprendere le motivazioni per cui le arti sanitarie in genere e la medicina, che le comprende, siano potute emergere e si siano delineate sui bisogni primordiali delle società che le hanno espresse; si siano uniformate alle istanze religiose imperanti; si siano ispirate e si continuino ad ispirare ai principi etici originari. Esse rappresentano comunque un valore di certezza ed un punto di forza del contesto antropologico e sociologico nel quale risultano inserite.
   A dimostrazione della sua origine ancestrale, qualsiasi analisi antropologica di tale fenomeno può essere supportata sia dalla teoria funzionalistica del mito tanta cara a Malinowski, quanto dalla più recente ed accattivante teoria strutturalistica proposta da Levi Strauss: ci si trova obbligati in ogni caso a definire un percorso intellettuale alla fine del quale emerge il valore simbolico del medico e della medicina.
   Un valore simbolico che, nel suo significato più coinvolgente, oggi più che mai si dimostra presente e profondamente radicato nell’immaginario collettivo, proprio nel momento in cui le più avanzate tecnologie e le acquisizioni scientifiche attuali consentono di sognare sempre la guarigione dalle malattie, immaginando straordinari scenari per il prossimo futuro.
   La figura del medico, il ruolo della medicina e delle arti sanitarie nella società, sono profondamente inscritti nella matrice genetica che informa l’inconscio soggettivo e l’inconscio collettivo, finendo con il rappresentare dei veri e propri “archètipi” sia nel significato proprio, platonico e neoplatonico del termine; sia nel senso più ampio ed attuale caro a Jung che ne ha definito i termini come rappresentazione chiaramente documentata ed universalmente recepita di un’esperienza compiuta dall’umanità nel corso della sua storia e della sua evoluzione, e che si configura in un momento di sintesi dialettica tra coscienza ed inconscio.
   Sulla base di tali premesse, la medicina è tenuta ad offrire alla società risposte adeguate ed efficaci, capaci di migliorare la qualità della vita e di sconfiggere lo stato di malattia: compito quest’ultimo non sempre facile, nel quale si compendiano tutte le problematiche insite nell’esercizio della professione medica. Infatti, a fronte di una ormai inveterata codificazione comportamentale del modo di porsi nei confronti del malato e del modus operandi durante la gestione della malattia, un ruolo determinante viene esercitato dall’intima formazione umana, oltre che culturale del medico.
   La capacità espressiva del medico ed il suo patrimonio scientifico, i caratteri e gli artifizi del suo intervento operativo, vengono filtrati ed improntati, di volta in volta, dalle caratteristiche della sua personalità e del suo carattere. Esse sono in grado di conferire un segno peculiare al suo intervento sanitario: in questo modo, dall’insieme degli elementi emergenti nel corso della sua azione e valutabili in rapporto con le metodologie adottate ed con il raggiungimento dell’obiettivo prefissato, si forma il concetto generico di professionalità. La ricerca di una professionalità medica sempre più qualificata non rappresenta solo un’esigenza della società, alla quale è devoluto il compito-dovere di garantire ai cittadini le migliori cure e la conservazione dello stato di buona salute; rappresenta anche l’obiettivo primario del medico che trova proprio in essa la certezza nelle proprie determinazioni, indispensabile a rendere convalidate e percorribili le scelte operate.
   La comunità sociale, da parte sua, accoglie con fiducia questa figura e ripone in essa tutte le sue speranze, indirizzate a fronteggiare gli accidenti naturali responsabili della comparsa di una malattia: per l’inconscio popolare il medico rappresenta l’unico riferimento valido per fronteggiare i mali di questo mondo; dinnanzi all’insuccesso, l’unica alternativa percorribile consiste nel rivolgersi, direttamente o con intervento mediato, alle entità soprannaturali, che detengono ogni potere e rappresentano l’unica fonte di qualsiasi prodigio.
   La figura originaria del medico si forma ed opera nell’ambito di queste istanze, impegnando tutte le risorse disponibili proprio per ridurre quanto più possibile lo spazio necessariamente destinato ai prodigi; tuttavia, pur nella coscienza della propria preparazione culturale e professionale, nessuno meglio di lui sa che i mezzi di cui dispone sono assai limitati. Per questo decide di condividere una parte delle proprie responsabilità con il mondo soprannaturale; anche perché in questo modo riesce ad educare la società che lo circonda all’eventualità dell’insuccesso: l’ineluttabilità di un’evoluzione infausta della malattia deve risultare accettabile per tutti, senza che necessariamente se ne debba attribuire la responsabilità al medico.
   In questo modo, nel nuovo rapporto che si viene a costituire tra le parti, si riesce finalmente a configurare una nuova condizione d’equilibrio accettabile sia da parte del medico che da parte della comunità: e tuttavia continuano ad essere presenti e ad operare, su entrambi i fronti, espressioni culturali proprie di minoranze diverse, che non hanno fiducia della medicina ufficiale. Essi si rivolgono soltanto a chi è in grado di proporsi come autore di prodigi o come interprete dei misteri della magia naturale. Così, ai rappresentanti della medicina ufficiale si cominciano ad affiancare figure alternative: esse sostengono di conoscere metodi di cura più efficaci dei tradizionali; dichiarano di saper confezionare medicine la cui composizione segreta è frutto di secoli d’esperienza; sono sempre pronti a cogliere l’ingenuità popolare, reclamando la loro capacità di praticare o d’invocare prodigi. Diversa è la posizione ufficiale nei confronti dei miracoli, ai quali appare doveroso ricorrere quando risulti necessario, purché l’interprete della volontà divina risulti qualificato a mediarli. In questo caso è il volere di Dio che si compie. I miracoli però possono essere delegati soltanto ai santi e alle grandi personalità cui Dio ha affidato le sorti dei popoli con l’intervento della Chiesa: questi personaggi sono rappresentati dai sovrani cattolici e dai vescovi guerrieri, difensori della fede cristiana a costo della loro vita e dei loro beni. 
   Nella medicina medioevale esempi di questo genere sono quanto mai diffusi e la descrizione d’innumerevoli episodi simili fa parte delle cronache e della storiografia dell’epoca. 
   Altre forme particolari di esercizio delle arti sanitarie sono quelle da tanto tempo radicate all’interno di famiglie che da sempre le hanno esercitate con successo, acquisendo in tali campi particolare prestigio e consenso: la cura della calcolosi vescicole con “il taglio della pietra”, l’assistenza al parto in alcuni casi complicati, la cura della rabbia e così via. Interventi sanitari quindi, comprendenti anche complessi interventi chirurgici e l’applicazione di tecniche operatorie perfezionate durante lunghe e reiterate esperienze familiari. In altri casi erano proprio le caratteristiche del luogo di nascita o delle famiglie di provenienza a conferire il potere di sconfiggere alcune malattie. 
   All’alba del secondo millennio sono queste le condizioni all’interno delle quali viene esercitata la medicina; mentre risultano del tutto assenti, o assai carenti, le regole adottate, sancite e rispettate per la formazione della professionalità sanitaria e per la pratica della medicina. 
   E’ proprio in questo momento storico, nella città di Palermo, alla corte normanna di Ruggero II che per la prima volta si pone il problema di mettere un freno all’esercizio indiscriminato delle arti sanitarie da parte di numerose categorie di addetti al settore, molti dei quali erano soltanto esperti truffatori che ingannavano il popolo mirando al solo arricchimento personale. La loro appartenenza era varia: alcuni erano laici, altri facevano parte del mondo clericale, ed in alcuni casi rivestivano cariche elevate e di grande responsabilità. Anche per tale motivo la Curia Romana proibì nel corso di numerosi “Concilii”, come venivano definiti all’epoca i Sinodi, l’esercizio della medicina da parte di chierici e di monaci imbroglioni che, attratti da facili possibilità di guadagno, non esitavano a ricorrere anche alle pratiche di stregoneria e di magia suscitando numerosi scandali. Basti pensare che dal 1119 al 1179 ber ben otto volte si ebbe un pronunciamento in tal senso da parte dei vescovi riuniti in altrettanti sinodi.
   Per questi motivi, nel 1140, nei Capitoli sanzionati durante il Consiglio di Ariani il Sovrano stabilisce che nessuno può esercitare la professione di medico se prima non è stato esaminato dagli Ufficiali della corona e dichiarato abile. Da questo momento in poi, chiunque vorrà esercitare la professione di medico dovrà formarsi nella Scuola Medica Salernitana. L’unica Scuola medica del mondo occidentale, nella quale vanno a formarsi le personalità di maggior spicco di tutta Europa, e tra questi dev’essere qui ricordata la figura di Eugenio de Corbeil che, nell’Università di Montpellier appena fondata, pretese fossero adottati i metodi di insegnamento vigenti a Salerno.
   Nella Scuola di Salerno aveva avuto modo di formarsi un importante patrimonio culturale che comprende il sapere classico arricchito delle conoscenze acquisite dal mondo islamico e dalla civiltà ebraica. Anche a Salerno però l’anatomia si studiava ancora mediante la dissezione dei maiali. La Curia Romana aveva vietato da tempo la dissezione dei cadaveri nei paesi occidentali, così come si era verificato nel mondo islamico.
   Ed ancora quest’atteggiamento sarebbe stato ribadito con l’enciclica “Ecclesia abhorret a sanguine” e con la bolla promulgata da Bonifacio VIII nel 1299; “De Sepulturum…abusu”.
  Questo atteggiamento condiviso per diversi secoli dalle grandi religioni monoteiste spiega una delle cause principali del mancato progresso nell’acquisizione di nuove conoscenze sia nell’ambito dell’anatomia che della chirurgia; bisognerà aspettare fino al XV secolo, quando il Pontefice Sisto IV consentirà finalmente lo svolgimento dell’attività settoria sui cadaveri, dopo aver richiesto, comunque e di volta in volta, il permesso all’autorità ecclesiastica.
   In tutto questo periodo l’attività chirurgica resterà limitata al trattamento delle ferite, dei traumi e delle ernie, alla cura della calcolosi vescicale, “il male della pietra”, e dei voluminosi gozzi, alla trapanazione cranica. Un ruolo ben definito continueranno ad avere anche le pratiche di assistenza al parto e l’esecuzione del parto cesareo, tecniche affidate sempre ai componenti di determinati nuclei familiari, rinomati per la loro particolare perizia acquisita nel corso di esperienze durate per diverse generazioni, e che, in determinate occasioni, erano chiamati ad operare anche nelle corti regali.
   L’incontro tra la cultura medica occidentale e sapere medico islamico determina la comparsa di nuovi e più maturi atteggiamenti, tendenti a spiegare le motivazioni di alcune azioni chirurgiche: un esempio si può riscontrare nella definizione di salasso formulata prima e dopo aver conosciuto il Canone di Avicenna: la concezione tradizionale di “flebotomia est vene recta incisio et sanguinis emissio” si trasforma così in “Flebotomia est evacuatio universalis que multitudinem evacuat”. Un contributo ulteriore allo sviluppo delle conoscenze ed alla diffusione del sapere chirurgico si deve all’opera di Albucasis. In ogni caso, il più importante trattato di chirurgia del XIII secolo resta l’opera di Teodorico Borgognoni: in esso si trovano raccolte le dottrine di Galeno, Avicenna, Almansor, Albucasis ed altri Autori, interpreti e custodi delle conoscenze tramandate dal periodo classico.
   Il trattato di Teodorico, compilato a Roma, è conosciuto in tutti i paesi europei, in particolare nella Spagna e nel regno di Sicilia.
   La città di Salerno, con la sua Scuola, rappresenta il più prestigioso centro esistente in Europa per l’insegnamento e l’esercizio della medicina; conta almeno tre secoli di attività; l’Università di Montpellier è stata appena fondata ed Egidio de Corbeille, archiatra di Filippo Augusto, s’impegna per introdurre a Montpellier il metodo di studio e d’insegnamento di Salerno, rammaricandosi per il metodo adottato in Francia, “troppo succinto, eccessivamente dialettico, scarsamente connesso e coordinato con la philosophia nel suo complesso”.
   Palermo, sede prima del regno Normanno, quindi di quello Svevo, ospita una corte cosmopolita, all’interno della quale la cultura del cristianesimo medioevale può agevolmente convivere con il patrimonio culturale islamico, ebraico e bizantino. In questo ambiente si promuove lo sviluppo e lo studio delle lettere delle scienze e delle arti: vengono altresì redatte le leggi che dovranno regolamentare la formazione del medico e l’esercizio della medicina e della chirurgia.
   Il periodo di maggiore splendore della Scuola Salernitana, si colloca tra XI e XIV secolo, quello stesso tempo durante il quale, in diverse aree dell’Europa occidentale cominciavano ad emergere e a manifestarsi nuove ideologie e nuove esigenze culturali. In proposito appaiono perfettamente condivisibili le idee di un grande storico del medioevo, Friedrich Heer, che così si esprime: “In questo periodo l’Europa attraversa mutamenti di grande rilievo. L’Europa del pieno XII secolo è per molti aspetti un’Europa aperta”. “Quest’Europa aperta del XII secolo si getta piena di curiosità e di sete di sapere sui tesori spirituali e culturali che l’Islam arabo può offrire. Sono i tesori spirituali dell’antichità greca, accresciuti delle interpretazioni e dei commenti che ne avevano dato gli studiosi islamici del vicino oriente e delle regioni mediterranee, che costituivano un grande e vario regno della cultura dalla Persia e da Samarcanda, attraverso Baghdad e Palermo, fino a Toledo. Traduzioni, versioni degli scritti filosofici e scientifici lasciati da Platone, da Aristotele e dai loro scolari e seguaci sono trasmessi all’Europa occidentale da dotti e commentatori islamici ed ebrei; oltre alla Spagna, ampie zone di mediazione e d’incontro sono la Francia meridionale, l’Italia meridionale con la Sicilia”.
   “Cultura aperta: un ceto colto, sempre più esteso, di giovani chierici delle scuole cattedrali francesi e tedesche e delle scuole municipali italiane accolgono con curiosità, giovanile vigore e spregiudicatezza numerosi elementi dell’antichità pagana e del mondo orientale non cristiano, che poi vengono intessuti nella tela variopinta dell’umanesimo di Chartres, ma anche in quella del colto mondo cortese del regno angioino”.
   Il pensiero così bene delineato dallo Heer è un pensiero composito, maturato nel corso di un lungo periodo di confronto, di analisi e di sintesi che aveva seguito strade, per certi versi parallele, nel mondo cristiano e nel mondo islamico e nel mondo ebraico. In entrambe queste due dimensioni, la ricerca di nuovi percorsi scientifici e l’acquisizione reciproca delle diverse conoscenze, aveva ancora di più accentuato il divario tra teologia e filosofia.
   Di contro, questa nuova “religiosità aperta”, largamente diffusa, consente ora un ampio confronto tra mondi e culture, anche assai lontani tra loro, con ben pochi pregiudizi e tanta spregiudicatezza.
   Tuttavia, queste posizioni continuano a confliggere con quelle tradizionalmente più radicali: i più grandi filosofi di questo periodo storico sentono profondamente il loro ruolo di mediazione tra scienza e religione, sia nell’area cristiana, che nella culla della cultura islamica.
   A Bagdad, prima Al Kindi, successivamente Al Farabi, si propongono di unificare il pensiero di Aristotele con quello di Platone; il secondo, in particolare, suggersce un’interpretazione simbolica della religione, subordinandola alla speculazione filosofica: il loro platonismo appare tuttavia profondamente permeato delle idee di Plotino e di Porfirio, con riferimenti fondamentali al neoplatonismo della scuola alessandrina. Ad essi, si ispirerà successivamente il pensiero dei più grandi pensatori islamici, da Avicenna ad Averroè.
   Medici e filosofi ebrei, nello stesso periodo storico, elaborano in autonomia un altro pensiero, che si concretizza, alla fine, con una visione sincretistica delle filosofie precedenti: da Isaac Medicus a Saadja ben Joseph, viene sempre rivendicato il primato della verità rivelata sulla logica razionale, anche se il grande valore della filosofia non è assolutamente contestato. Nel loro pensiero i principi fondamentali del neoplatonismo sono accettati, purchè non inficino le tesi fondamentali della religione ebraica. Anche nel pensiero di Maimonide, la filosofia aristotelica, filtrata delle interpretazioni arabe non sempre accettabili e di quelle a volte stantie dell’ebraismo e del neoplatonismo, viene rivalutata nell’ ambizioso proposito di conciliare la verità rivelata con la verità razionale.
   Al contempo, in tutti i centri culturali più avanzati dell’occidente, emergono e si manifestano i segni inequivocabili delle nuove aspirazioni dell’uomo di cultura che, ora, si trova ad operare nelle corti “aperte” di sovrani dediti alla promozione della letteratura, delle arti e delle scienze.
   Poitou, Aquitania e Provenza diventano la culla di una nuova corrente culturale e letteraria: nasce la poesia dei trovieri, si diffonde la letteratura cortese, sorgono le corti d’amore. Nuove ed originali dimensioni intellettuali, addirittura impensabili fino a qualche anno prima.
   Una cultura propugnata, voluta e difesa da Eleonora d’Aquitania. Una cultura che ben presto si diffonde nella Francia, nell’Isola Britannica e nel Regno di Sicilia. Eleonora è sposa, prima del sovrano di Francia, successivamente del sovrano d’Inghilterra, sarà la madre di Riccardo Cuor di Leone. Al seguito della I crociata, scoprirà le radici della cultura araba ed insieme gli usi, i costumi e la speculazione filosofica orientale: le sue corti d’amore, prima in Francia, quindi in Inghilterra, saranno sempre aperte ai trovatori ed ai cantori dell’amor cortese. La sua figlia più giovane, Giovanna, raggiungerà la Sicilia, accompagnata da un centinaio di cavalieri e di dame francesi, per sposare Guglielmo II. In questa terra, a Palermo, avrà modo di trasferire non soltanto i temi letterari della cultura cortese e della poesia provenzale, ma anche quelli della letteratura epica contenuti nell’epopea cantata nella “Chanson de Roland”; temi che penetrano profondamente nella coscienza popolare, e dai quali prenderà corpo l’accattivante mondo dell’ “Opera dei pupi”.
   Nello stesso periodo storico, neanche le manifestazioni dell’arte riescono a sottrarsi ai nuovi paradigmi culturali che hanno ormai profondamente pervaso gli ambienti intellettuali più avanzati e spregiudicati della corte normanna: alchimia, simbolismo, ermetismo, concezione neoplatonica dell’uomo e dell’universo, interpretazione in chiave alchemica della filosofia naturale, traspaiono palesemente dall’iconografia delle decorazioni musive composte dalle maestranze che portano a compimento le più grandi testimonianze artistiche di questo tempo: il duomo di Monreale, la Cappella di Palazzo, il duomo di Cefalù.
   Questa nuova dimensione culturale continua a pervadere persistentemente gli ambienti intellettuali del mondo occidentale colto ed a radicarsi in esso; nello stesso tempo pone alla Chiesa nuove problematiche interpretative della dottrina, al fine di elaborare canoni più adeguati per il governo e la gestione della scienza nei nuovi contesti sociali: infatti le aperture ideologiche osservate nel campo della letteratura e dell’arte si manifestano anche in ambito più squisitamente scientifico, con la scoperta di nuove ed accattivanti dottrine, provenienti anch’esse dal medio-oriente, basate sui principi fondanti del neoplatonismo alessandrino e del pensiero alchemico. Dottrine che riscontrano interesse e successo impensabile, venendo accolte e recepite nella loro globalità.
   In campo medico poi, la coscienza dei limiti della propria preparazione culturale e le frustrazioni derivanti dai frequenti insuccessi, costituiscono ulteriori motivazioni per la ricerca di nuove vie, di strade alternative, di nuove impostazioni concettuali e di metodiche operative diverse da quelle usuali; tutto ciò comporta necessariamente l’accettazione non solo di una filosofia nuova rispetto a quella tradizionale, ma anche l’acquisizione di un nuovo metodo, di un costrutto logico-razionale e scientifico originale, che ne possa costituire la struttura portante.
   Spesso, questo costrutto è comune al pensiero islamico, ebreo, alessandrino e deve confrontarsi con la realtà culturale tradizionale, rappresentata dal pensiero scolastico.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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