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PROFESSORE GIUSEPPE DI GESU'
SITO DEDICATO ALLE SCIENZE CHIRURGICHE
Chirurgia Generale - Fisiopatologia Chirurgica
Storia della Medicina 
BIOGRAFIE
Indice dei nomi

1-Giovanni Gorgone.
2-Nicolò Castellana.
3-Enrico Albanese.
4-Vincenzo Marchesano.
5-Giovanni Argento.
6-Iginio Tansini.
7-Ernesto Tricomi.

8-Gaetano Parlavecchio.
9-Nicola Leotta.
10-Saverio Latteri.
11-Gioacchino Nicolosi.
12-Pietro Li Voti.
13-Francesco E. Cangiamila.

 

Alcune immagini per documentazione

Enrico Albanese Angelucci V. Cervello Colella
Crosti Randacio Giuffrè Spallitta
Manfredi Pantaleo Rummo Trambusti
     
Marcacci      

Medaglia Giuffrè R. Medaglia Giuffrè V. Lapide Pantaleo Lapide N. Cervello
       

 

 

Giovanni Gorgone (1801-1868)
Biografie di chirurghi dell’Accademia Medica Palermitana redatte dal Prof. Giuseppe Di Gesù

giuseppedigesu@gmail.com 

     Giovanni Gorgone nacque a San Piero Patti, in provincia di Messina, il 15 dicembre 1801 da Luigi ed Angiola Interdonato. Compì i primi studi sotto la guida del canonico Scaglione che lo preparò per essere ammesso al seminario vescovile di Patti ove studiò retorica ed eloquenza, con gli abati Carciolo e Brancato, e logica e metafisica con uno dei maggiori filosofi dell’epoca, seguace del sensismo italiano, l’Accordino.
   A 15 anni cominciò a frequentare i corsi di insegnamento universitario nella Facoltà Medica di Palermo: Giuseppe Pitré ricorda che in quel periodo furono suoi maestri insigni personalità scientifiche di quel mondo accademico, del quale anche lui avrebbe fatto parte nel volgere di un decennio. Con lo Scinà seguì i corsi di fisica e matematica; con Furitano quelli di chimica, e col Tineo, scienziato di fama europea, quelli di botanica. Ebbe inoltre la fortuna di studiare e di fare pratica di medicina con Domenico Greco e Mariano Dominici. 
   Dopo aver conseguito la laurea in Medicina, pur non godendo di una florida posizione economica, ma profondamente cosciente della necessità di un ulteriore approfondimento culturale, riuscì a trasferirsi a Napoli, anche per intraprendere gli studi di chirurgia. In quell’ateneo seguì l’insegnamento di Anatomia del Papaleo che, già da allora, considererà per sempre come l’unico suo maestro. Ancora dal Pitré è possibile apprendere che fece sacrifici di non poco conto per frequentare anche i corsi privati dei professionisti più rinomati della capitale campana: in particolare, praticò l’Ostetricia con il Leonardi-Cattolica; mentre gli studi chirurgici lo videro allievo, per la parte teorica, dello Scattigna e del Leonessa; per la parte pratica, del Quadri e del Santoro, accreditati tra i i chirurghi più rinomati d’Europa. Così, ottenuta la laurea in Chirurgia, fece ritorno nell’Isola. 
   A Palermo era già stato preceduto dalla fama per alcune interessanti pubblicazioni sul trattamento della cateratta e di una gravidanza complicata da ascite, ragion per cui non gli fu difficile ottenere l’incarico di insegnamento per la cattedra di Anatomia descrittiva nella Facoltà Medica ed il posto di Chirurgo Oculista presso l’Ospedale Grande e Nuovo. L’ anno successivo, dopo concorso, fu nominato professore ordinario, con il decreto n. 556 del 25 novembre 1825.  
   Fin d’allora, nella prolusione tenuta per l’inizio dell’anno accademico, delineò le sue linee d’azione per l’incremento scientifico ed il miglioramento dell’insegnamento della sua disciplina, facendo riferimento agli illustri esempi che, proprio a Palermo lo avevano preceduto, con l’attività dell’Ingrassia, del Salerno e del Mastiani. Da quel momento cominciò ad impegnarsi con tutte le sue forze per l’incremento delle strutture didattiche, riuscendo a realizzare la costruzione di un anfiteatro anatomico, l’istituzione di una biblioteca, una ricca ed interessante collezione di preparati anatomici. Nello stesso tempo, anche in rapporto con la mole di lavoro sostenuto e con l’elevato livello d’insegnamento raggiunto, fu autorizzato dalla Commissione per l’Istruzione Pubblica, con il decreto n. 4254 del 26 novembre 1827, a preparare sei giovani studiosi allo studio ed all’esercizio dell’anatomia pratica, costituendo così il primo nucleo di quella Scuola che da lui avrebbe avuto origine. I loro nomi diverranno famosi per l’attività svolta che comprenderà l’approfondimento scientifico di alcune delle più interessanti problematiche al tempo dibattute e per la traduzione di alcune opere di autori stranieri, come il trattato del Cloquet. A loro spetterà il compito di continuare l’opera del loro Maestro quando egli indirizzerà definitivamente i suoi interessi verso la chirurgia. I loro nomi sono: F. Scraffignano, G. Bruno, G. B. Gallo, G. Silvestri, L. Nicoletti, F. Parlatore; in un secondo tempo si aggiungerà anche Giovanni Misco. 
   Intanto il Gorgone aveva cominciato ad esercitare la chirurgia e, fin dall’inizio della sua attività, in ospedale, aveva curato l’istruzione dei salassatori e flebotomi che dovevano studiare su un manuale da lui a tal fine preparato, del quale, nel giro di qualche anno, fu necessario fare una seconda edizione. Nello stesso tempo, a scopo dimostrativo, iniziava una nuova raccolta di preparati anatomici che venivano accuratamente identificati e catalogati, data l’importanza ch’egli attribuiva allo studio dell’Anatomia patologica.  
   Nel 1837, finalmente,  si concretizzava la sua aspirazione più grande: quella di fondare una Clinica Chirurgica nella quale potere svolgere l’insegnamento e la dimostrazione dei processi operatori, nel corso degli interventi chirurgici.  Una circolare ministeriale del 7 febbraio 1839 obbligò gli studenti del corso di laurea a frequentare per almeno un biennio l’insegnamento di Clinica Chirurgica, che però continuava a rimanere a carattere privato. 
   Soltanto nel 1843, finalmente, giunse il riconoscimento ufficiale del corso che così entrava a far parte integrante dello statuto universitario e quindi della Facoltà Medica: da questo momento però sarebbero passati ancora altri quattro anni, prima che Giovanni Gorgone fosse nominato professore ordinario di chirurgia e direttore di quella stessa Clinica Chirurgica che aveva voluto con tutte le sue forze e per la quale aveva tanto combattuto, superando ostacoli non indifferenti. 
   Nella nuova veste, la sua attività clinica ed operatoria fu intensa, diversificata, e lo portò a conseguire risultati brillanti, com'è possibile constatare, anche ai giorni nostri, dall’analisi dei vari rapporti e resoconti presentati all’Accademia delle Scienze Mediche e pubblicati con puntualità e regolarità.  
   I suoi impegni didattici erano molteplici in quanto dal 1846 manteneva anche gli incarichi di Chirurgia e di ostetricia, di Anatomia topografica e di Anatomia patologica; tuttavia non lo distraevano dall’attività di ricerca e dall’impegno chirurgico. Non rimase estraneo nemmeno ai sommovimenti politici e militari che si svolsero nell’isola nel 1860: infatti, fu premiato con una medaglia commemorativa proprio per l’attività svolta in favore dei militari feriti durante la battaglia di Milazzo, ove egli si recò immediatamente, appena avuto sentore del grande numero di feriti determinatosi nel corso degli scontri. 
   Il suo entusiasmo però non si esauriva facilmente e ben presto lo indusse ad intraprendere un lungo viaggio finalizzato alla visita dei complessi chirurgici di maggior prestigio della penisola. Da Milano a Napoli, da Torino a Firenze e Genova, si spostava visitando le diverse strutture ospedaliere prendendo in considerazione la distribuzione ed attribuzione degli spazi, la loro destinazione, il tipo di apparecchiature e lo strumentario esistente. 
   Non era per niente soddisfatto della sua Clinica Chirurgica, per le carenze di spazio e strutturali. Per questo, al ritorno dal viaggio, presentò al Presidente del Consiglio Amministrativo dell’Ospedale civico un’ampia ed articolata relazione nella quale propose, tra l’altro, il trasferimento del suo reparto chirurgico al monastero della Concezione che intanto era stato abbandonato dai frati e destinato a nosocomio. 
   Con il regio decreto datato 6 marzo 1864, la Clinica Chirurgica veniva trasferita alla nuova sede; il Gorgone però non poté godere a lungo del frutto delle sue fatiche: infatti, il 4 febbraio 1868, mentre si dedicava ai suoi impegni, in Clinica , veniva colpito da un ictus cerebrale mortale.  
   La sua morte destò dolore e rimpianto non solo nell’ambito accademico e nella città di Palermo, dove aveva operato per oltre 40 anni, ma anche in tutta l’isola;.la stampa nazionale si associò al cordoglio del mondo universitario ricordando, come ad esempio la Rivista Bolognese, l’uomo che aveva “spinto all’altezza che esse meritano le scienze anatomiche, ... onde egli meritò il titolo di Nestore degli Anatomici siciliani”. La sua salma fu tumulata con tutti gli onori nel cimitero di S. Maria di Gesù. 
   L’attività accademica del Gorgone fu intensa sia durante il periodo in cui si dedicò agli studi anatomici, che successivamente, quando, ormai maturo, volle applicare le sue conoscenze e tutta la sua esperienza all’esercizio della chirurgia. Anche se tra non poche beghe ed ostacoli, riuscì a vedere coronata la sua carriera da tante soddisfazioni; la sua opera infatti lo portò a conseguire risultati tangibili sia dal punto di vista organizzativo che didattico e scientifico. Volle insistentemente ed ottenne, superando grandi difficoltà derivanti da gelosie professionali ed incomprensioni politiche, la creazione del Gabinetto di Anatomia Patologica e l’istituzione della Clinica Chirurgica. Fu autore di numerose pubblicazioni: di queste alcune furono selezionate ed apprezzate in ambito nazionale; altre costituirono un punto di riferimento fondamentale nell’espletamento dell’attività didattica, furono accolte da consensi unanimi ed adottate anche nell’ambito di numerose altre Scuole di anatomia sia nazionali che straniere.   
   Risulterebbe fatica lunga e per certo verso ingiustificata, diffondersi dettagliatamente su tutte le ricerche scientifiche compiute e pubblicate dal Gorgone, tuttavia non ci si può esimere da un veloce commento su alcune di esse che, per il contenuto umano, scientifico e didattico, costituiscono testimonianza di grande valore professionale sia in ambito diagnostico, che tecnico-chirurgico e rappresentano fedelmente il notevole livello raggiunto dall’insegnamento e dall’esercizio della chirurgia a Palermo nella seconda metà dell’ottocento. Tutto questo nel momento in cui a tali eccelsi valori raggiunti in ambito accademico facevano riscontro altrettanto egregi valori raggiunti da altri prestigiosi chirurghi nella pratica privata e e nell’esercizio della chirurgia militare. Fatto questo non sempre dimostrabile negli ambienti chirurgici accademici nazionali, peraltro famosi sia per la messa a punto di geniali soluzioni tecnico-operative, che per gli egregi risultati scientifici conseguiti in campi diversi.  
   Egli insegnava ai suoi allievi l’esigenza di alcune doti caratteriali fondamentali: saggezza, capacità di severo giudizio, squisita opera di discernimento, tanto raziocinio, “per raccogliere scrupolosamente i fenomeni che la natura presenta e riferirli...spogli di aggiunzioni ed orpelli, e dubitare senza cadere nella incredulità, e discernere il vero dal falso, e ben giudicare i fatti, confrontarli, e dedurne le illazioni e i precetti utili alla clinica”. Il chirurgo deve esercitare la dote del “coraggio” senza il quale non praticherà “le grandi come le piccole operazioni...dee possedere perfetti e nelle scienze sperimentali esercitati gli organi de’ sensi e il tatto...la mano, diceva il Dupuytren, è uno strumento che sente...l’agilità, lo squisito sentire della mano, che si acquista cogli esercizi anatomici e chirurgici, sarà perfezionato in clinica.” Questi concetti, estratti dalle “Lezioni orali di Clinica chirurgica" dettate nell’anno accademico 1862-63 e riportate anche nella commemorazione del Gorgone fatta dal Pitré, contribuiscono a delineare la personalità didattica del capostipite della chirurgia palermitana e riscuotono un consenso che, nei suoi principii di verità ed universalità , rispecchiano il valore di un insegnamento ancora valido e quanto mai attuale.  
   Ancora dal Pitré è possibile apprendere quanta importanza attribuisse il Gorgone alla minuziosa raccolta dell’anamnesi al fine di giungere ad una corretta diagnosi, e quanto raccomandasse la sorveglianza del paziente operato. Egli ammoniva i giovani chirurghi a resistere agli entusiasmi non giustificati: a non accettare teorie e proposte tecniche non sufficientemente dimostrate, pur tenendo in debito conto gli insegnamenti e l’esperienza dei più anziani. “E’ da uomo saggio il rispettare del passato ciò che deve servirci di norma per lo avvenire”.  
   In tal senso si adoperò con tutta le sue forze contro ciarlatani ed abusivi che esercitavano diffusamente procurando alla società enormi danni sia dal punto di vista economico che per il mantenimento dello stato di salute; e per regolamentare il campo di azione dei flebotomi, una categoria professionale assai diffusa, molto poco preparata, che tuttavia esercitava in modo improprio incidendo, ad esempio, “aneurismi colla stessa facilità onde ad ogni proprio od altrui capriccio dissanguano convulsionari...resecano, disarticolano, amputano peggio che non facciano i macellai della giornata”. L’esercizio della medicina era divenuto una prerogativa diffusa a mestieranti imbroglioni o incapaci, come i “segretisti dalle lor miracolose sostanze; ...le volute levatrici, buone solo ad afferrare uteri in cambio di placente; e per i servi e le serve di Dio dagli empiastri di calce, sapone ed arsenico; e pei guastamestieri, impostori, saltimbanchi d’ogni risma, che da un pezzo gettando polvere agli occhi del povero popolo, mandano gente all’altro mondo in quello che riempiono di quattrini le loro tasche”. Per limitare questi fenomeni il Gorgone aveva compilato il “Progetto di legge per la istituzione delle camere di disciplina per i medici, i farmacisti, i veterinari”.  
   I suoi molteplici interessi scientifici in diversi settori dell’anatomia e della chirurgia meritano però un maggiore approfondimento per gli importanti risultati originali che gli fu possibile conseguire e che furono all’origine: prima, di ampie discussioni sia in ambito nazionale che europeo; infine, di una vasta eco di consensi. 
   In campo anatomico, egli va ricordato fondamentalmente per le ricerche condotte: sulla struttura dell’endotelio vasale; sulla struttura dei denti umani e sull’anatomia umana comparata. 
   Per quanto concerne il primo tema di ricerca, il Gorgone indirizzò le sue osservazioni sulle cellule di rivestimento della membrana vasale interna studiando le loro caratteristiche, la loro organizzazione ed i rapporti tra le singole cellule e tra di esse e le loro modificazioni e la formazione e funzione del coagulo ematico. Si interessò quindi anche di quella che oggi si potrebbe definire fisiopatologia dell’endotelio, indagando le capacità proprie dell’intima vascolare nel contribuire ai fenomeni di riparazione ed il suo ruolo nelle modificazioni indotte dalla legatura del vaso. Egli presentò i suoi risultati nel 1842 in una memoria premiata, a Bologna, da una Commissione composta dai professori: Nunula, Burci, Zanetti, Prudente, Nunziante, Dubini; e, quattro anni dopo, al VII Congresso degli Scienziati Italiani, a Napoli. Anche in questa occasione ricevette ulteriori importanti consensi, in particolare quello del Panizza, mentre la sua memoria fu dichiarata degna di essere stampata negli Atti del Congresso. Undici anni dopo, come ricorda il Pitré, H. Mayer, nel suo “Trattato di anatomia fisiologica umana” riconfermava le teorie del Gorgone definendo anche lui l’intima come una “tunica vascolare interna consistente in un epitelio pavimentoso semplice”.  
   Altro settore di ricerca che gli procurò tante soddisfazioni fu quello diretto allo studio della struttura ed origine del tessuto dentario: in seguito alle sue ricerche si poteva permettere di controbattere l’opinione al tempo imperante, che faceva capo alle teorie di G. Saint Hilaire, e che considerava il dente un prodotto di fenomeni di trasudazione che non aveva nulla da paragonare alla struttura ossea. Il Gorgone, di contro, in una memoria letta nel 1839 nell’Accademia palermitana sosteneva “essere i denti intermedi alle ossa e al tessuto epidermoico”. I risultati di queste ricerche videro la luce per la prima volta nel 1842 e furono accolti favorevolmente sia in Francia dal Flourens che ne fece un rapporto per l’ “Institut de France”, che in Svizzera, dove Henle, professore di anatomia e fisiologia a Zurigo, non solo li condivideva, ma andava ancora oltre, dimostrando diverse analogie tra la matrice del dente e quella dell’osso.  
   A questa prima seguirono altre due memorie, nel 1845 e nel 1855, nelle quali il Gorgone ebbe modo di dimostrare ulteriori interessanti approfondimenti dei suoi studi che, ancora una volta raccolsero consensi unanimi in ambito nazionale ed internazionale.   
   Tuttavia, l’opera per la quale raccolse il maggior numero di consensi fu il suo “Corso completo di Anatomia descrittiva colle differenze nelle età, sessi, razze ed anomalie”, in quattro volumi che videro la luce tra il 1834 ed il 1841. Il primo volume era dedicato alla storia delle scoperte scientifiche e suddivideva l’evoluzione dell’anatomia in epoche successive, sottolineando l’importanza dell’indagine anatomica e delle scoperte ad essa legate, senza le quali sarebbe stato impensabile qualsiasi progresso dell’anatomia stessa. Il secondo affrontava l’analisi del linguaggio più appropriato per l’estensione di un’opera di morfologia medica che fosse privo di fronzoli, essenziale, preciso, comprensibile ed inequivocabile; a differenza di quanto correntemente avveniva, con gravi conseguenze di equivoci, di errori interpretativi e di incomprensioni che, a volte, complicavano perfino un corretto scambio di notizie. La proposta del Gorgone fu quella di ricorrere ad una nuova nomenclatura, chiara ed inequivocabile. Il terzo volume costituiva la parte generale dell’opera, con tutti gli opportuni riferimenti ai tessuti in generale; mentre nel quarto veniva affrontata la parte sistematica, con la descrizione di tutti gli organi.
     Subito dopo la pubblicazione, quest’opera fu sottoposta a tutta una serie di disamine critiche sia nazionali che straniere, che culminarono con una serie di lusinghiere recensioni. Non che mancassero i detrattori, che dovettero però ben presto adeguare il loro giudizio alla diffusa opinione dei più prestigiosi studiosi di anatomia. A prescindere comunque dalle numerose critiche favorevoli dei colleghi della Facoltà Medica palermitana, degli Atenei siciliani e di diverse Scuole anatomiche nazionali, dalla Francia una lettera di Méniere diretta all’autore recitava: “Vos découvertes sur les races, les ages, les sexes sont trés precieuses, et M.r le professeur Breschet, à qui je l’ai communiqué, en a été tout aussi satisfait que moi...J’ai eu plusiers fois l’occasion de vous citer dans les séances de la facultè de médicine. Votre nome sera prononcé plus d’un fois dans le prochain concours, et les anatomistes français n’oublieront pas le compatriote, l’émule et le rival d’Ingrassia”. A questo entusiasmo di un giudizio privato, espresso in una missiva personale, faceva riscontro il giudizio pubblico espresso dalle colonne di un giornale, come il “Journal des Connaissances Médicales” che, tra l’altro, riportava il seguente giudizio: “L’ouvrage de M.r Gorgone offre beaucoup d’intéret; l’auteur a tenu compte de tout ce qu’ont écrit ses devanciers et il a fourni lui-meme un ample contingent de recherches et de remarques utiles....On rendra justice à M.r Gorgone en associant son nom à ceux de ses compatriotes les plus célébres et en plaçant son livre au premier rang des ouvrages complets d’anatomie”.   
   Di fatto il Gorgone veniva riconosciuto Maestro di Anatomia dalla comunità scientifica internazionale, con il conseguente ruolo di fondatore della Scuola Anatomica di Palermo.  
   In ambito chirurgico, come si è già detto, la sua attività ebbe inizio abbastanza precocemente e con successo. Con la sua monografia sul trattamento chirurgico della cateratta e con le critiche mosse anche al prof. Catanoso, entrava così, di diritto e con competenza, nel solco di quella tradizione che aveva visto, fin dal 1730, articolare le dispute tra Controsceri Antonuzzo e Alagna sulle problematiche evolutive della miopia, a testimonianza della inveterata tradizione della medicina isolana nello studio e nella terapia chirurgica e non della patologia oculare.  
   I maggiori successi però furono da lui raggiunti nell’esercizio dell’attività operatoria nella Clinica Chirurgica. Per primo in Italia egli praticò con successo una particolare tecnica di cistotomia perineale per l’estrazione di voluminosi calcoli dalla vescica. Tra gli altri interventi praticati dal Gorgone per la prima volta in Sicilia con tecnica originale, vanno ricordati: l’estirpazione di una parotide scirrosa, intervento definito quasi impossibile dal Boyer e dal Crouvehilier; la resezione della mascella inferiore utilizzando la sega a catena che evitava gli inconvenienti legati all’uso degli osteotomi tradizionali, seguita dall’impianto di una mascella artificiale che consentiva ottimi risultati estetici e funzionali; l’amputazione del pene utilizzando la galvano-caustica di Middheldorff. Altri numerosi interventi di alta chirurgia furono da lui praticati con successo: la disarticolazione omero-scapolare secondo Dupuytren e Delpeche praticata ad un cannoniere russo, che destò l’ammirazione da parte dei chirurghi militari Haurowiz ed Iwastchschenko del Granduca Costantino di Russia e che gli valse un’alta ricompensa da quest’ultimo; e l’intervento chirurgico effettuato per una ferita all’addome con fuoruscita della matassa intestinale in un soggetto ubriaco.  
   Molti altri esempi potrebbero essere ricordati; tuttavia, per brevità, si preferisce rinviare alle ampie descrizioni riportate nelle diverse pubblicazioni, segnalate in bibliografia, e regolarmente pubblicate.  
   Un giudizio certamente competente sull’attività chirurgica svolta dal Gorgone venne formulato da  Luigi Porta, professore di Medicina e Clinica operativa nell’Università di Pavia, nella compilazione “Dei recenti progressi della Chirurgia italiana, relazione al Ministro dell’Istruzione Pubblica”. "Il rendiconto clinico che Giovanni Gorgone, professore di chirurgia a Palermo, ha pubblicato per mezzo del suo assistente, il dottor Poggi, ....riassume.....le operazioni più gravi e difficili intraprese, i nuovi metodi tentati ed i risultati avutine lieti e funesti. Il lavoro per la scelta dei casi, la parsimonia dei commenti, la lealtà e lo spirito pratico con cui è redatto fa l’elogio dell’autore e vuolsi citare come esemplare di opere simili, che l’Italia al pari delle altre nazioni ha saputo produrre”. Seguono le descrizioni di alcuni interventi e tecniche chirurgiche adottate, per le quali il Porta esprime tutto il suo plauso. 
   L’incessante opera organizzativa finalizzata alla creazione della Clinica Chirurgica, l’efficace attività didattica e di ricerca nel campo chirurgico, tutta l’opera svolta come chirurgo antesignano e dalle eccelse doti tecniche, hanno consentito al Gorgone di arricchire la Facoltà Medica palermitana di un patrimonio di esperienze tali da fargli meritare ampiamente il riconoscimento di fondatore della Scuola chirurgica Palermitana, così come ricordato nella iscrizione commemorativa sotto al mezzobusto posto nell’Ospedale della Concezione, inaugurato il 4 ottobre 1868, e qui di seguito riportato.  
A - Giovanni Gorgone - degli studi anatomici in Sicilia - promotore e professore dottissimo - dell’anfiteatro anatomico - del gabinetto d’Anatomia patologica - della Clinica Chirurgica - nella R. Università di Palermo - fondatore e sostegno - Maestro Scrittore Operatore Felice - la pubblica riconoscenza questo monumento - pose- . 
   Nel 1872, sull’Osservatore Medico, Giornale Siciliano diretto da S. Cacopardo, nella rubrica Notizie, è riportato l’avviso che in Sampiero Patti, città natale di Giovanni Gorgone, “La più eletta cittadinanza, con a capo il Municipio, adoperossi con premurosa gara ad una soscrizione, che bastasse a tradurne in marmo il mezzobusto. E il mezzo busto, lavorato dalla mano espertissima del nostro scultore Delisi, giungeva in Sampiero, e vi era solennemente inaugurato il 1 ottobre 1871 nell’ampia piazza, a cui il Municipio con gentile pensiero volle dare il nome del carissimo estinto”.


Bibliografia essenziale  

1.-Castiglioni C. - Risposta al tema pubblicato dalla Società medico-chirurgica di Bolo- gna il 15 maggio 1842. Bologna, 1844. 
2.-Di Gesù G. - Alla scoperta del continente uomo. Giovanni Gorgone, fondatore delle scuole di chirurgia e di anatomia a Palermo. Scienza in Sicilia. Suppl. Cronache Parlamentari Siciliane, giugno 1990.  
3.-Di Gesù G., Li Voti P. - Fatti e figure dell’insegnamento e dell’esercizio della chirurgia a Palermo. Atti Accad. Sc. Mediche, Palermo. 1983. 
4.-Di Gesù G., Li Voti P. - Fatti e figure dell’insegnamento e dell’esercizio della chirur-gia a Palermo. Boll. Soc. It. Chirurgia, Roma.1983. 
5.-Di Pietro G. - Illustrazione dei più conosciuti scrittori contemporanei siciliani dal 1830 a quasi tutto il 1876. Saggio storico-critico. M. Amenta, palermo. 1878.  
6.-Giardina R. - Geno-bi-cheiloplastia praticata dal prof. Giovanni Gorgone. P. Morvillo, Palermo. 1855. 
7.-Gorgone G. - Considerazioni pratiche sull'operazione della cateratta col metodo dell’ estrazione, e riflessioni sulla memoria del dottor Natale Catanoso sopra lo stesso argomento. Società Filomatica, Napoli. 1824. 
8.-Gorgone G. - Storia di una gravidanza complicata con ascite. Società Filomatica, Napoli. 1824. 
9.-Gorgone G. - Memorie anatomiche. S. Barcellona, Palermo. 1826.
10.
-Gorgone G. - Manuale per uso dei Salassatori. F. Lao, Palermo. 1829. 
11.-Gorgone G. - Considerazioni di Anatomia e Fisiologia patologiche sui risultamenti dell’autopsia cadaverica del signor Carlo Cottone, Principe di Villaermosa e di Castelnuovo. Reale Stamperia, Palermo. MDCCCXXX.  
12.-Gorgone G. - Osservazione di ferita all’addome con sortita degli intestini complicata dallo stato di ubriachezza dell’infermo. Reale Stamperia, Palermo. MDCCCXXX. 
13.-Gorgone G. - Notizie sulle statue angiografiche e la vita di Giuseppe Salerno, date ai suoi allievi da G. Gorgone. Eredi Graffeo, Palermo. MDCCCXXX.  
14.-Gorgone G. - Sulla pomata di protoioduro di mercurio nelle piaghe sifilitiche. Archivio di Medicina. 
15.-Gorgone G. - De Rerum Naturalium Studiis, Oratio. Discorso sullo studio delle scienze naturali, recitato nell’aula della R. Università degli Studi di Palermo per la inaugurazione del nuovo anno scolastico 1830-31. Tip. Giornale Letterario, Palermo. 1832. 
16.-Gorgone G. - Primo rapporto delle osservazioni particolari notate nella Clinica chirurgica del dott. G. Gorgone. Stamperia Pedone e Muratori, Palermo 1832. 
17.-Gorgone G. - Secondo rapporto delle osservazioni particolari notate nella Clinica chirurgica. Stamperia Pedone e Muratori, Palermo 1833. 
18.-Gorgone G. - Osservazioni sopra un nuovo metodo di conservare i cadaveri umani. Effemeridi Scientifiche e Letterarie per la Sicilia, fasc. 33. Palermo
19.-Gorgone G.. - Lezione sul tessuto encefaloide data il 2 del 1834 ai suoi scolari di ana-tomia. Reale Stamperia, Palermo 1834. 
20.-Gorgone G. - Corso completo di Anatomia descrittiva colle differenze nelle età, sessi, razze ed anomalie.. Reale Stamperia, Palermo. 1834-41. 
21.-Gorgone G. - Terzo rapporto delle osservazioni particolari notate nella Clinica Chi-rurgica. Tip. Giornale Letterario, Palermo. 1835. 
22.-Gorgone G. - Osservazione di cistotomia quadrilaterale con riflessioni sul miglior metodo per estrarre i calcoli voluminosi dalla vescica urinaria per la via del perineo. Stamperia Reale, Palermo 1838. 
23.-Gorgone G. - La Clinica chirurgica dello spedale civico di palermo ovvero osserva-zioni e mutamenti in essa notati. Fascicolo 1 da novembre 1837 a luglio 1838. Stamperia F. Lao, Palermo 1839. 
24.-Gorgone G. - Memoria sulla natura de' denti umani. Palermo, Empedocle 1842. 
25.-Gorgone G. - Sulla struttura intima e classificazione dei denti umani. Terza memoria. Rivista Scient. Letter. Artist. per la Sicilia, Palermo. 1842. 
26.-Gorgone G. - Estirpazione di parotide e massetere scirrosi. Stamperia F. Lao, Palermo 1842.
27.-Gorgone G. - Nuovo processo operatorio per la resezione della mascella inferiore. F. Lao, Palermo. 1847. 
28.-Gorgone G. - Osservazioni microscopiche sulla intima struttura della tunica interna dei vasi. F. Lao, Palermo. 1847. 
29.-Gorgone G. - Biografia del prof. Gaetano Algeri-Fogliani. Tipografia F. Barravecchia, Palermo 1847. 
30.-Gorgone G. - Confutazione della memoria di Nicolò Castellana presentata al sig. Presidente del Comitato generale intorno la direzione del gabinetto anatomo-pato-logico. Tipografia Clamis e Roberti, Palermo 1848. 
31.-Gorgone G. - Sullo sbrigliamento multiplo nella cistotomia. Comunicazione alla Reale Accademia delle Scienze Mediche, Palermo, seduta del 30 giugno 1852. 
32.-Gorgone G. - Sui segni diagnostici dei tumori composti. P. Morvillo, Palermo. 1854. 
33.-Gorgone G. - Sulla struttura intima e classificazione dei denti umani. Terza memoria. Poligrafo, Palermo
34.-Gorgone G. - Estirpazione di un polipo uterino coll’ansa galvano-caustica di Mid-deldorf eseguita dal prof. Gorgone. Realzione del sac. Dottor Grillo Salvatore.Carini, Palermo. 1859.  
35.-Gorgone G. - Catalogo del Gabinetto anatomico-patologico della R. Università degli studi di Palermo fondato ed aumentato dal prof. G. Gorgone. Prima serie. Morvillo, Palermo. 1859. 
 36.-Gorgone G. - Titoli e ragioni per la proposta riguardante la carica di Segretario Cancelliere della R. Università di Palermo. Lao, Palermo. 1859.    37.-Gorgone G. - Rapporto sugli Ospedali principali d’Italia, e progetto di riforme per quello di Palermo. Lao, Palermo. 1864. 
38.-Gorgone G. - Resoconto della direzione chirurgica dello spedale civico di Palermo. F. Lao, Palermo. 1865. 
39.-Gorgone G. - Dizionario dei siciliani illustri. Ciuni, Palermo. 1939.
40.-Henle I. - Traité d’Anatomie générale, traduit de l’allemand par A.I.Jourdan. Paris. 1843. 
41.-Kolliker A. - Elements d’Histologie humaine, traduction par Béclard et Sé. Paris, 1855. 
42.-Luna E. - Giovanni Gorgone. La celebrazione dei grandi medici siciliani. Salpietra, Palermo. 1940. 
43.-Meyer H. - Trattato di anatomia fisiologica umana. Prima edizione italiana. Vallardi, Milano. 1867. 
44.-Pitré G. - Della vita e delle opere di Giovanni Gorgone. F. Lao, Palermo. 1868. 
45.-Poggi G. A. - Rendiconto della clinica chirurgica operativa della Regia Università degli Studj di Palermo. Morvillo, Palermo. 1862. 
46.-Porta L. - Dei recenti progressi della Chirurgia italiana, relazione al Ministro dell’Istruzione Pubblica. Bernardoni, Milano. 1867. 
47.-Atti della settima adunanza degli scienziati italiani tenuta a Napoli. Fibreno, Napoli, 1846. 
48.-Comptesrendu de l’Institut de France. 13 nov. 1843. 
49.-Monumento al prof. Cav. G. Gorgone. L’Osservatore Medico, 15: 192, 1872.  
Palermo, XII 2002

 

Nicolò Castellana (1806-1883)
Biografie di chirurghi dell’Accademia Medica Palermitana redatte dal Prof. Giuseppe Di Gesù 

giuseppedigesu@gmail.com

   Nicolò Castellana nacque a Cammarata, in provincia di Agrigento, il 30 settembre del 1806. Compiuti gli studi superiori, decise di seguire il corso di Medicina e Chirurgia presso l’Ateneo palermitano, dove conseguì il diploma di laurea.  
   Subito dopo cominciò ad esercitare con successo la sua attività professionale privata, pur continuando ad interessarsi dello studio e della ricerca nel campo dell’anatomia, collaborando attivamente con Giovanni Gorgone.  
   Nel
1847, a seguito del decreto emanato il 3 settembre che prevedeva il trasferimento di quest’ultimo alla Clinica Chirurgica, il Castellana venne chiamato a ricoprire il ruolo di Anatomia, che mantenne fino al 1850, quando la Facoltà lo chiamò a ricoprire la cattedra di Istituzioni di Chirurgia per la quale aveva precedentemente sostenuto il concorso, nel 1847.  
   Il decreto del 18 marzo 1850 sanciva il passaggio del Castellana alla Chirurgia operatoria; ma esprimeva anche un parere negativo sulla possibilità di fornire la sua cattedra di un Gabinetto di chirurgia, in quanto le finanze dell’Università al momento non lo consentivano.
   A tal fine, durante il periodo in cui svolse la sua attività di professore universitario di Medicina operatoria prima e di Anatomia chirurgica e Medicina operatoria successivamente, si adoperò invano, con tutti i mezzi di cui era in grado di disporre, per incrementare le strutture chirurgiche universitarie mediante la realizzazione di uno “stabilimento” idoneo ad accogliere il suo Istituto.
   In proposito, nel 1856, pubblicava un opuscolo “Sulla Necessità di un Gabinetto Chirurgico nella R. Università di Palermo” nel quale adduceva le ragioni a supporto della sua richiesta, fondate su tutta una serie di motivazioni suffragate anche da alcuni decreti precedentemente emanati dalla Commissione suprema della Pubblica Istruzione. 
   “Dal ’47 al ’50 Castellana professò Anatomia, quando alla Suprema Commessione piacque invitarlo al passaggio alla chirurgia, cattedra del suo concorso. E mentre Castellana dimostrava alla Commessione nella sua indifferenza a questo trasferimento le perdite che avrebbe dovuto soffrire nel passar da una cattedra con... direzione in altra senza, era dal Presidente assicurato...di uno speciale gabinetto da istituirsi, ove potesse lucubrare e privatamente insegnare, come i professori di anatomia faceano nel gabinetto anatomico...”. 
   “...Fedele alla sua parola la Commessione proponeva al Governo questa dimissione condizionata, questo contratto bilaterale, che fu dal Sovrano Nostro Signore (D.G.) omologato”. 

   Nello stesso opuscolo egli sottolinea ancora le finalità dell’insegnamento della Chirurgia operatoria, che considera “congiunto cogli sperimenti, colle preparazioni, colle dimostrazioni”; questa esigenza emerge anche da una disamina di quello che avviene in “tutte le cattedre d’Europa, ov’essa è professata...”. 
   “...Si consulti finalmente la ragione, e si conoscerà che la scienza della chirurgia operatoria comprendendo le fratture e le lussazioni risulta di tre generali elementi: 1.Conoscenza delle malattie curabili colle operazioni; d’onde le indicazioni, le controindicazioni, l’opportunità della data operazione, ovvero la parte medica della chirurgia. 2.Possesso dell’ anatomia chirurgica o delle regioni, onde dedurne la ragione anatomica degli atti chirurgici. 3.Cognizione dei processi operatori e degli strumenti coi quali si opera. 4.Medicatura e cura degli operati. Tranne il primo ed ultimo elemento degli anzidetti, che imprestati dalla patologia s’insegnano colla parola, gli altri due costituendo la parte pratica e sperimentale della scienza, onde farsi strada nella mente dei discenti, richieggono preparazioni, dimostrazioni, atto pratico come sul vivo. Se si volesse dire che lo studio della chirurgia suppone gli alunni informati all’anatomia per comprendere la ragione anatomica dei processi operatori e per seguirli si direbbe una verità...”
   Questi passi, riportati dalla memoria pubblicata da Nicolò Castellana in perorazione dei suoi diritti, oltre a costituire un affresco abbastanza fedele, tanto delle difficoltà in cui si trovò ad operare, in alcuni momenti della sua vita, l’Ateneo palermitano; quanto di alcune vicende nello sviluppo ed evoluzione dell’insegnamento della Chirurgia a Palermo, rendono ampiamente conto dell’interesse e della passione con cui Egli si battè per raggiungere il suo scopo: la creazione di un Istituto di Medicina operatoria. 
   Da allora, prima come professore straordinario, successivamente nella veste di ordinario, Castellana continuerà ad occupare ininterrottamente la stessa cattedra, anche dopo che, nel 1866, verrà trasformata in Anatomia chirurgica. Cioè fino al 1883, anno della sua scomparsa. 
   E’ doveroso qui ricordare, prima di concludere, che al profondo impegno nello studio dell’anatomia e nell’esercizio di una brillante professione chirurgica, Nicolò Castellana affiancò un importante ruolo politico attivo, che lo portò, fin dal 1848, ad essere eletto Deputato al Parlamento Siciliano. 
   Nel 1860 poi, venne chiamato a dirigere l’Ospedale Militare di Palermo; ed in questa veste si prodigò nell’assistenza ai militari feriti durante l’occupazione della città da parte delle truppe al seguito del Generale Garibaldi. 
   A testimonianza dell’attività svolta in quei giorni di cruenti scontri armati tra le truppe rimaste a difesa della città e le milizie garibaldine, alle quali si erano aggregate nutrite schiere di giovani patrioti siciliani e palermitani, va ricordato il ruolo svolto da lui personalmente e dai suoi assistenti; ed in particolare l’opera prestata nell’assistenza ad un ferito illustre: Luigi Tukory, patriota ungherese, esule in Italia già fin dal 1849, dopo la dura repressione operata dall’Austria per i moti d’indipendenza ch’erano scoppiati nel 1848. 
   Il 27 maggio 1860, sulla strada di Porta di Termini, il tenente colonnello Luigi Tukory venne ferito alla coscia sinistra nel corso di una delle più impegnative operazioni che avrebbero portato all’occupazione della città da parte delle truppe guidate da Garibaldi. Cesare Abba, testimone dell’accaduto, riporta nel suo “Da Quarto al Volturno” l’episodio e le parole rivolte dall’ufficiale ai militari che si apprestavano a trasportarlo in salvo, e che assumono il significato dell’estrema esortazione all’impegno bellico, anche a prezzo della vita: “andate, andate avanti; fate che il nemico non venga a pigliarmi qui”
   Tuttavia, per potersi rendere conto degli eventi fondamentali attraverso i quali questa pagina di storia ha avuto modo di articolarsi, diventa indispensabile premettere alcune notizie sullo spirito con cui la città si preparava ad accogliere l’esercito garibaldino. Infatti, fin dai giorni precedenti l’arrivo delle truppe di liberazione, in città, diverse famiglie di patrioti avevano provveduto all’organizzazione di infermerie private in alcuni locali che si prestavano allo scopo, in numerosi palazzi, ivi compresi le residenze patrizie. Una di queste infermerie era stata allestita in via del Bosco, nel palazzo del Principe S. Lorenzo, prima adibito a Seminario. Tuttavia, durante la notte tra il 26 ed il 27 maggio, gli allievi furono allontanati, rinviandoli alle famiglie di provenienza, e, con la collaborazione di Filippo Mauro, assistente flebotomo, domiciliato nelle vicinanze, in via della Casa Professa, fu smontata la sala del teatrino ed il locale fu apprestato per il ricovero di eventuali militari feriti. 
   Luigi Tukory vi fu trasportato, a seguito della ferita riportata, intorno alle ore 10, e lì cominciò ad essere assistito con cura da alcune signore dell’aristocrazia cittadina che si erano improvvisate infermiere volontarie, dimostrando grande spirito di abnegazione. Tra di esse, si dimostrava particolarmente attiva donna Caterina Faija, moglie del prof. Gregorio Ugdulena, ordinario di Codice civile nell’Università di Palermo, che si prese personalmente cura del ferito. 
   Il giorno successivo il prof. Castellana fu invitato a visitare il giovane militare. Dopo un’ accurata ispezione della ferita e delle condizioni generali dell’ufficiale ferito, durante la discussione sul da farsi che ne seguì nel cortile di palazzo Bosco, alla presenza di Francesco Nullo, Vincenzo Agri ed Antonio Beninati, il Castellana si pronunziò sulla necessità urgente di procedere all’amputazione dell’arto, pena la perdita del paziente.  
   Dal diario del Beninati è possibile apprendere che l’amputazione dell’arto fu praticata dopo alcuni giorni perché il Tukory si rifiutava di concedere l’autorizzazione, che giunse soltanto dopo molteplici pressioni da parte dei numerosi colleghi, degli amici più cari che lo assistevano, e dello stesso generale Garibaldi, intervenuto proprio nel tentativo di salvargli la vita. Tuttavia l’intervento non ebbe l’esito sperato in quanto effettuato in ritardo, quando ormai si era sviluppata una gravissima gangrena ed il paziente era ormai in preda allo shock settico, con violento stato febbrile, che egli invece attribuiva, parlando con gli amici che gli rendevano visita, al clima molto caldo della città. La sera del 4 giugno le sue condizioni divennero disperate. L’agonia però si protrasse fino alla sera del 6 successivo, quando, poco prima della mezzanotte, il giovane ufficiale ungherese spirava.  
   Il prof. Castellana durante tutto il decorso della malattia del Tukory mostrò le sue grandi doti umane ed il suo valore professionale identificando precocemente i segni clinici che imponevano il trattamento chirurgico immediato. Purtroppo i suoi consigli rimasero inascoltati; tuttavia continuò ad assistere il suo paziente con competenza ed amorevolmente, impegnando tutte le risorse di cui disponeva: praticò l’amputazione appena gli fu possibile ed organizzò finanche un servizio di guardia medica continuativa, validamente collaborato dai suoi assistenti e dalle infermiere che si erano offerte volontariamente, prima fra tutte la Signora Ugdulena. 
   Queste vicende dimostrano ancora una volta, come precedentemente per Achille Albanese e Giovanni Gorgone, il profondo coinvolgimento della Facoltà Medica di Palermo nelle vicende politiche e sociali di tutta l’Isola, anche per i riflessi che queste ebbero nella nascita dello stato unitario. Ed in proposito può essere interessante ricordare che proprio un altro professore dell’Ateneo palermitano, collega dell’Albanese e del Castellana, Gregorio Ugdulena, la moglie del quale si era prodigata nell’assistenza a Luigi Tukory, sarebbe diventato, di lì a poco, ministro del nuovo Regno d’Italia proprio nel dicastero della Pubblica Istruzione. A lui saranno dovuti i nuovi decreti emanati dal Regno unitario per la riforma delle tre Università siciliane.

Bibliografia essenziale 

1.-Castellana N. - Osservazioni Chirurgiche seguite da una memoria sul cancro e da altra sull'antrace e sul flemmone. Palermo, estratto dal Giornale Letterario num. CCXI, 1840.
2. -Castellana N. - Lezione estemporanea pel concorso alla cattedra di Chirurgia Operatoria nella Regia Università degli Studi di Palermo. Clamis e Roberti, Palermo 1846. 
3. -Castellana N. - Sulla vertenza tra i Prof. Gorgone e Castellana circa la direzione del gabinetto anatomico - patologico (Risposta). Tipografia Clamis e Roberti, Palermo 1848. 
4. -Castellana N. - Discorsi e lettere. Palermo (senza altri riferimenti). 
5. -Castellana N. - Esposizione dei diritti sulla direzione del gabinetto anatomico-patologico Clamis e Roberti, Palermo. 1849. 
6. -Castellana N. - Lezioni di Anatomia Generale ovvero l'organismo e le sue leggi. Clamis e Roberti, Palermo. 1851. 
7. -Castellana N. - Sulla necessità di un gabinetto chirurgico nella R. Università di Palermo. Clamis e Roberti, Palermo. 1856. 
8. -Di Gesù G., Li Voti P. - Fatti e figure dell’insegnamento e dell’esercizio della chirurgia a Palermo. Atti Accad. Sc. Mediche, Palermo. 1983. 
9. -Di Gesù G., Li Voti P. - Fatti e figure dell’insegnamento e dell’esercizio della chirurgia Palermo. Boll. Soc. It. Chirurgia, Roma.1983. 
10.-Di Gesù G. - Uomini e fatti del passato a ricordo dell’impegno civile della Facoltà Medica Palermitana. Atti Accad. Sc. Mediche, Palermo. 1996. 
11.-Dizionario dei Siciliani illustri. Ciuni, Palermo. 1939.

 

ENRICO ALBANESE
(Palermo 12 marzo1834-Napoli 5 maggio 1889)
Biografie di chirurghi dell’Accademia Medica Palermitana redatte dal Prof. Giuseppe Di Gesù

giuseppedigesu@gmail.com
 

    Enrico Albanese nacque da Giovanni Albanese e da Francesca Di Fiore il 12 marzo 1834, a Palermo, dove conseguì la laurea in chirurgia, nel 1855, all’età di 21 anni. Successivamente si recò a Firenze, al fine di perfezionare la sua preparazione chirurgica alla Scuola di Bufalini, del Pellizzari e dello Zanetti.     Ritornato a Palermo, iniziò a svolgere la sua attività di medico libero professionista, di assistente chirurgo del prof. Giovanni Gorgone e di professore di Anatomia Topografica, per l’insegnamento della quale teneva anche un corso privato nella sua abitazione in via Vetriera. 
   Fervente patriota, Enrico Albanese partecipò in prima persona a tutti i moti risorgimentali. In particolare: seguì Giuseppe Garibaldi nella campagna per la liberazione delle Due Sicilie e, successivamente, in Aspromonte, dove Garibaldi subì una ferita grave al malleolo interno destro. In quell’occasione l’Albanese fu l’unico ad esprimere la corretta diagnosi sulla ritenzione del proiettile, che tuttavia non poté estrarre, non essendo d’accordo con lui i suoi diretti superiori. Soltanto alcuni mesi più tardi ed in seguito a molteplici complicanze, successivamente a numerosi consulti con chirurghi italiani, come Porta, Rizzoli, Zanetti, Negri, Riboli e altri stranieri, tra i quali Partridge di Londra, Nélaton di Parigi e Pirogoff di Pietroburgo, venne deciso di procedere all’estrazione del proiettile, la presenza del quale venne dimostrata con il ricorso ad un particolare specillo che portava ad una estremità una pallina in porcellana grezza, fatto costruire appositamente a Parigi da Auguste Nélaton. 
   Come ricordato dal Pipitone, l’Albanese seguì Garibaldi anche nella campagna di Francia: quest’esperienza gli offrì l’occasione di visitare numerosi ospedali militari confortevoli e molto bene attrezzati e di conoscere l’organizzazione della medicina militare all’estero. Il suo rapporto con Garibaldi si concluse con la morte dell’eroe, ed a lui “toccò il doloroso ufficio d’imbalsamarne il cadavere, per dare tempo a consigli maturi sull’estrema volontà del Generale, di confidarsi alle fiamme il suo corpo”.
   Dell’iniziale impegno accademico dell’Albanese si è già detto: va ora qui ricordato, prima di passare alla sua carriera universitaria, che conseguì la laurea in
medicina alla fine della campagna delle due Sicilie, nel 1861. Nello stesso anno riceveva la nomina di settore straordinario di Anatomia chirurgica, che manteneva fino al 1865, quando veniva incaricato dell’insegnamento della stessa disciplina. Già da allora, era di fatto sostituto del titolare della Chirurgia Operatoria. 
   A seguito dell’improvvisa scomparsa di Giovanni Gorgone, nel 1868, Enrico Albanese veniva chiamato succedergli, come incaricato. Nel 1871, risultato vincitore al concorso per la cattedra di Clinica Chirurgica di Firenze, fu chiamato dalla Facoltà Medica di Palermo e nominato Straordinario; conseguì poi il ruolo di ordinario con il Regio Decreto del dicembre 1873. 
   Nella sua Clinica ebbe modo di dare innumerevoli prove della sua abilità chirurgica e della profonda cultura che lo spinse verso le nuove frontiere scientifiche, chiaramente delineanti, fin da allora, i più vasti campi di applicazione: fu infatti un precursore dell’anestesia inalatoria con il cloroformio e sostenne le teorie di Pasteur sulle infezioni, e di Lister sull’asepsi. Ciò gli consentì di dedicarsi con successo ai trapianti di epidermide, alle resezioni articolari ed al trattamento delle ferite più gravi. Altri campi di studio particolarmente interessanti, nei quali impegnò tutte le sue risorse scientifiche e culturali, furono: il tetano traumatico, l’emostasi chirurgica preventiva nelle operazioni sugli arti, la trasfusione del sangue. Su quest’ultimo argomento in particolare acquisì una così grande competenza, da essere chiamato a discuterne con Albini, Gritti e Burgraeve di Gand al VII Congresso dell’Associazione Medica Italiana a Torino. In quella stessa occasione ebbe modo di esprimere le sue convinzioni e la sua esperienza su altri temi che gli stavano particolarmente a cuore ed in particolare sulla “cura antisettica, e medicazione delle ferite” in una lunga ed approfondita discussione con interlocutori come il Mazzoni, il Caselli ed il Minich. 
   Quando nell’ottobre del 1865 venne nominato Direttore Sanitario dell’ospedale, riuscì a realizzare una sala per operazioni antisettiche che prese il nome da Lister, nella quale si operava sotto lo “spray carbolico come a Londra e a Glascow”; inoltre ideò ed istituì il primo reparto chirurgico per bambini, che prima erano degenti insieme con gli adulti e rinnovò tutto lo strumentario chirurgico esistente nell’ospedale.
   Proprio per i bambini dimostrò particolare attenzione, impegnandosi con tutte le proprie energie fino a realizzare una struttura dedicata esclusivamente a loro: l’Ospizio Marino, residenza estiva dei Reali di Napoli all’Arenella, che fu acquistato dal demanio ad un prezzo simbolico e venne inaugurato il 7 giugno del 1874. 
   L’Albanese si adoperò molto anche per il miglioramento delle condizioni igieniche della città: fu promotore della Società di Igiene; fondò l’Ospedale per le malattie contagiose, alla Guadagna; creò l’ufficio antirabico. Durante le epidemie di colera del 1867 e del 1885, assunse l’ufficio di Direzione del servizio sanitario dimostrando particolare acutezza e competenza nel suggerire ed attuare i provvedimenti diretti a limitare la diffusione del contagio. Per tale attività il Governo lo insignì della medaglia d’oro dei benemeriti della pubblica salute”. 
   Negli anni 1881-1883 e 1888-89 la Facoltà di Medicina di Palermo lo volle alla Presidenza: ed egli accettò non esitando ad impiegare anche la sua carica istitu-zionale di Senatore del Regno per il progresso ed il miglioramento della propria Università. 
   La sua partecipazione attiva fu richiesta dalle più importanti società scientifiche dell’Isola, d’Italia, e d’Europa. Senatore del Regno, esercitò sempre il suo impegno nell’ambito dell’organizzazione sanitaria centrale e periferica, collaborando anche con alcuni governi stranieri, come la Francia. In ambito internazionale è da ricordare la sua partecipazione al Congresso internazionale di Londra del 1881, ove ebbe modo di illustrare una memoria sulle infezioni che riscosse tanto successo. In ambito editoriale svolse un’importante attività culturale fondando, nel 1869, la Gazzetta Clinica dell’Ospedale Civico di Palermo, che fu pubblicata regolarmente per 11 anni, fino al 1880.
   Nel 1885 cominciò ad accusare alcuni disturbi che fecero formulare una diagnosi di morbo di Addison, “anche se furono discordi le opinioni dei medici più illustri”. A distanza di 4 anni, Il 5 maggio 1889 Enrico Albanese moriva a Napoli. La salma, trasportata a Palermo, fu “deposta nel Cimitero civico prima, nella sepoltura gentilizia, poi, di S. Maria di Gesù, sotto un gran masso di granito tolto a Caprera”.

Palermo, XII, 2002  (Per altre notizie sull'Albanese ved. testo Uomini e fatti del passato a ricordo dell'impegno civile della Facoltà Medica Palermitana )

 

 Vincenzo Marchesano
(Montemaggiore Belsito, 12 agosto 1834-Palermo, 1901)
Biografie di chirurghi dell’Accademia Medica Palermitana redatte dal Prof. Giuseppe Di Gesù
giuseppedigesu@gmail.com

   Vincenzo Marchesano nacque a Montemaggiore Belsito (Palermo) il 12 agosto del 1834, in un’epoca in cui non sempre la scelta di un giovane di darsi agli studi poteva essere considerata scontata, in assenza delle disponibilità economiche necessarie a garantirne il completamento ed il buon esito. E le condizioni economiche della famiglia Marchesano non si potevano definire certamente solide, tantomeno sufficienti a garantire al giovane un lungo periodo di mantenimento ed il carico di spese connesso con una scelta formativa particolarmente lunga e gravosa, come quella della medicina.
   Tuttavia, dopo la sua scelta, egli dimostrò grande carattere e fermezza di propositi, adoperandosi in tutti i modi per superare le difficoltà economiche in cui si ritrovava, fino a non esitare a trascrivere interi libri di testo che altrimenti non avrebbe avuto modo di procurarsi.
   Compì i suoi studi nell’Ateneo Palermitano dimostrando, fin dall’inizio dei suoi studi, grande volontà di apprendimento ed una preparazione non comune: fatti questi che, particolarmente apprezzati, lo videro prescelto, all’età di 19 anni, quando ancora non aveva conseguito la laurea, per la nomina a chirurgo di terza classe presso l’Ospedale civile di Palermo.
   Nel
1895, a 21 anni, conseguiva finalmente la laurea in Medicina e Chirurgia; subito dopo veniva nominato chirurgo di seconda classe nello stesso ospedale dove ormai prestava servizio da due anni, e si preparava al concorso bandito per un posto di Chirurgo all’ospedale psichiatrico della città. Il concorso venne espletato con la prova dell’ “esperimento”, ed il Marchesano risultò vincitore, ottenendo il posto di “Chirurgo del Manicomio”.
   Intanto, senza mai abbandonare questo posto, nel 1865, assumeva, prima la carica di chirurgo aggiunto e, subito dopo, quella di chirurgo primario presso l’Ospedale civico. Successivamente, nel 1871, conseguiva la titolarità primariale che detenne per circa un decennio. 
    Nel 1880 infatti assumeva le funzioni di Direttore dell’Ospedale e, due anni dopo, quelle di Sopraintendente medico chirurgo. 
   La carriera universitaria del Marchesano ebbe inizio soltanto nel 1861, quando, a far data dal 17 aprile, ricevette la nomina di Professore Aggregato all’Università di Palermo per l’insegnamento di Anatomia topografica. 
   Successivamente riceveva la conferma dell’incarico per la stessa disciplina, continuativa- mente, per gli anni accademici dal 1867 al 1869.  
   Durante tutti questi anni, l’esperienza chirurgica praticata nei diversi ambiti ospedalieri frequentati lo aveva particolarmente arricchito professionalmente portandolo a raggiungere livelli tecnici operatori particolarmente elevati; mentre, gli studi e le ricerche portate avanti nel corso del suo impegno universitario ne avevano accresciuto la preparazione teorica e scientifica al punto da renderlo maturo per ulteriori impegni di maggiore responsabilità. 
   Per tali motivi, nel 1873, si presentò al concorso per titoli ed esperimento bandito per la cattedra di Clinica chirurgica dell’Università di Firenze presso l’Ospedale di Santa Maria del Fiore.
   La Commissione giudicatrice del concorso, esprimendo ammirazione per i titoli presentati, dopo aver valutato nel corso dell’esperimento “il suo potente ingegno e la sua vasta cultura” compilò unanimemente, per il Marchesano, un giudizio di maturità, proclamandone l’ “Elegibilità”.
   Successivamente venne chiamato dalla Facoltà medica dell’Università di Palermo a ricoprire il ruolo, prima come straordinario, successivamente nella veste di ordinario, di Medicina Operatoria. Ruolo che manterrà per il resto della sua vita.
   Intanto, nel 1875, veniva chiamato, sempre dalla Facoltà, a ricoprire per incarico la direzione della Clinica oftalmica.
   Negli anni 1890, 1891 e 1892, ricevette l’incarico di direzione della Clinica chirurgica, in attesa che fosse espletato il concorso che avrebbe portato Iginio Tansini a ricoprire il ruolo che precedentemente era stato occupato dal Gorgone e dall’Albanese.
   Nel 1901 Vincenzo Marchesano scomparve, lasciando il ricordo di un ricco contributo di ricerche e di esperienze che continuarono ad accrescere e moltiplicare il bagaglio scientifico dell’Ateneo palermitano. 

 

Giovanni Argento 
(Palermo 1847-1917)
Biografie di chirurghi dell’Accademia Medica Palermitana redatte dal Prof. Giuseppe Di Gesù 
giuseppedigesu@gmail.com

 

   Nato a Palermo nel 1847, Giovanni Argento all’età di 20 anni conseguì, nell’Università cittadina, la laurea in medicina e chirurgia. Ancora studente, tra il 1866 e il 1868, aveva avuto modo di crearsi una interessante esperienza professionale durante i moti rivoluzionari e l’epidemia di colera che imperversò per circa due anni in tutta l’isola: in entrambe le occasioni il giovane Argento prestò la sua opera come collaboratore straordinario negli ospedali cittadini.  
   Nel 1865, ancora prima di concludere il suo corso di studi, risultò vincitore del concorso in Anatomia descrittiva conseguendone il relativo premio; tutto ciò avveniva proprio nello stesso periodo in cui frequentava, come studente interno, la Clinica Medica dell’epoca, diretta dal Maggiorani. Il periodo d’internato fu completato dall’Argento nel 1868, un anno dopo aver ottenuto la laurea, mentre, contemporaneamente, risultava vincitore di un concorso nazionale per un posto di perfezionamento nelle discipline ostetrico-ginecologiche presso l’Università di Firenze. 
   Incerto ancora sulla strada da intraprendere, pur svolgendo servizio come assistente interno nell’Ospedale cittadino frequentando l’Anatomia patologica diretta dal prof. Tommasi Crudeli, e tuttavia desideroso di nuove esperienze, nell’intento di arricchire il suo bagaglio culturale, nel 1869 sostenne e superò il concorso per un posto di assistente nel Sifilocomio della città. In questa struttura però non assunse mai servizio perché nel frattempo aveva ricevuto la nomina di Aggiunto straordinario per il servizio di chirurgia al S. Saverio ed alla Concezione. L’anno successivo, nel 1870, collaborava ormai con il prof. Enrico Albanese, direttore della Clinica Chirurgica, con il ruolo di Secondo coadiutore. 
   Di fatto, ormai l’Argento aveva indirizzato le sue scelte ed aveva iniziato il suo cammino professionale sulla strada che gli avrebbe consentito di raggiungere le maggiori soddisfazioni.  
   Nella nuova veste fu incaricato progressivamente degl’insegnamenti di Semeiotica chirurgica, di Fasciature ed Apparecchi, di Medicina operativa. Nel 1873 ricevette l’incarico Ufficiale di Chirurgia Operatoria e nel 1875 quello di Patologia Speciale Chirurgica che tenne fino al 1886, anno in cui risultò vincitore del concorso alla stessa cattedra, che nel frattempo era stata ridenominata “cattedra di Patologia Speciale e Propedeutica Chirurgica”, a ricoprire la quale venne chiamato prima come straordinario e successivamente nel ruolo di ordinario. 
   Intanto, già dal 1879, Giovanni Argento era primario chirurgo nell’Ospedale S. Saverio, successivamente fu nominato anche Direttore dell’Istituto di Patologia Chirurgica, carica che poi mantenne per tutta la vita. 
   Nell’anno accademico 1891-92 tenne un corso libero di Clinica Chirurgica; mentre, dal 1892 fu incaricato dell’insegnamento di Anatomia artistica presso il R. Istituto di Belle Arti di Palermo. 
   Nel 1916, dopo aver rivestito per molti anni la carica di segretario, che allora era elettiva, fu nominato all’unanimità Preside della Facoltà Medica. 
   Socio di numerose Accademie regionali e nazionali, nell’arco della sua esistenza l’Argento rivestì altresì numerose cariche pubbliche a livello comunale e provinciale con compiti di sorveglianza delle strutture sanitarie e di controllo per la profilassi e cura di patologie infettive come il colera e la tubercolosi. Proprio per la cura di quest’ultima fu inviato anche a Napoli ed a Roma per studiare gli effetti della “linfa di Koch”. Diresse l’Ospedale dei gangrenosi dell’Annunziata e l’Ospedale della sesta casa durante il colera del 1885. Fu chiamato a dirigere l’Ufficio della sanità pubblica nella provincia di Siracusa minacciata dal colera del 1887, ed infine fu nominato membro del Consiglio Sanitario Provinciale e della Giunta Sanitaria di Palermo. 
   Fu anche vicepresidente e presidente dell’Ordine dei Medici. Inoltre prestò gratuitamente la sua opera di chirurgo presso l’Istituto per i Ciechi e nella Croce Bianca.Per le benemerenze acquisite nel corso di tutte queste attività ricevette due medaglie d’argento. 
   Anche se le sue condizioni di salute non erano eccellenti, perché sofferente di angina pectoris, non limitò mai la sua attività.  
   Morì all’età di 70 anni, nella sua vettura, al ritorno da una riunione politica, nel corso della la quale aveva tenuto un discorso “pieno di foga giovanile”, in difesa dell’impegno bellico italiano. 
   L’attività scientifica di Giovanni Argento fu nutrita, indirizzata su due ambiti di ricerca: quella chirurgica, inerente alla sua principale attività istituzionale, e quella igienistica, in rapporto con i molteplici incarichi svolti nella sanità pubblica. 
   Ciò può essere agevolmente ricavato da un esame della bibliografia, ove vengono riportati i suoi lavori principali, numerosi dei quali ricavati dal “discorso commemorativo letto alla R. Accademia delle Scienze Mediche di Palermo nella seduta del 1. Dicembre 1917 dal prof. Gaetano Parlavecchio”. 
   Una volta raggiunta la cattedra, l’opera dell’Argento fu diretta principalmente alla solle-citazione di provvedimenti miranti a migliorare le condizioni ospedaliere della città ed a rinnovare le strutture edilizie dell’Ateneo. 
   Proprio per questo nel 1882 diede alle stampe una memoria sull’Ospedale di S. Saverio e successivamente, dopo aver analizzato l’infelice stato in cui versavano gli ospedali della città, si batté per un miglioramento delle condizioni sanitarie e per l’istituzione di un nuovo ospedale. In occasione delle epidemie di colera compilò diversi manuali per la profilassi e si adoperò per il miglioramento dell’approvvigionamento idrico di Palermo, per la razionalizzazione della rete idrica e per una migliore soluzione delle problematiche legate all’irrigazione ed allo smaltimento delle acque reflue. A tal fine non esitò a coinvolgere reiteratamente e con energia anche gli organi di stampa cittadina 
   Giovanni Argento fu un ottimo chirurgo ed il suo  interesse s’indirizzò allo studio ed al perfezionamento di diverse tecniche operatorie. Come testimoniano ampiamente i suoi studi scientifici, dei quali rese conto sia a livello locale con comunicazioni e relazioni all’Accademia delle Scienze mediche di Palermo, sia a livello nazionale con comunicazioni ai congressi della Società Italiana di Chirurgia, egli dimostrò, andando anche. controcorrente, rispetto alle convinzioni di autorevoli chirurghi stranieri come il Nèlaton, l’efficacia della riduzione incruenta della lussazione totale esterna dell’astragalo, sotto anestesia cloroformica, riducendo considerevolmente i danni e le invalidità determinate dalle osteo-resezioni. Ancora in ambito ortopedico propose artifici tecnici per la corretta apertura delle articolazioni carpo-metacarpiche mediante l’adozione del cosiddetto “colpo del maestro”, che era adottato usualmente nella disarticolazione del Lisfranc. Perfezionò il processo per l’amputazione di Pirogoff e mise a punto un particolare apparecchio gessato per il trattamento delle fratture della rotula. 
   Un altro campo di particolare interesse fu quello della chirurgia plastica: egli mise a punto una tecnica personale per la rinoplastica che praticò con successo in diverse occasioni. Tale metodo fu oggetto di comunicazione al Congresso della Società Italiana di chirurgia ed al Congresso Medico Siciliano del 1902. In entrambe le occasioni presentò due pazienti operati da almeno 20 mesi per dimostrare la bontà dei risultati conseguiti. Nella cura dell’ipospadia, per primo, mise a punto una tecnica di neoformazione dell’uretra mediante la costruzione di un tunnel sottocutaneo “anziché entro il corpo cavernoso dell’uretra”; evitò la cauterizzazione e chiuse la fistola scrotale con punti, evitando la causticazione. A distanza di 11 anni la neo-uretra era permeabile ad un catetere n. 14 ed il “ripristino funzionale si ebbe non solo per la minzione, ma anche per il coito”. Anche questo caso fu presentato al Congresso della Società Italiana di Chirurgia, e riscosse successo ed ammirazione. 
   Numerosi altri studi in diversi campi della chirurgia , come è possibile evincere dall’esame della bibliografia riportata, dimostrano i molteplici interessi dell’Argento. 
   Egli consolidò ed arricchì il patrimonio culturale della chirurgia accademica palermitana, tanto da poter essere considerato, a pieno titolo, il primo di quella lunga schiera di patologi chirurghi che, anche nel prosieguo della vita universitaria, avrebbero portato avanti l’attività di ricerca, consolidando sempre più, ed ai massimi livelli, il patrimonio scientifico e tecnico della Facoltà Medica cittadina. 

 

 

 

Bibliografia essenziale 
1.   -Argento G. - Sulla pelvi: Studi critici e considerazioni ostetriche. Con una tavola litografica. Palermo. 1869. 
2.   -Argento G. - Lussazione totale esterna dell’astragalo. Palermo 1871.  
3.   -Argento G. - Casistica Clinica: Ferite lacero-contuse dell’antibraccio. Palermo. 1872.  
4.   -Argento G. - Prelezione al Corso Libero di Patologia Speciale Chirurgica. Palermo 1875.  
5.   -Argento G. - Tetano idiopatico ed enterocele strozzato. Palermo. 1878.  
6.   -Argento G. - Rinoplastiche totali e parziali ed altre anaplastie della testa e del collo. Palermo. 1878, 1906.  
7.   -Argento G. - Aneurisma ed ematoma dell’osso. Tesi di concorso per chirurgo primario nella spedale Civico di Palermo. Palermo. 1879.  
8.   -Argento G. - Lo Spedale S. Saverio. Palermo. 1882.  
9.   -Argento G. - Corso di Propedeutica e Patologia Chirurgica Dimostrativa. Discorso Inaugurale. Palermo. 1884.  
10.-Argento G. - Quadri sinottici delle operazioni chirurgiche praticate nelle sezioni di Chirurgia dirette dal Prof. G. Argento nell’Ospedale di S. Saverio di Palermo dal 1877 al 1883. Palermo 1884.  
11.-Argento G. - Sulle ferite del petto. Palermo. 1884.  
12.-Argento G. - Disarticolazione metacarpo-carpica. Palermo. 1884. 
13.-Argento G. Sulla amputazione di Pirogoff-Syme. Palermo 1884.  
14.-Argento G. - Apparecchio gessato fenestrato nella cura delle fratture della rotula. Palermo. 1884.  
15.-Argento G. - Sulle legature delle arterie. Palermo. 1884.  
16.-Argento G. - Relazione sull’Ospedale temporaneo della VI Casa (per colerosi). Palermo. 1885.  
17.-Argento G. Chirurgia sperimentale. Comunicazioni preventive al Circolo Medico di Palermo. Palermo. 1885.  
18.-Argento G. - Conferenze e lezioni di Propedeutica e Patologia Speciale Chirurgica. Palermo. Vol. 1, 1886.  
19.-Argento G. - Sulla profilassi del colera. Palermo 1886.  
20.-Argento G. - Sulle ordinanze del Sindaco del 4 febbraio 1886, riflettenti la conduttura delle acque potabili, d’irrigazione e di rifiuto in Città e Borgate.Palermo. 1886.  
21.-Argento G. - La cura della tubercolosi col metodo di Koch. Palermo. 1890.  
22.-Argento G. - La cura della tubercolosi col metodo di Kock. Atti R. Accad. Sc. Med., Palermo. 1891.  
23.-Argento G. - Operazione simultanea di cistotomia perineale ed ipogastrica con guarigione. Atti R. Accad. Sc. Med., Palermo. 1891.
24.-Argento G. - Rinoplastica totale. Nuovo processo operatorio con osservazione clinica e considerazioni. Atti R. Accad. 
Sc. Med., Palermo. 1891.  
25.-Argento G. - Uretrogenesi da perforazione. Comunicazione al congresso Italiano di Chirurgia del 1801. Palermo. 1891. 
26.-Argento G. - Veda-mecum igienico. Consigli intorno al colera. Palermo. 1893. 
27.-Argento G. - Discorsi inaugurale e di chiusura del IV Congresso della Società di Igiene. Palermo. 1893. 
28.-Argento G. - Sulla necessità di costituire i Collegi Provinciali e relativi Consigli di ordini dei medici. Palermo. 1893. 
29.-Argento G. - Topografia cranio-cerebrale. Nuovi processi. Palermo. 1894. 
30.-Argento G. - Casistica di craniectomia per frattura delle ossa del cranio e per ascesso cerebrale, con contributo alla dottrina delle localizzazioni cerebrali.Palermo. 1894.  
31.-Argento G. - Il servizio pubblico di assistenza Sanitaria della città di Palermo. Palermo. 1895.  
32.-Argento G. - Sulla alimentazione idrica della città e delle borgate di Palermo. Palermo 1897. 
33.-Argento G. - Discorsi al Consiglio Comunale di Palermo sulla Condotta Medica, sulla Polizia Urbana, sull’Igiene e sul Macello. Palermo 1897 - 1899. 
34.-Argento G. - Servizi sanitari nell’Ospedale Civico e Benfratelli di Palermo. Palermo 1898. 
35.-Argento G. - La Ospedalità e gli Edifizi Ospitalieri nella città di Palermo. Palermo. 1898. 
36.-Argento G. - Raccolta di lettere ai Giornali Cittadini concernenti la questione ospedaliera e provedimenti vari d’igiene e di sanità pubblica. Palermo. 1898 - 1905.  
37.-Argento G. - Proposta di un Ufficio Autonomo di Opere Pie e di Pubblica Assistenza nel Comune di Palermo. Palermo. 1899.  
38.-Argento G, - Sulla necessità d’un nuovo Ospedale in Palermo. Palermo. 1899.  
39.-Argento G. - Progetto di bilancio per l’anno 1900. Relazione a nome della Commissione di Finanza al Consiglio Comunale: note relative ad argomenti di Igiene e Sanità Pubblica. Palermo. 1900. 
40.-Argento G. - Indirizzo ai Consiglieri Comunali di Palermo per lo stanziamento della 2. Rata di concorso per il nuoov Ospedale. Palermo. 1901.  
41.-Argento G. - Conferenze e lezioni di Propedeutica e Patologia Speciale Chirurgica. Palermo. Vol. 2, 1903.  
42.-Argento G. - Sul moncone di crescenza. Palermo.1904. 
43.-Argento G. - Per Enrico Albanese. Discorso commemorativo. Palermo. 1904. 
44.-Argento G. - In memoria di Pierleone Tommasoli, discorso commemorativo. Palermo. 1904. 
45.-Argento G. - Alcuni rilievi anatomici sulla spalla. Palermo. 1904. 
46.-Argento G. - Sui neoplasmi del corpuscolo retrocarotideo- Contributo anatomo-patologico e clinico. Palermo. 1904. 
47.-Argento G. - Aneurisma dell’arteria pedidia. Palermo. 1906. 
48.-Argento G. - Ernia crurale. Palermo. 1904, 1908. 
49.-Argento G. - Topografia cerebrale. Album. Palermo. 1904. 
50.-Di Gesù G., Li Voti P. - Fatti e figure dell’insegnamento e dell’esercizio della chirurgia a Palermo. Atti Accad. Sc. Mediche, Palermo. 1983. 
51.-Di Gesù G., Li Voti P. - Fatti e figure dell’insegnamento e dell’esercizio della chirurgia a Palermo. Boll. Soc. It. Chirurgia, Roma.1983. 
52.-Parlavecchio G. - In memoria del Prof. Giovanni Argento. Discorso commemorativo. Atti R. Accad. Sc. Med., Palermo1917. 
53.-Russo Travali G. - Rendiconto clinico dell’anno 1886 della 2^ sezione di chirurgia diretta dal prof. G. Argento. Tip. Statuto, Palermo. 1888. 
54.-Russo Travali G. - Sulla estirpazione del gozzo. Tesi per la libera docenza in Medicina Operativa. Giannitrapani, Palermo. 1899. 
55.-Basile G. - Le resezioni fatte nel biennio 1892-1893 e 1893-1894 nell’Ospedale Civico S. Saverio di Palermo. Bondì e C., Palermo 1894. 
56.-Note di clinica-chirurgica. Ospedale S. Francesco Saverio dal 1° gennaro 1870 al 12 novembre 1889. 

 

Iginio Tansini (1855-1943)
Biografie di chirurghi dell’Accademia Medica Palermitana redatte dal Prof. Giuseppe Di Gesù
giuseppedigesu@gmail.com

     Iginio Tansini nacque a Lodi il 16 novembre del 1855. Compiuti gli studi universitari e conseguita la laurea in Medicina e Chirurgia nell’Università di Pavia, iniziò la sua carriera chirurgica nello stesso Ateneo dove avevano insegnato alcuni dei più grandi Maestri dell’arte chirurgica: Antonio Scarpa, Luigi Porta, Enrico Bottini possono essere considerati i creatori e gli artefici della moderna chirurgia; il loro insegnamento si era irradiato dalla Clinica chirurgica di quella Università permeando profondamente la cultura scientifica e gli ambienti chirurgici non soltanto in Italia, ma anche all’estero. 
   Intanto, appena compiuti 29 anni, il 21 novembre del 1884, iniziò la sua attività didattica tenendo il Corso libero con effetti legali di Medicina operativa. Già in questa occasione trovò il modo di esporre il suo punto di vista sull’esercizio e sul progresso della chirurgia che deve progredire anche con l’ausilio de “I più potenti ausiliari della medicina operativa”. 
   Appena cinque anni dopo ricoprì, vincitore di concorso, il posto di Clinico chirurgo dell’Università di Modena, ed iniziò il corso con una prolusione “Sui doveri e sul carattere del chirurgo moderno”. La sua permanenza nell’Ateneo modenese fu però breve: appena quattro anni dopo, nel 1893, accettò di buon grado il trasferimento in Sicilia, dove venne chiamato a ricoprire il ruolo di Clinica Chirurgica che precedentemente avevano occupato il Gorgone e l’Albanese e che, dopo la scomparsa di quest’ultimo, era stato temporaneamente affidato, per incarico, al professore ordinario di Patologia Chirurgica dell’epoca, Vincenzo Marchesano. 
   Operatore ardito, ricco già di tante esperienze, iniziò felicemente la sua attività nell’Ateneo palermitano ponendosi subito problemi organizzativi e di spazi che riuscì a risolvere, almeno in parte, alcuni anni dopo, con la costruzione di una “baracca chirurgica” che fu inaugurata nel corso del 1893.  
   Le tecniche chirurgiche da lui portate a Palermo rappresentavano quanto di più attuale fosse possibile realizzare: di fatti egli già dal 1882 aveva descritto e pubblicato alcuni interventi di altissima chirurgia seguiti da successo: una resezione utero-ovarica cesarea, una riparazione di perforazione intestinale, una tiroidectomia, una gastrorrafia, la resezione del mascellare superiore con il metodo 
di Bottini, la resezione di stomaco e piloro per cancro, la ricostruzione dell’uretra maschile, e tanti altri, come è possibile constatare dall’esame della bibliografia.
   All’epoca del suo trasferimento a Palermo, Iginio Tansini aveva ormai raggiunto quella maturità e quell’esperienza che gli avrebbero consentito di percorrere nuove vie sia nel campo della ricerca scientifica, che nella verifica e nel consolidamento delle recenti proposte di tecnica chirurgica. 
   La sua permanenza a Palermo si protrasse per ben 10 anni, ed in questo periodo di tempo egli diede ampia dimostrazione delle sue capacità, come dimostrano le relazioni sull’attività svolta dalla Clinica Chirurgica, pubblicate per trienni, nel 1896 e nel 1899, e le numerose altre pubblicazioni e comunicazioni tenute dinanzi ai soci dell’Accademia delle Scienze Mediche.  
   Tuttavia, appare opportuno sottolineare, tra tutti gli altri, i due lavori pubblicati nel 1902, per il tema che affrontano, tra i più moderni ed attuali dell’epoca; assai controversi, ed oggetto di discussione a tutt’oggi: “Deviazione del sangue portale con l’innesto diretto della vena porta nella vena cava” e “Die splenectomie und die Talma’sche operation bei der Banti’schen Krankheit”. 
   Intanto, i suoi particolari interessi avevano definitivamente indirizzato le sue ricerche nel campo dell’oncologia, con la messa a punto di un “Nuovo processo di amputazione della mammella, che riscontrò notevole successo e che rimane alla base di alcune tecniche operatorie praticate ancora oggi. Ormai però egli si era trasferito definitivamente a Pavia; dopo aver declinato l’invitante offerta giuntagli dall’Ateneo bolognese: la direzione della Clinica Chirurgica di quell’Ateneo. Pur lusingato dall’offerta, egli tuttavia non si sentì di rimandare ancora il ritorno nella sua città. Così, rientrato nella Clinica chirurgica lombarda, continuò la sua opera di ricerca e di insegnamento con un impegno operativo incessante. Ed a Pavia egli volle con sé il suo Aiuto di Palermo, Francesco Purpura. Proprio a quest’ultimo venne affidato il compito di illustrare la figura del Maestro nel corso delle onoranze tributategli il 30 novembre 1931, quando, per raggiunti limiti di età, lasciava l’insegnamento attivo, ricevendo la nomina di Emerito. Le sue parole costituiscono la testimonianza più vera per comprendere la figura dell’uomo del ricercatore, dello studioso del chirurgo Iginio Tansini. 
   “...Quando io lo conobbi, dopo pochi anni dall’arrivo in quella città, Egli aveva già conquistato studenti e cittadini ed il suo nome era ripetuto con l’ammirazione e col rispetto, dovuti ad un artefice di miracoli. Cominciai a frequentare la Clinica, dove gli studenti, desiosi, ansiosi, assistevano alle meraviglie della chirurgia; ed, in mezzo ad essi, si affollavano medici e personaggi autorevoli della città.
   Veniva il Maestro nell’anfiteatro, dettava, con parola elegante, precisa e con logica stringente, la sua lezione e poi faceva lavoro d’arte sull’ammalato, seguito dagli astanti in silenzio religioso e con animo meravigliato e commosso. 
   Un grande avvenimento per medici e studenti rappresentavano le operazioni cavitarie più gravi, praticate in una stanza ristretta e con limitazione di spettatori: e l’interesse era tale che la massa degli scolari si accalcava nel cortile, dietro la finestra, per poter seguire, attraverso questa, l’atto operativo.  
   Cominciai a frequentare la Clinica e fui preso anch’io dal fascino del’Insegnante e dell’Artista. Ricordo le brillanti e grandiose operazioni sul capo, sul collo, nella cavità addominale; ricordo i voluminosi gozzi, che affluivano in Clinica, e ricordo i colossali miofibromi dell’utero, di cui si notava nell’esercizio di ogni anno un’inesauribile collezione”.
   “...Seguii il Maestro, quando Egli fu chiamato ad occupare la cattedra di Clinica Chirurgica a Pavia con voto unanime della Facoltà, onorata allora e sotto l’egida di un Grande, Camillo Golgi che, all’apogeo della gloria, faceva risplendere di luce vivissima nel’Italia e nel Mondo il nome di questa gloriosa Università”.
   “...Iginio Tansini rappresenta una delle figure più eminenti della Chirurgia Italiana, come Scienziato, come Clinico, e come Insegnante.
   Sperimentatore originale e profondo dell’anatomia e della fisiologia, eseguì numerosi lavori, portando nuova luce nel campo chirurgico, sia riguardo alle conoscenze scientifiche come a quelle d’indole tecnica. Ricordo le ricerche sperimentali sull’isolamento dell’intestino dal mesenterio e sull’impulso cardiaco in rapporto all’apertura delle cavità splancniche; ricordo le ricerche anatomiche sull’anatomia della arteria succlavia, sull’istologia del gozzo congenito, sulle anomalie del muscolo digastrico ed, in genere, sulle anomalie anatomiche più importanti in rapporto alla Medicina Operatoria”. 
   “...Tansini gode reputazione di Clinico insigne: Egli è uno dei maggiori nel gruppo di eletti che nell’ultimo cinquantennio hanno onorato e fatto risplendere il nome della Chirurgia Italiana. ...Al quadro perfetto dei fatti, raccolti all’esame dell’ammalato, aggiunge, tenendoli nel giusto conto, i risultati delle ricerche di laboratorio. E così dall’analisi minuta, dal vaglio circospetto, misurato, profondo, delle conoscenze acquistate arriva ad una sintesi meravigliosa, la sua diagnosi. 
   Alle doti eccezionali per lo studio dell’ammalato ...unisce uno squisito sentimento di responsabilità ed una singolare disposizione a tradurre artisticamente il pensiero nella materia vivente, a modellare, secondo il bisogno accertato, forma e funzione, a riformare e riscostruire le varie parti del corpo infondendovi nello stesso tempo la vita”.
“...Operatore preciso, prudente, brillante, ardimentoso, fa diventare veramente, nelle sue mani, la chirurgia un’arte divina”.
   “   Fu il primo in Italia, nel 1887, a praticare con esito felice un’ampia resezione piloro-gastrica per cancro. Nel 1901, mentre era stabilito che nel morbo di Banti al terzo stadio non si dovesse praticare la splenectomia, riservata al 1° e 2° stadio, ottenne invece, per il primo, la guarigione, associando l’operazione di Talma alla splenectomia: quest’operazione è stata applicata con successo, oltre che in Italia, nelle altre Nazioni. Ideò un processo d’innesto della vena porta nella vena cava, applicabile all’uomo e che fu, infatti, applicato in Francia ed in Germania. Ideò ed applicò largamente un processo operativo per il cancro della mammella, inteso a salvaguardare dalle frequenti recidive nella cute della regione mammaria: tale processo è stato molto apprezzato in Francia ed in America.
   Fu il primo a praticare una larga e profonda resezione del fegato per echinococco alveolare, ricomponendo l’organo con sutura e riponendolo in cavità. In questi ultimi anni ideò un processo operativo per certi casi di stomaco a clessidra, inoperabili con processi già noti, e lo applicò in due casi con successo. Ha applicato per il primo la cauterizzazione del moncone centrale del nervo nella neurectomia per nevralgia del trigemino, usando la galvanocaustica e il termocauterio con successo duraturo; tale procedimento pubblicava nel 1894. 
   Propose e praticò, per il primo, la disinfezione peritoneale con alcool dopo laparotomie, in cui v’era il sospetto o la certezza di inquinamenti del campo operatorio, e la usò poi largamente con successo costante”. 
   “...Per gli allievi interni la Clinica è stata una palestra di disciplina, di lavoro continuo ed indefesso, di sacrifizio. Per accogliere e mantenere gli allievi nel seno della Clinica, è stato questo il tacito motto: tutto per la Clinica e per lo studio: la chirurgia è una missione...”. 
   Questi ampi riferimenti riportati dal Purpura meritano ancora qualche commento sugli aspetti antesignani della professionalità del Tansini, che al tempo della loro manifestazione difficilmente avrebbero potuto essere considerati così importanti. 
   Ed innanzi tutto va preliminarmente sottolineato come, dal tipo di approccio al malato chirurgico, così bene e minuziosamente descritto dal Purpura, emerga tutta la modernità professionale del Tansini, espressa fondamentalmente in una sua intima e profonda problematica: la ricerca della verità clinica e la verifica dell’efficacia terapeutica. Egli si muove così, provando ad impostare, di volta in volta, i dati morfologici rilevati dall’accurato esame del paziente nell’angusta griglia delle conoscenze fisiologiche del tempo, ricavando, in tal modo, gli elementi fondamentali della diagnosi ed impostando le corrette premesse di una azione chirurgica risolutiva. In altri termini, anticipa quel lungo percorso di pensiero che, alla fine, porterà alla nascita della disciplina che, più di ogni altra, costituisce la base scientifica di qualsiasi intervento terapeutico: la  Fisiopatologia Clinica, della quale, per tutti i motivi fin qui addotti, può, a ben diritto, essere considerato il fondatore.  
   Questo tipo d’impostazione culturale del Tansini può far comprendere oggi alcuni aspetti della sua operatività clinica che forse, allora, non furono valutati a sufficienza, perché eccessivamente antesignani. Ci si riferisce al principio da lui sostenuto della “alimentazione pronta negli operati di resezione gastrica ed intestinale”: su questa problematica egli pubblicava già nel 1888 una sua memoria su “Ricerche sperimentali ed osservazioni cliniche”, anticipando di oltre un secolo quelle stesse problematiche della chirurgia gastrointestinale che oggi appaiono ormai definitivamente risolte con l’applicazione delle diverse metodiche di alimentazione artificiale. 
   Quanto fino ad ora esposto contribuisce a spiegare i progressi compiuti dalla Scuola chirurgica palermitana: formatasi con l’insegnamento di illustri Maestri. E qui va opportunamente ricordata la figura di Giovanni Gorgone, tanto apprezzato come studioso e come chirurgo proprio dal Porta, ch’era stato il Maestro di Enrico Bottini; e quest’ultimo, a sua volta, Maestro proprio di quell’Iginio Tansini che fu felice di lasciare sedi universitarie prestigiose, come quella di Modena, per venire a Palermo, rifiutando anche sedi molto allettanti, come Bologna, a dimostrazione della considerazione esistente in ambito nazionale nei confronti della Facoltà Medica di Palermo e della Scuola Chirurgica Palermitana. 
   Anche come professore Emerito l’attività del Tansini non conobbe soste: dal momento in cui fu collocato in pensione egli si adoperò, con tutte le sue energie, per sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti delle neoplasie maligne. Perfezionò e diffuse le sue tecniche chirurgiche originali, iniziò una campagna di prevenzione “per gli ex cancerosi e per i predisposti per ereditarietà”, si impegnò per la “fondazione di un Istituto per la Prevenzione del cancro”. Di tutta questa sua attività rimane ampia documentazione presso l’Accademia Medica Lombarda, negli Atti della quale hanno visto la luce moltissimi dei suoi lavori. 
   La sua partecipazione fu richiesta in numerose Accademie nazionali ed internazionali; fu socio delle più importanti associazioni mediche e chirurgiche nazionali ed internazionali; tra le innumerevoli partecipazioni a Congressi nazionali ed internazionali, può avere un significato ricordare quella al VII Congresso della Società Internazionale di Chirurgia, che ebbe luogo a Roma dal 7 al 10 aprile del 1926. Durante i lavori di questo importante convegno, ebbe l’onore di presiedere con Giordano le relazioni dell’Adson di Rochester e del Lozano di Saragozza sulla terapia dei tumori cerebrali. 
   Onorato dai suoi allievi e stimato dagli amici e colleghi, si spense, all’età di 88 anni, a Belgioioso, il 13 ottobre del 1943. 

Bibliografia essenziale    

1. -Albanese A. Su di un caso raro di coprostasi. Osservazione clinica. Clinica Chirurgi-ca. F. Vallardi, Milano. 1895. 
2. -Castronovo M. - Sui casi di pietra vescicale curati nel triennio scolastico 1892-95. Osservazioni. Clinica Chirurgica. F. Vallardi, Milano. 1895. 
3.-De Francisco G. - Sull’otturamento delle cavità ossee per mezzo di corpi estranei. Ricerche sperimentali. Il Morgagni, n. 11. Società Editrice Libraria, Milano. 1898. 
4. -Di Gesù G., Li Voti P. - Fatti e figure dell’insegnamento e dell’esercizio della chirurgia a Palermo. Atti Accad. Sc. Mediche, Palermo. 1983. 
5. -Di Gesù G., Li Voti P. - Fatti e figure dell’insegnamento e dell’esercizio della chirurgia a Palermo. Boll. Soc. It. Chirurgia, Roma.1983.
6. -Palleroni G.  - Sopra un caso di doppio rene mgrante e di nefropessia lombare bilaterale Guarigione. F. Vallardi, Milano. 1897. 
7. -Pusateri S. - Un caso di estirpazione completa della parotite per carcinoma recidivante con diffusioni glandulari e cutanee. Riforma Medica, n. 60. F. Faili, Roma. 1902.
8. -Tansini I. - Sul carbolismo in chirurgia. Gazzetta Medica Italiana 1880.
9. -Tansini I. - Dei progressi dell’odierna chirurgia. Vedere volumi recensioni 1880, pag 272. 
10.-Tansini I. Delle anomalie anatomiche più importanti per la medicina operatoria.1882. 
11.-Tansini I. - I più potenti ausiliarj della medicina operativa. Prolusione al corso libero con effetti legali di medicina operativa pronunciata il 21 novembre 1884 nel teatro anatomico della Università di Pavia. Gazzetta Medica Ital. Lombardia. Tip. Fratelli Rechiedei, Milano. 1884. 
12.-Tansini I. - Contribuzione di Chirurgia Pratica. Rendiconto clinico. Cima e Moroni, Lodi, 1884. 
13.-Tansini I. - Resezione del mascellare superiore col metodo endorale Bottini. Guarigione. Gazzetta Medica Ital. Lombardia. Tip. Fratelli Rachiedei, Milano. 1885. 
14.-Tansini I. - Estirpazione di colossale sarcoma della radice della coscia. Legatura laterale della vena femorale. Guarigione. Gazzetta Medica Ital. Lombardia. Tip. Fratelli Rachiedei, Milano. 1886. 
15.-Tansini I. - Sull’isolamento dell’intestino dal mesenterio. Gazzetta Medica Ital. Lombardia. Tip. Fratelli Rechiedei, Milano. 1886. 
16.-Tansini I. - Injezioni parenchimatose di sublimato corrosivo nel lupus. Guarigione Gazzetta degli Ospitali, F. Vallardi, Milano. 1887. 
17.-Sopra un caso di resezione di stomaco e piloro per cancro. Guarigione. Gazzetta Medica Ital. Lombardia. Tip. Fratelli Rechiedei, Milano 1887. 
18.-Tansini I. - Sui doveri e sul carattere del Chirurgo Moderno. Prolusione al Corso di Clinica Chirurgica operativa nella R. Università di Modena. Gazzetta Medica Lombarda. Tip. Fratelli Rechiedei, Milano. 1889. 
19.-Attidel XII Congresso della Associazione Medica Italiana. Tenuto in Pavia nel settemre 1887. Fusi, Pavia. 1889. 
20.-Tansini I. - Sull’impulso cardiaco in rapporto coll’apertura del cranio, della pleura e dell’addome. Ricerche sperimentali. G. T. Vincenzi e nipoti, Modena. 1890. 
21.-Tansini I. - Cura dell’epilessia colla trapanazione del cranio.Comunicazione VIII adunanza della Società Italiana di Chirurgia in Roma 1891. I. Artero, Roma. 1892. 
22.-Tansini I. - Sopra un caso di epilessia Jaksoniana traumatica. Appendice al precedente. 
23.-Tansini I. - Anomalia del digastrico importante per la medicina operativa. Memoria della Regia Accademia di Scienze, lettere ed Arti in Modena. Sez. II, vol III, pagg. 677- 680. Società tipografica, Modena. 1892. 
24.-Tansini I. - Sopra un caso di coesistenza di voluminoso fibro-sarcoma dell’ovaio e di cisti d’echinococco del peritoneo parietale. F. Vallardi, Milano. 1893.
25.-Tansini I. - Sopra un caso di rara ubicazione di un fibroma uterino. Osservazione clinica. Clinica Chirurgica, F. Vallardi, Milano. 1895.
26.-Tansini I. - Nuovo processo per l’amputazione della mammella per cancro. Riforma Medica, Napoli. 1896. 
27.-Tansini I. - Sulla cura chirurgica della gastrostasi. Rendiconti del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, Hoepli, Milano. 1914. 
28.-Tansini I. - Sul mio processo di operazione radicale per il cancro della mammella. Rendiconti del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, Hoepli, Milano. 1914.
29.-Tansini I. - Sulla splenectomia associata alla omentopessia per la cura di splenomegalie con cirrosi epatica secondaria. Rendiconti del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, Hoepli, Milano. 1919.  
30.-Tansini I. - Nefrectomia per rene policistico. Nota clinica. Istituto Reale Lombardo di Scienze e Lettere. Rendiconti, serie II, vol. III, pagg. 175-178.U. Hoepli, 1921. 
31.-Tansini I. - Arturo Marcacci. Commemorazione letta dal prof. I Tansini. Istituto Reale Lombardo di Scienze e Lettere. Rendiconti, serie II, vol. III, pagg. 417-428. U. Hoepli, Milano. 1921. 
32.-Tansini I. - Sopra un caso di stomaco a clessidra. Istituto Reale Lombardo di Scienze e Lettere. Rendiconti, serie II, pagg. 409-414.U. Hoepli, Milano. 1922. 
33.-Tansini I. - Sopra un segno clinico di metastasi intestinale del cancro del piloro. Istituto Reale Lombardo di Scienze e Lettere. Rendiconti, serie II, pagg. 983-986. U. Hoepli, Milano. 1922. 
34.-Tansini I. Per il perfezionamento della operazione chirurgica nella lotta contro il cancro. Rendiconti del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, serie II, vol. LXVIII, fasc. XI-XV. U. Hoepli, Milano. 1935. 
35.-Tansini I. - Occlusione intestinale. In -Trattato Italiano di Chirurgia redatto da distinti professori e specialisti. Vol IV, parte II, pagg. 169-208. F. Vallardi, Milano (senza data). 
36.-Atti del XII Congresso della Associazione Medica Italiana. Tenuto in Pavia nel settemre 1887 Fusi, Pavia. 1889. 
37.Necrologio. In Pensiero Medico, ottobre 1943.
38.Tansini I. - Scritti Medici. A. Wasserman, Milano. 1935. ( Il volume contiene tutti i lavori scientifici pubblicati dal Tansini dal 1880 al 1935 ).

 

Ernesto Tricomi (1859-1929)
Biografie di chirurghi dell’Accademia Medica Palermitana redatte dal Prof. Giuseppe Di Gesù
giuseppedigesu@gmail.com 

   Ernesto Tricomi nacque a Caltanissetta il 13 aprile del 1859. Completati gli studi superiori, si trasferì a Napoli dove frequentò la Facoltà medica di quella Università, conseguendo il diploma di laurea in Medicina e Chirurgia il 31 luglio del 1883. Subito dopo frequentò, come assistente, l’Istituto di Anatomia Patologica di quell’Ateneo dedicandosi allo studio di molteplici ed interessanti problematiche inerenti diversi argomenti di patologia e di clinica chirurgica ed affinando le sue predisposizioni per l’indagine scientifica. 
   Successivamente si trasferì prima alla Clinica Chirurgica di Napoli, poi a quella di Roma, diretta da un altro illustre chirurgo siciliano, Francesco Durante. Sotto la guida di quest’ultimo il Tricomi percorse la carriera universitaria fino alla nomina ad Aiuto; successivamente, a soli 30 anni, risultò vincitore del concorso per la Cattedra di Patologia e Clinica Chirurgica Propedeutica dell’Università di Padova, dove si trasferì. La sua permanenza a Padova però non si protrasse a lungo, infatti partecipò al concorso per la cattedra di Clinica Chirurgica e di Medicina Operatoria dell’Università di Messina, e, risultato vincitore, vi si trasferì. Intanto un altro prestigioso Ateneo, quello di Bologna, metteva a concorso la Clinica Chirurgica. Egli, ancora non soddisfatto della sede occupata, partecipava con successo anche a quest’altro bando, risultando ancora una volta vincitore. Veniva così chiamato dalla Facoltà e nominato Direttore di quella Clinica Chirurgica. 
   Tuttavia, anche in questa occasione la permanenza del Tricomi a Bologna non si protrasse a lungo; infatti, trasferitosi Iginio Tansini da Palermo a Pavia per succedere al suo Maestro Enrico Bottini, la Facoltà Medica palermitana, con voto unanime, lo chiamava a ricoprire la cattedra di Clinica Chirurgica dell’Università cittadina. Il Tricomi manifestò qualche perplessità a lasciare quel prestigioso Ateneo, tuttavia reiterati interventi da parte di numerosi Enti citadini, le pressioni di tutta la classe medica e le molteplici insistenze dei diversi componenti della Facoltà, furono sufficienti a convincerlo ad accettare il trasferimento. In tal senso non sembra restassero estranee considerazioni fondate sul fatto che così poteva spostarsi nella sua Isola, continuando comunque ad occupare una cattedra come quella di Palermo, che già vantava grandi tradizioni. 
   In questo modo, a partire dall’anno accademico 1903-04, Ernesto Tricomi iniziava la sua attività scientifica, didattica ed operatoria nella terra che gli aveva dato i natali. 
   Negli anni precedenti egli aveva avuto modo di formarsi, dal punto di vista tecnico-chirurgico, prima sotto la guida del Durante, raggiungendo già allora altissimi livelli di professionalità; in un secondo tempo, autonomamente, aveva potuto accrescere la sua esperienza nel corso dell’attività svolta precedentemente a Padova, a Messina ed a Bologna. 
   Nel 1892, aveva messo a punto una tecnica originale per il trattamento chirurgico dell’ernia crurale, che da allor adottò sempre con successo. 
   Nel 1894, per primo in Italia, aveva effettuato una epatectomia sinistra per cancro, e, secondo nel mondo, dopo lo Schlatter, eseguì una gastrectomia totale: entrambi gli interventi furono seguiti da un ottimo esito. I suoi successi chirurgici si rinnovavano continuamente: nel 1896 aveva trattato chirurgicamente tre casi di morbo di Basedow, ottenendone la guarigione; e successivamente aveva messo a punto un metodo rapido per la cura della cisti da echinococco del fegato; nell’anno successivo pubblicava un lavoro sulla splenectomia, considerato pregevole per le idee che vi erano esposte ed estremamente interessante perché raccoglieva la più ricca casistica allora esistente sull’argomento. 
   A Palermo ebbe modo di dimostrare tutta la sua esperienza professionale di chirurgo esperto e precorritore continuando ad operare ad altissimo livello, senza fare rimpiangere l’opera del già grande Tansini, accrescendone anzi il bagaglio di esperienze e di successi. 
   Dal punto di vista scientifico le ricerche sue e degli allievi si indirizzavano alla risoluzione dei grandi problemi posti dal trattamento delle infezioni chirurgiche e dal cancro. 
   Nella commemorazione che di Lui fa il Salpietra nella Rivista Sanitaria Siciliana si legge che “Il prof. Tricomi appartenne ai primissimi di quella gloriosa schiera di chirurghi italiani capitanata dal Durante, che diede alla chirurgia un indirizzo prevalentemente scientifico. Operatore brillante e geniale, lo vedemmo specie nei primi anni dei suoi corsi di Clinica Chirurgica a Palermo, eseguire arditissime operazioni con mirabile esattezza, con impareggiabile sollecitudine e con risultati dei più felici. Al suo nome sono legati metodi per la cura dell’ernia crurale e del rene mobile”. 
   Proprio per i suoi meriti scientifici venne eletto alla Presidenza dell’Accademia Medica di Palermo, che resse con saggezza e con molti meriti per diversi anni, incrementandone i lavori e l’impegno scientifico. 
   Tuttavia Ernesto Tricomi dimostrò di possedere una personalità anche estremamente sensibile alle problematiche sociali. Sampre il Salpietra ricorda che proprio in una tornata dell’Accademia “il Tricomi espose, con un magnifico discorso...gli scopi filantropici che si proponeva con la istituzione di un Istituto di Medicina sociale, per la lotta contro le malattie evitabili, specialmente in un paese come il nostro, ove tutti gli elementi si trovavano per vincere l’apatia e le deficienze del passato”.
   “...In verità il Tricomi, e soltanto Lui, nella istituzione da Lui creata, si prodigò con grande amore e fervido studio, ma gli vennero a mancare tutti quegli altri coefficienti indispensabili per la migliore riuscita ed Egli lottò con grande fervore a Palermo ed a Roma, nei Congressi e nelle assemblee, al Circolo della Stampa ed alla Biblioteca Filosofica di Palermo, all’Università popolare e, dalla cattedra, con ammirevole persistenza, espose, con chiarissime conferenze la necessità della lotta contro le malattie sociali, specie contro i due maggiori flagelli che assillano la dolorante umanità: la tubercolosi ed il cancro”.
   Si è preferito riportare per intero questo brano per i dati estremamente interessanti che è possibile coglierne nella lettura. A parte infatti la dimostrata sensibilità del grande chirurgo per le istanze ed i bisogni sociali, è possibile apprendere: quale fosse, in quegli anni, lo sviluppo ed il livello di diversi sodalizi culturali operanti nella città , ivi compresa una Università popolare. 
   Uno sguardo all’Annuario accademico del 1923-24, consente di evidenziare, già in quegli anni, che rappresentano uno dei momenti più felici della Clinica Chirurgica di Palermo, il futuro della moderna Scuola chirurgica palermitana. 
   La Clinica chirurgica è diretta dal Tricomi, ed i suoi collaboratori sono: Latteri, Leone, Di Gioia, Saso Scarpello. La Patologia chirurgica è diretta da Francesco Purpura, ed i suoi collaboratori sono: Carmona, Carollo, Nicastro, Mirabella, Gaglio, Tarantino. La Medicina operatoria è diretta da Gaetano Parlavecchio, mentre i collaboratori sono: Cinquemani, Madonia, Ciulla, Pavone, De Luca, Arlotta, Spinnato. 
   E’ proprio durante l’attività svolta in Clinica chirurguca da Ernesto Tricomi che la Scuola chirurgica palermitana assume ormai quella configurazione definitiva che le consentirà di espimere, da lì a poco le insigni personalità che influnzeranno il periodo più recente della vita universitaria.
   Questo è anche il momento in cui nella vita universitaria degli Istituti chirurgici si comincia a formare una nutrita schiera di valorosi professionisti che andranno ad esercitare in ambito ospedaliero, sia nella città che in tutta la provincia. 
   Con Tricomi la Scuola chirurgica palermitana finisce per assumere una corporeità ben visibile ed apprezzabile nei suoi rapporti con gli altri ambienti chirurgici nazionali ed isolani, sia universitari che ospedalieri. 
   Intanto l’operosità ed il fervore scientifico della Clinica Chirurgica di Palermo vengono dimostrati dalle numerose comunicazioni svolte nelle diverse adunanze dell’Accademia Medica dallo stesso Tricomi o dai suoi numerosi allievi, e dalle innumerevoli pubblicazioni date alle stampe, le più importanti delle quali vengono riportate, qui di seguito in bibliografia. 
   Tricomi fu socio delle più prestigiose Accademie mediche e scientifiche nazionali, fu socio di numerose associazioni mediche e chirurgiche nazionali ed internazionali, partecipò ai congressi della Società Italiana di Chirurgia sempre con un ruolo di primo piano. In proposito va ricordata la sua relazione sulla “Chirurgia delle affezioni benigne dello stomaco” svolta a Roma nel 1912. 
   Come presedentemente quella sulle splenectomia, anche la monografia su “Le malattie infettive chirurgiche”, edita da F. Vallardi a Milano riscosse lusinghieri apprezzamenti e grandi consensi sia in Italia che all’estero. 
   Le sue doti di insigne operatore e le sue conoscenze di tecnica chirurgica gli furono universalmente riconosciute con l’invito a partecipare alla stesura del Trattato Italiano di Chirurgia, per il quale fu incaricato di compilare due importanti capitoli: i traumi dell’addome e l’occlusione intestinale. 
   Purtroppo però, ancora prima di completare la sua vita universitaria, a 69 anni, dopo un lungo periodo di malattia che sembrava ormai in via di risoluzione, quando gli amici, i colleghi e gli allievi ormai gioivano “ad apprendere che, migliorate le sue condizioni di salute, da Venezia, ove risiedeva, era stato accompagnato a Bogliasco, nella riviera ligure, per completare la sua guarigione” fu preda di una grave broncopolmonite che rapidamente lo spense. 
   La figura e l’opera di Ernesto Tricomi lasciarono un’orma indelebile nell’arduo processo di evoluzione e di crescita culturale della chirurgia palermitana, incrementandone ulterior-mente il prestigio sia nell’ambito accademico che in quello sociale in genere. La Facoltà intanto, dopo la sua dipartita, nel solco di quella tradizione che l’aveva sempre spinta ad individuare le personalità di maggior prestigio nell’insegnamento ed esercizio della chirurgia, si apprestava alla chiamata di un altro grande allievo di Francesco Durante, anch’egli siciliano: Nicola Leotta.
 

Bibliografia essenziale 

1. -Di Gesù G., Li Voti P. - Fatti e figure dell’insegnamento e dell’esercizio della chirurgia a Palermo. Atti Accad. Sc. Mediche, Palermo. 1983. 
2. -Di Gesù G., Li Voti P. - Fatti e figure dell’insegnamento e dell’esercizio della chirurgia a Palermo. Boll. Soc. It. Chirurgia, Roma.1983. 
3. -Dizionario dei Siciliani illustri. Ciuni, Palermo. 1939. 
4. -Marocco G. - Sull’ulcera duodenale. Riforma Medica, Palermo, 269-273, anno XVI, 1900. 
5. -Pazzini A. - Storia dell’arte sanitaria. Dalle origini a oggi. Minerva Medica, Torino. 1973. 
6. -Tricomi E. - Quattro casi di Ernie crurali operate con metodo proprio: nota preventiva, 1892.
7. -Tricomi E. - Prima serie di laparotomie. Feltre, Padova. 1892. 
8. 1-Tricomi E. - Tre casi di morbo di Basedow, curati chirurgicamente. Padova. 1896. 
9. -Tricomi - La gastrostenoplastica nell’ectasia primitiva dello stomaco: ricerche cliniche e sperimentali. 1896. 
10.-Tricomi E. - Splenectomie. Padova. 1897. 
11.-Tricomi E. - Contributi di Clinica operativa. Tipografia all’Università, F.lli Gallina, Padova. 1898. 
12.-Tricomi E. - Gastrectomia per cancro della piccola curvatura diffuso alle pareti gastriche- guarigione.  1899. 
13.-Tricomi E. - Asportazione di un adenocarcinoma primitivo del pancreas. Atti S.I.C., Artero, Roma. 1899. 
14.-Tricomi E. - La cura rapida della ciste d’echinococco del fegato. Vallardi, Milano. 1899. 
15.-Tricomi E. - Su di una asportazione dello stomaco. Riforma Medica, Palermo, 13, anno XV, 1899. 
16.-Tricomi E. - Contributo clinico alla cura radicale dell’ulcera semplice gastrica in corso di evoluzione. Riforma Medica, Palermo, 28-29-30, anno XV, 1899. 
17.-Tricomi E. - La cura rapida della ciste d’echinicocco del fegato. Vallardi, Milano1899. 
18.-Tricomi E. - Contributo clinico al processo Roux nella gastro-enterostomia. I. Artero, Roma. 1899. 
19.-Tricomi E. - Esperimenti sull’emostasi del fegato. Cinque epatectomie parziali. Policlinico, VI - C 1899. 
20.-Tricomi E. - Adeno-carcinoma della grande curvatura dello stomaco. Riforma Medica, Palermo, 235-236, anno XV, 1899. 
21.-Tricomi E. - Epatectomia parziale per sifiloma. Rif. Medica, Roma, anno XVII, 1901. 
22.-Tricomi E. - La via oddomo-extraperitoneale nei tumori infralegamentari. 1902.
23.-Tricomi E. - Splenectomia per ciste d’echinicocco. 1903. 
24.-Tricomi E. - Alcuni casi di chirurgia addominale. Atti R. Accad. Sc. Med., Palermo. 1904. 
25.-Tricomi E. - Asportazione di un voluminoso angioma dello sternocleidomastoideo. Atti R. Accad. Sc. Med., Palermo. 1905. 
26.-Tricomi E. - Cisti d’echinococco della milza e del lobo sinistro del fegato... . Atti R. Acca-demia Sc. Med., Palermo. 1906. 
27.-Tricomi E. - Asportazione completa della scapola per osteo-sarcoma del corpo. Atti R. Accademia Sc. Med., Palermo. 1906. 
28.-Tricomi E. - Resezione pilorogastrica per cancro. Atti R. Accad. Sc. Med., Palermo. 1907. 
29.-Tricomi E. - Adenoma cistico dell’ovaio del peso di Kg. 30: asportazione e guarigione. Atti R. Accad. Sc. Med., Palermo. 1907. 
30.-Tricomi E. - Lipoma del mesentere. Asportazione e guarigione. Atti R. Accad. Sc. Med., Palermo. 1907. 
31.-Tricomi E. - Chirurgia delle affezioni benigne dello stomaco. Archivio ed Atti della Società Italiana di Chirurgia. Roma, 1912.
32.-Tricomi E. - Casi clinici. Atti R. Accad. Sc. Med., Palermo. 1918. 
33.-Tricomi E. - Casi clinici. Atti R. Accad.Sc. Med., Palermo. 1927. 
34.-Tricomi E. - Cancro, tubercolosi e sifilide. Atti R. Accad. Sc. Med., Palermo. 1924. 
35.-Tricomi E. - Il cancro, Malattia sociale. Relazione all’VIII Congresso Medico Calabro Siculo. 1926. 
36.-Tricomi E. - Lezioni di Clinica Chirurgica. 
37.-Tricomi E. - Le malattie infettive chirurgiche. F. Vallardi, Milano. 
38.-Tricomi E. - Le malattie infettive traumatiche. F. Vallardi, Milano. 
39.-Tricomi E. - Traumi dell’addome. In -Trattato Italiano di Chirurgia redatto da distinti professori e specialisti. Vol IV, parte II. F. Vallardi, Milano (senza data). 
40.-Tricomi E. - Occlusione intestinale. In -Trattato Italiano di Chirurgia redatto da distinti professori e specialisti. Vol IV, parte II. F. Vallardi, Milano (senza data).
41.Tricomi E. - Malattie del peritoneo. -Trattato Italiano di Chirurgia redatto da distinti professori e specialisti. Vol. IV, parte II. F. Vallardi, Milano (senza data). 
42.-Tricomi E. - Resezione gastrica anulare mediana per ulcera semplice della piccola curvatura. Gatsroenterostomia posteriore ad Y - Guarigione. 
43.-Tricomi E. - Esperimenti sull’emostasi del fegato. Cinque epatectomie parziali. 
44.-Tricomi E. - Quattro resezioni ileo-cecali per tubercolosi.
45.-Tricomi E. - Asportazione del sigma colico e del retto per la via addomo-perineale. 
46.-Tricomi E. - Estirpazione completa della scapola per sarcoma. 
47.-Anonimo: E. Tricomi, Riforma Medica 1929. Pag. 138. 
48.-Purpura F. - Ernesto tricomi. In Ann. Ital. Di Chirurgia, 1929. Pag. 98.  
49.-Salpietra A. - Ernesto tricomi In Rivista Sanitaria Siciliana, 1929 pag. 77-79.

 

Gaetano Parlavecchio (1866-1933)
Biografie di chirurghi dell’Accademia Medica Palermitana redatte dal Prof. Giuseppe Di Gesù
giuseppedigesu@gmail.com

  Gaetano Parlavecchio nacque a Montalbano Elicona, in provincia di Messina, il 21 febbraio del 1866. Fatta la sua scelta per lo studio della medicina, si trasferì a Napoli prima, quindi a Roma, dove seguì i corsi universitari di quelle Facoltà, fino al conseguimento del diploma di laurea che ottenne, con il massimo dei voti e la lode, a Roma nel 1891, discutendo una tesi su “Etiologia patogenesi e significato biologico dei tumori”. Questo suo lavoro venne premiato e pubblicato. 
   Subito dopo iniziò a frequentare gli Ospedali di Roma dove venne nominato assistente incaricato e successivamente assistente ordinario, dopo concorso. Negli anni seguenti svolse una precoce carriera vincendo, nel 1892, il concorso per chirurgo aggiunto e, nell’anno successivo, quello per chirurgo sostituto del primario.
   Durante questo periodo d’impegno, svolto principalmente in ospedale, il Parlavecchio ebbe modo di esercitare una ricca svariata e brillante attività operatoria che gli consentì di conseguire numerosi successi culminati con un intervento di sutura del cuore per una larga ferita penetrante del ventricolo sinistro. “Questo nuovo ed audace campo della chirurgia cominciava ad essere conquistato, segnando ancora allora la grande differenza per il radicato preconcetto della intangibilità del cuore, ed il caso del Parlavecchio, 2° in Italia, 3° in tutto il mondo, fu seguito da guarigione”. Egli descrisse questo caso in seno alla Società Italiana di Chirurgia riscuotendo grande successo e definendo, in questo modo “La presa stabile di possesso, come egli ebbe a dire, di questo campo da parte della chirurgia”. 
   Nel 1899 conseguì, per titoli, la libera docenza in Patologia Chirurgica dimostrativa nella R. Università di Roma; e da quel momento cominciò a tenere i corsi liberi per la disciplina di cui era docente, riscuotendo successo di consensi e di pubblico. 
Nel 1904 partecipò al concorso per le cattedre di Medicina Operatoria delle Università di Genova, Napoli e Palermo, risultando vincitore. Venne così chiamato dalla Facoltà medica dell’Ateneo palermitano dove fu nominato professore straordinario, succedendo a Vincenzo Marchesano. Il 10 dicembre del 1907 fu proposto con voto unanime della Facoltà per il passaggio ad ordinario. 
   A partire dal 1905, e per cinque lustri, diresse a Palermo un Sanatorio Chirurgico-ginecologico, nell’ambito del quale aprì una sezione gratuita per i poveri. 
   Nel 1922 fondò anche una rivista scientifica che fu pubblicata regolarmente per oltre un decennio, raccogliendo numerose e ricche testimonianze della pregevole attività nel campo della ricerca e della clinica svolta nell’Università di Palermo in diverse discipline del corso di laurea in medicina: “La Cultura Medica Moderna”. Nella stessa rivista furono ospitati interessanti articoli e revisioni di storia della chirurgia, opera di eminenti personalità della medicina e della chirurgia, nazionali ed internazionali.
   Fece parte di numerose associazioni scientifiche nazionali, fu anche Preside della Facoltà di Medicina e chirurgia, Presidente dell’Ordine dei Medici della provincia di Palermo, Primario chirurgo dell’Ospedale psichiatrico, Vice Presidente della Regia Accademia delle Scienze Mediche di Palermo. 
   Quando prese servizio a Palermo, il Parlavecchio trovò un Istituto di Medicina Operatoria certamente inadeguato alle nuove esigenze emergenti dai continui progressi della chirurgia. Le richieste del suo predecessore, Vincenzo Marchesano, erano sempre rimaste sulla carta; e lo stesso sarebbe accaduto a lui se non si fosse impegnato a fondo, favorito, in questo suo progetto, anche dalla fama dei successi che aveva raggiunto durante l’attività svolta precedentemente negli Ospedali di Roma. Le sue richieste furono accolte però soltanto in parte dalla Suprema Commissione agli Studi; tuttavia egli riuscì “a creare di sana pianta” una sala operatoria di chirurgia sperimentale, “dei laboratori di microscopia e batteriologia, un bestiario, un gabinetto per foto e microfotografia”. 
   Per le sue vive e continue insistenze furono man mano migliorati i locali e creati dei nuovi; successivamente gli riuscì anche di dotare l’Istituto di una ricca biblioteca, che tenne sempre aggiornata, e di un “armamentario chirurgico”, per il quale impegnò tutte le sue energie fino a renderlo il più completo possibile. 
   L’Istituto fu così pronto, disponibile ed accessibile per promuovere la ricerca scientifica e costituì un centro di assiduo e febbrile lavoro didattico e scientifico per i professori della Facoltà e per i discenti: “una vera fucina,...frequentata sempre, oltre che da studenti, anche da studiosi ... che il Parlavecchio, con grande liberalità. accoglieva ed ospitava”. 
   Di fatto, la venuta del Parlavecchio a Palermo promosse non poco gli interessi per la ricerca nel campo medico e chirurgico: d’altra parte, pter disporre già in quell’epoca di attrezzature destinate alla riproduzione di immagini sia macro che microscopiche doveva costituire certamente motivo di merito e di grande soddisfazione. Inoltre, la sua apertura alla collaborazione con studiosi e ricercatori delle altre branche mediche, consentendo un moderno approccio di tipo interdisciplinare alle tante problematiche chirurgiche irrisolte, contribuiva a rendere ancora più interessante e foriera di grandi successi l’attività di ricerca. Tutto questo suscitava un grande entusiasmo nei giovani e rendeva particolarmente numerosa la schiera degli allievi e dei giovani medici che con lui collaboravano. Il frutto di tutte queste ricerche costituì oggetto di numerose pubblicazioni curate personalmente dal Parlavecchio, alle quali fu riservato sempre il meritato successo. 
   Forse anche per questo iniziò una brillante attività editoriale con la pubblicazione della “Cultura Medica Moderna” una nuova rivista scientifica di medicina che si caratterizzava per le sezioni in cui era suddivisa. Queste comprendevano generalmente: la prima, “Memorie Originali”, dedicata ad articoli di fondo, frequentemente opera dello stesso Parlavecchio, di qualcuno dei suoi allievi, o di grandi nomi nazionali o stranieri ; la seconda, “Note di Terapia e Ricettario”, con i risultati delle più recenti ricerche in ambito terapeu-tico; la terza, “Resoconti di Accademie, Società e Congressi”, dedicata alle attività svolte dai sodalizi culturali di maggiore spessore scientifico; la quarta sezione, “Rassegna sistematica della Stampa periodica”, era dedicata alle maggiori riviste scientifiche italiane e straniere; infine, l’“Appendice”, veniva utilizzata per il dialogo con i lettori, per riferire le cronache universitarie e della sanità, per gli avvisi dei concorsi, e così via. 
   In questo modo l’aggiornamento scientifico veniva garantito a tutti i lettori ed era parti-colarmente proficuo, anche dal punto di vista della maturazione culturale, per tutti i suoi allievi che collaboravano alla redazione, leggendo, studiando, traducendo e criticando la letteratura internazionale che poi era inserita nel contesto dei fascicoli della rivista. 
   D’altre parte, “dotato di profonda cultura, di mente equilibrata e di facile parola, Gaetano Parlavecchio mantenne l’insegnamento all’altezza del continuo progresso della Scienza. 
   Egli seppe inquadrare benissimo il doppio compito dell’insegnante universitario compene-trando con la sua attività la parte didattica e la parte scientificaa in modo da rendersi utile alla educazione scientifica e professionale dei giovani e al progresso della sua disciplina”. 
   Queste parole, con le quali Fortunato Cinquemani, suo valido Aiuto e prezioso colla-boratore, ricorda il Maestro nella commemorazione tenuta il 29 dicembre 1933 in seno alla R. Accademia delle Scienze Mediche, esprimono appieno il carattere peculiare delle lezioni che il Parlavecchio usava tenere agli studenti ed ai medici che affollavano l’aula durante le ore in cui egli svolgeva la sua attività didattica. Era sua profonda convinzione che i corsi universitari dovessero preparare i giovani all’esercizio dell’attività professionale, e che a tal fine si dovessero privilegiare gli “insegnamenti dimostrativi e relative esercitazioni”. Era preoccupato di dover abilitare giovani che non avessero avuto esperienza delle più impor-tanti patologie, o che le conoscessero esclusivamente dalle descrizioni dei trattati. Privile-giava quindi lo svolgimento di un esteso programma di lezioni, contrariamente a quanti dedicavano il maggior tempo all’approfondimento soltanto di alcuni capitoli. Faceva di tutto, infine, per trattare anche la terapia delle malattie: “sì che la tecnica non fosse disgiunta dalla terapia e teneva a conservare un intimo collegamento tra la parte operatoria e le altre risorse terapeutiche...”. 
    Tra tutte le grandi doti dimostrate nel corso della sua lunga carriera professionale, il Parlavecchio però spiccò particolarmente per la sua azione indirizzata continuamente al miglioramento dei presidi tecnici e degli aspetti tecnologici allora disponibili nell’esercizio dell’attività diagnostica e chirurgica. Sarebbe impossibile elencare qui tutti i ferri chirurgici ed i presidi meccanici da lui ideati per la più agevole esecuzione ed il migliore esito degli interventi. Così, gli si offrì anche l’opportunità di mettere a punto ed eseguire diverse tecniche originali che ebbero tali riconoscimenti, da entrare a pieno titolo nel patrimonio delle comune conoscenza, per essere largamente seguite e condivise. 
   Tra tutte, vanno ricordate: il drenaggio peritoneo ipodermico permanente per la cura della tubercolosi peritoneale, i metodi di fissazione viscerale nelle ptosi; una tecnica di gastrostomia, i processi asettici per le anastomosi gastriche ed intestinali con i suoi gastro- ed entero- stomi copro-emostatici, i metodi di trattamento per le ernie crurali, le tecniche di mammoplastica, di mastectomia, di plastica labiale ed ureterale, di rinoplastica totale, e così via. Mise a punto anche un nuovo “metodo per la cranio-topografia”, differente dagli altri perché con due linee orizzontali e due oblique riusciva a “segnare i limiti di ciascun lobo cerebrale e del cervelletto”. 
   Di tutto questo egli rese conto in un numero considerevole di pubblicazioni che videro la luce sia a Palermo che a Roma, in quanto molte di esse furono giudicate degne di essere pubblicate negli Atti della Società Italiana di Chirurgia. 
   Vanno ricordate ancora due fatiche editoriali fondamentali nell’opera del Parlavecchio: “Etiogenesi e Terapia del Cancro”, che pubblicò in colalborazione con G. Fichera; ed i “Contributi di Terapia e Tecnica Chirurgica”, dove, con la collaborazione dei suoi allievi, venne riportato tutto il patrimonio di acquisizioni chirurgiche accumulato nel lungo corso della sua attività operatoria. 
   Prima di concludere, è opportuno sottolieare che il Parlavecchio fu un uomo di grande cultura, non esclusivamente medica. Egli infatti ne “La evoluzione attuale della terapia generale” dimostra di essere un profondo storico della medicina ed un illuminato episte-miologo, passando in rassegna ed interpretando in chiave moderna le diverse dottrine attraverso le quali l’esercizio dell’arte medica ebbe modo di evolvere fin dai tempi più antichi. Dal misticismo terapeutico, dall’empirismo e dal naturalismo egli giunge così al positivismo ed al razionalismo, attraverso le teorie dell’umorismo e del solidismo, dell’onto-genismo, dell’omeopatia e dell’eclettismo. Una piacevole ed interessante lettura può essere altresì considerata la sua “Storia dell’amputazione chirurgica della lingua e dei suoi precedenti punitivi”, nella quale riporta una lunga serie di curiose notizie che ne rendono altromodo accattivante la lettura, dimostrando anche in questo caso, di essere padrone di un esaltante patrimonio culturale. 
   Tante altre notizie avrebbero diritto, per la loro importanza, ad essere qui riportate. Ciò però renderebbe estremamente prolissa la presente biografia, che può essere considerata essenziale nel delineare la figura dell’uomo e del chirurgo Gaetano Parlavecchio: una gloria della chirurgia nazionale, un prestigioso rappresentante della chirurgia accademica e della Facoltà medica palermitana. Con la sua vita, con la sua professione, con la sua cultura, ancora una volta il patrimonio chirurgico dell’Ateno di Palermo si acresce considerevolmente raggiungendo i livelli più elevati tra quelli all’epoca presenti in tutto l’ambito nazionale. 

Bibliografia essenziale
1. -Arlotta M. - Terapia delle ptosi delle glandole parenchimatose e dell’utero. Ed. Prometeo, Palermo. 1923. 
2. -Arlotta M. - Cura della mastoptosi associata o no alla ipertrofia della mammella. La Cul-tura Medica Siciliana, 3: 357-366. 1924. 
3. -Calà L. - Un caso di peritonite purulenta acuta influenzale. La Cultura Medica Moderna, 2: 500-502. 1923. 
4. -Chianello C. - Terapia exeretica. Lezione del Direttore (prof. Parlavecchio). La Cultura Medica Moderna, 5: 155-160. 1926. 
5. -Chianello C. - La diagnosi di “tono” nel sistema nervoso della vita vegetativa. La Cultura Medica Moderna, 5: 392-399. 1926.
6. -Cinquemani F. - Stenoplastica e brachiplastica gastriche. La Cultura Medica Moderna, 4: 187-191. 1925. 
7. -Cinquemani F. - Resezioni gastriche col chimoemostatico assiale del Parlavecchio. La Cultura Medica Moderna, 4: 275-284. 1925. 
8. -Cinquemani F. -Retrattori per amputazioni. La Cultura Medica Moderna. 3: 33-39.1924. 
9. -Cinquemani F. - Lavaggio interstiziale dei tessuti dalla via arteriosa, e sue applicazioni all’antisepsi curativa ed all’anestesia regionale. La Cultura Medica Moderna, 3: 98-99. 1924. 
10.-Cinquemani F. - Un caso di lipoma della guaina carotidea. La Cultura Medica Moderna. 3: 196-198. 1924. 
11.-Cinquemani F. - Di un processo di cranioplastica con lembo massivo a ponte. La Cultura Medica Moderna. 3: 257-259. 1924. 
12.-Cinquemani F. - Contributo alla conoscenza della patogenesi dell’ulcera peptica del digiuno. Atti R. Acc. Sc. Med., Palermo. 1924. 
13.-Ciulla M. - La plastica del Parlavecchio nelle estese demolizioni del seno. La Cultura Medica Moderna, 2:193-199. 1923. 
14.-Clemente G. Contributo allo studio della tubercolosi della salpinge. La Cultura Medica Moderna. 2: 65-78. 1923. 
15.-De Luca A. - Cisti da echinococco della tiroide. La cultura medica Moderna, 4: 171-174 1925. 
16.-De Luca A. - Cura chirurgica della tubercolosi polmonare e della tubercolosi apicale, me-diante scollamento parapleurico e compressione esercitata dai muscoli pettorali, infossati nel cavo di scollamento. La cultura Medica Moderna, 5: 482-489, 511-517, 541-547, 1926.
17.-De Luca L. - Indicazioni - Postulati terapeutici e controindicazioni. Lezione del Direttore. La cultura Medica Moderna. 2: 489-491. 1923.
18.-De Luca L. - Su di un raro caso di necrosi acuta del pancreas. La Cultura Medica moderna, 2: 686-689. 1923.
19.-De Luca L. - Terapia delle distetie del cieco, dell’ascendente e dell’angolo epatico al colon. La Cultura Medica Moderna, 4:333-340; 425-433. 1925. 
20.-De Luca L. - Contributo sperimentale alla sterilizzazione tubarica temporanea. La Cultura Medica Moderna, 5: 301-310. 1926.
21.-De Luca L. - Terapia demolitrice e terapia sostitutrice. Lezione del Direttore. (prof. Parlavecchio). La Cultura Medica Moderna, 5: 603-607. 1926.
22.-Di Gesù G., Li Voti P. - Fatti e figure dell’insegnamento e dell’esercizio della chirurgia a Palermo. Atti Accad. Sc. Mediche, Palermo. 1983.
23.-Di Gesù G., Li Voti P. - Fatti e figure dell’insegnamento e dell’esercizio della chirurgia a Palermo. Boll. Soc. It. Chirurgia, Roma.1983.
24.-Di Piazza E. - L’emostasi preventiva nelle craniotomie. La Cultura Medica Moderna, 3: 269-271. 1924.
25.-Dizionario dei Siciliani illustri. Ciuni, Palermo. 1939.
26.-Fichera G., Parlavecchio G. - Etiogenesi e Terapia del Cancro. Palermo. 1924.
27.-Madonia S. - Sulla guaribilità dei poli- e dei pato- ptosici mediante interventi chirurgici. La Cultura medica Moderna, 3: 610-612. 1924.
28.-Merlino B. - Ascesso della fossa cecale da grossi calcoli biliari, silenziosamente migrati per lo spazio parieto-colico destro. La cultura Medica Moderna, 2: 425428. 1923.
29.-Merlino B. - Sulla cura radicale delle ragadi labiali ostinatamente recidivanti. La Cultura Medica Moderna, 3: 298-302. 1924.
30.-Occhino A. - La siero reazione di Botelho nella diagnosi del cancro. Valore e interpreta- zione. La Cultura Medica Moderna, 4: 10-14. 1925.
31.-Orlando F.P. - I processi per amputazioni cineplastiche del Parlavecchio. La Cultura Medica Moderna. 3: 3-12. 1924.
32.-Parlavecchio G. - Operazioni radicali di ernia crurale col metodo proprio. Rif. Med., Napoli. 1893.
33.-Parlavecchio G. - Istituzioni di Semeiotica chirurgica. Palermo.
34.-Parlavecchio G, - Di un procesos proprio di plastica totale del naso. Arch. It. O.R.L., Torino. 1897.
35.-Parlavecchio G. - Ferita del cuore suturata e guarita. Policlinico, suppl. IV, n. 42, Roma. 1898. 
36.-Parlavecchio G. - I tumori della lingua e la loro cura. Artero, Roma. 1899. 
37.-Parlavecchio G. - Lo stato della chirurgia del cuore al principio del secolo XX. S. E. Dante Alighieri, Roma. 1902. 
38.-Parlavecchio G. - Effetti di alcune cure speciali sui tumori maligni. Atti R. Accad. Sc. Med., Palermo. 1907. 
39.-Parlavecchio G. - Considerazioni intorno ad un caso di sarcoma primitivo d’una cistifellea empiematosa. Atti R. Accad. Sc. Med., Palermo. 1908. 
40.-Parlavecchio G. - Due casi di gastrectomia subtotale seguiti da guarigione con presen-tazione dei pezzi patologici, dei preparati e di una delle inferme, guarita da 17 mesi. Atti R. Accad. Sc. Med., Palermo. 1909. 
41.-Parlavecchio G. - Ueber die immunisirende Wirkung der Nucleinsaure. Arch. F. Klin. Chir. Bd. 90, Heft 1. 
42.-Parlavecchio G. - Contributo alla casistica dei tumori del piccolo omento. Un caso unico di mixoma ed un altro rarissimo d’idatide. Atti R. Accad. Sc. Mediche, Palermo. 1912. 
43.-Parlavecchio G. - Metodo radicale per la cura dell’ernia crurale dalla via femorale, pra-ticato mediante un ago speciale che rende possibile e facile la sutura dei tre legamenti dal basso. Atti R. Accad. Sc. Med., Palermo. 1915. 
44.-Parlavecchio G. - In memoria del prof. Giovanni Argento. Discorso commemorativo. Atti R. Accad. Sc. Med., Palermo 1917. 
45.-Parlavecchio G. - Le basi razionali della chirurgia ortotetica viscerale. Arch.It. chirur.,4: 1921. 
46.-Parlavecchio G. - Terapia delle ptosi gastroenteriche. Archivio ed Atti della Società Ita-liana di Chirurgia. Roma. 1921. 
47.-Parlavecchio G. - Risultati prossimi e remoti del mio metodo di isteropessi e di cisto - iste-ropessi. La Cultura medica Moderna, 2: 1-5. 1923.
48.-Parlavecchio G. - La lezione di chiusura dell’anno scolastico 1922-23. La cultura Medica Moderna, 2: 449 458. 1923.
49.-Parlavecchio G. - Peduncolizzazione dei tumori. La Cultura Medica Moderna. 2:743-744. 1923. 
50.-Parlavecchio G. - Storia dell’amputazione chirurgica della lingua e dei suoi precedenti punitivi. La Cultura Medica Moderna. 3: 236-239; 271-275. 1924. 
51.-Parlavecchio G. - L’evoluzione odierna della terapia generale. La Cultura Medica Moderna. 3: 289-298; 321-334. 1924. 
52.-Parlavecchio G. - La chirurgia degli alienati. La Cultura Medica Moderna, 3: 400-409. 1924. 
53.-Parlavecchio G. - Metodo per le resezioni osteoplastiche e definitive, parziali e totali, dello sterno. La Cultura Medica Moderna, 3: 417-430. 1924. 
54.-Parlavecchio G. - Metodo di craniotopografia rispondente alle nuove esigenze della chi-rurgia. La Cultura Medica Moderna, 3: 162-173, 1924. 
55.-Parlavecchio G. - Lezione di chiusura dell’anno scolastico 1923-1924. La Cultura Medica Moderna, 3: 481-489. 1924.
56.-Parlavecchio G. - La cura delle ptosi gastriche. La Cultura Medica Moderna, 4: 1-10. 1925. 
57.-Parlavecchio G. - Cura degli strozzamenti erniari. Lezione. La Cultura Medica Moderna, 4: 71-74, 1925.
58.-Parlavecchio G. - La valva sovrapubica a cavalletto del Parlavecchio. La Cultura Medica Moderna, 4: 78-79, 1925.
59.-Parlavecchio G. - Contributi di Terapia e Tecnica chirurgica. G. Travi,Palermo. 1925.
60.-Parlavecchio G. - Lezione di chiusura dell’anno scolastico 1924-25. La Cultura Medica Moderna, 4: 527-532. 1925.
61.-Parlavecchio G. - Splenomegalia ittero-emolitica complicata ea grave infezione melitense. Splenectomia. Guarigione. Atti R. Accad. Sc. Med., Palermo. 1926. 
62.-Parlavecchio G. - Nevralgia ovarica sinistra grave, peristente da anni, associata ad impo-nente sindrome istero-neurastenica: resezione del plesso spermatico interno con guarigione rapida completa. Atti R Accad. Sc. Med., Palermo. 1928. 
63.-Pavone M. - Nefroptosi e nefropessi in rapporto all’ortotesi nefro ureterica. La Cultura Medica Moderna, 2: 584-597. 1923. 
64.-Pavone M. - Sul trattamento delle fistole rettouretrali. La Cultura Medica Moderna. 2: 204 -210. 1923. 
65.-Pavone M. - Terapia generale chirurgica dei disturdbi della nutrizione. Off. Graf. Settimana Commerciale, Palermo. 1923.
66.-Pavone M. - La vaccinoterapia nelle affezioni delle vie genito urinarie. La Cultura Medica Moderna, 3: 353-357. 1924. 
67.-Pavone M. jr. - Funzionalità renale nei calcolosi con ipertrofia prostatica inoperabile prima e dopo la litotribolapassi. La Cultura Medica Moderna, 4: 155-159. 1925. 
68.-Pavone M. jr. - L’urutropina per via endovescicale nelle ritenzioni croniche infette. La Cultura Medica Moderna, 4:487-490. 1925. 
69.-Pavone M. jr. - Terapia trofica. La Cultura Medica Moderna, 5: 96-100. 1926. 
70.-Pavone M. jr. - Contributi alle operazioni endoscopiche. La Cultura Medica Moderna, 5: 211-215, 1926. 
71.-Pavone M. jr. - Gli effetti della simpaticotomia chimica del peduncolo renale sulla funzione dell’organo e sua possibile applicazione nella cura delle nefriti croniche. La Cultura Medica Moderna, 5: 248-250. 1926. 
72.-Pazzini A. - Storia dell’arte sanitaria. Dalle origini a oggi. Minerva Medica, Torino. 1973.
73.-Perricone G. - Plastiche peritoneali nelle pessie intestinali. La Cultura Medica Moderna. 2:33-42. 1923. 

 

Nicola Leotta (1878-1963)
Biografie di chirurghi dell’Accademia Medica Palermitana redatte dal Prof. Giuseppe Di Gesù
giuseppedigesu@gmail.com

   Nicola Leotta nacque ad Acireale, in provincia di Catania, nel 1878. Dopo aver compiuto gli studi superiori in Sicilia, si trasferì a Roma, ove seguì i corsi universitari di quella Facoltà medica, fino al conseguimento della laurea in Medicina e Chirurgia in quell’Ateneo, nel 1901.
   Subito dopo risultò vincitore di una borsa di studio della Fondazione Corsi per il perfezionamento negli studi medico chirurgici: gli si offrì così la possibilità di continuare a frequentare la Clinica Chirurgica dell’Università di Roma, seguendo l’insegnamento del suo Maestro, il prof. Francesco Durante.     Nel 1902 venne nominato Assistente effettivo della Clinica chirurgica; quattro anni dopo, Aiuto per la Medicina operatoria. Presso la Clinica Chirurgica; nel 1907 Aiuto della stessa Clinica Chirurgica. Carica che tenne fino al 1921. 
  Ciò non impedì comunque un suo impegno anche in ambito ospedaliero: infatti il 14 settembre del 1901 risultò vincitore di concorso per un posto di assistente medico-chirurgo presso gli Ospedali di Roma, che frequentava regolarmente, durante il periodo delle ferie universitarie. Nel 1905 vinse il concorso per Aiuto ospedaliero, e si dimise dopo un biennio di servizio che, aggiunto al biennio di servizio prestato nella Clinica Chirurgica, lo abilitava al concorso per chirurgo primario negli Ospedali di Roma. 
   Intanto, nel 1908 conseguiva la prima docenza, in Patologia speciale chirurgica; quattro anni dopo la seconda, in Clinica chirurgica e Medicina operatoria. Tenne quindi, con successo e regolarmente i corsi liberi per i quali aveva era docente. Nel 1909 la Facoltà medica di Roma decideva di riunire le due cattedre di Ortopedia e di Traumatologia in una e, ricevuta la dovuta approvazione dal Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione e dal Ministro competente, chiamava il Leotta ad assumerne la direzione per un triennio, fino a quando non si espletò il concorso definitivo per la nomina del titolare.
   Nel 1909 la Facoltà medica proponeva lo sdoppiamento della cattedra di Clinica chirurgica e Medicina operatoria per chiamare il Leotta a dirigere quest’ultima; la proposta però non fu approvata dal Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione che si oppose, costringendo così Nicola Leotta a tenere l’incarico interno, anche se ufficiale, per l’insegnamento della Medicina operatoria.  

   Sempre dal 1909, su proposta del prof. Durante, votata dalla Facoltà ed approvata dal Ministero, il Leotta riceveva la supplenza di Clinica chirurgica, che avrebbe successivamente mantenuto per 10 anni consecutivi. 
   Intensa e ricca di esperienze è stato anche l’impegno svolto da Nicola Leotta nel servizio militare. 
   Già nel 1906 era stato nominato medioc assistente di 1^ classe nella Croce Rossa Italiana, e con questo ruolo si impegnò una prima volta, nel 1908, nel soccorso ai terremotati di Sicilia e di Calabria; una seconda volta nel 1915, nell’opera di soccorso svolta durante il terremoto Marsicano. In entrambe le occasioni, il suo servizio e la sua dedizione furono tali da fargli meritare il riconoscimento del premio meritato con l’assegnazione della medaglia di bronzo. Sempre nel 1915 si dimise dal corpo della C.R.I. per prestare servizio attivo nell’esercito che frattanto era entrato in guerra. 
   Nominato Capitano medico di complemento, iniziò il suo servizio come direttore e capo del reparto chirurgico dell’Ospedaletto n. 62, che fu dislocato in prima linea. Nel 1916, promosso Maggiore, organizzò e diresse il nucleo chirurgico mobile n. 1, che divenne famoso per la rapidità di intervento e perché operò anche sul fronte francese, costituendo l’unica organizzazione chirurgica specializzata della II Armata. Nel 1918 veniva promosso Tenente colonnello docente dell’Università Castrenze di S. Giorgio di Nogara; l’anno successivo, con la fine della guerra, veniva congedato con il riconoscimento di tre campagne e la decorazione della croce al merito di guerra. Successivamente avrebbe ricevuto i gradi di Colonnello e di Maggiore Generale Medico di complemento. 
   Ritornato a Roma riprese le sue mansioni nella Clinica Chirurgica dove aveva cominciato a prestare servizio ancor prima della laurea, da studente interno.
   Nel 1922 risultò primo al concorso per la Patologia chirurgica di Cagliari, assunse servizio e ricevette la nomina di straordinario l’1 gennaio 1923. 
   Subito dopo però ricevette l’incarico dal Ministro della Pubblica Istruzione di tenere un ciclo di conferenze nell’Ospedale italiano di Buenos Aires ed alla Società Medica Argentina. Inoltre, su invito ed in sostituzione del docente titolare, prof. Arce, tenne lezioni di Clinica chirurgica nell’Università della capitale argentina. Il successo riportato gli meritò l’offerta da parte delle istituzioni di quel paese di una cattedra di Clinica chirurgica, che tuttavia il Leotta rifiutò, limitandosi ad accettare il riconoscimento di professore di Clinica chirurgica nell’Università di Buenos Aires “honoris causa”. 
   Ritornato in Italia, l’anno successivo, nel 1924, il Ministro Gentile lo incarica di istituire con la collaborazione del prof. Pende, l’Università di Bari, incarico che il Leotta porta a termine nel 1925, data in cui egli stesso viene nominato professore ordinario di Clinica chirurgica e Medicina operatoria di quell’Ateneo.
   In questa occasione Nicola Leotta dimostrò tutte le sue capacità organizzative e poté esprimere tutta la sua grande esperienza didattica, scientifica ed operatoria che aveva acquisito nel corso dei venti anni di servizio espletato nella prestigiosa Clinica chirurgica dell’Università romana, riuscendo così ad avviare egregiamente l’Ateneo pugliese, ed a con- ferire, alla prima Scuola che avviava, gli stessi intenti e le medesime prerogative di interessi nella ricerca, di esperienza nella didattica e di prestigio nell’attività chirurgica, che avevano contraddistinto tutta la sua carriera. Tutto questo gli fu consentito anche dal ruolo sempre più importante che via via assumendo egli anni successivi, e che culminò con la carica di Rettore magnifico che tenne nel biennio 1927-29. 
   Questo periodo risultò anche molto fecondo dal punto di vista scientifico e culminò con gli importanti studi compiuti dallo stesso Leotta e dai suoi collaboratori sulla tubercolosi polmonare, che diedero luogo a due interessanti Relazioni presentate alla Società Italiana di Chirurgia. 
   Intanto, al VII Congresso della Società Internazionale di Chirurgia, svoltosi a Roma dal 7 al 10 aprile 1926, veniva incaricato di svolgere, in collaborazione con Cortes-Llado di Siviglia, una relazione sulla “Chirurgia della milza”. Nello stesso anno riceveva la nomina di membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, carica che avrebbe mantenuto ininterrotta-mente fino al 1931, data in cui ormai operava da qualche anno a Palermo. 
   Di fatti, nel 1928 la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Palermo, resasi vacante la cattedra di Clinica Chirurgica per la prematura scomparsa del prof. Tricomi, chiamava Nicola Leotta, ultimo allievo di Francesco Durante, a ricoprire la cattedra che era stata egregiamente tenuta dal primo allievo del Grande Maestro siciliano, in un disegno di continuità che da quel momento in poi avrebbe influenzato in maniera proficua e conti-nuativa la chirurgia accademica dell’Ateneo palermitano conferendole alcuni caratteri peculiari, dei quali ancora aggi è possibile, ad una attenta lettura, rinvenire le vestigia.
   Questo periodo risultò per Nicola Leotta molto fecondo anche dal punto di vista scientifico e culminò con gli importanti studi compiuti, da lui stesso e dai suoi numerosi collaboratori, sulla tubercolosi polmonare; proprio da questi studi e ricerche presero origine le due interessanti Relazioni presentate alla Società Italiana di Chirurgia. Ad esse fu riconosciuto un elevato valore scientifico, per il quale riscossero grande successo; fino ad informare profondamente gli orientamenti diagnostici e terapeutici nei confronti di questa affezione in ambito sia nazionale che europeo. 
   Tutto quanto fino ad ora esposto rende ampiamente conto del perché e come la figura umana e professionale di Nicola Leotta dovesse essere considerata di primo piano, tra le personalità più rappresentative della chirurgia italiana, già dal momento in cui nell’Ateneo Romano era stato incaricato di sostituire per un lungo periodo di tempo il suo Maestro, quindi assai prima della chiamata formulata all’unanimità dalla Facoltà medica di Palermo. 
   Egli aveva dato precedentemente a Bari ampia dimostrazione delle sue capacità non solo didattiche e scientifiche, bensì anche organizzative, e tutto questo forse non fu estraneo al progetto che, fin dal 1926, aveva preso corpo, con il R.D. n. 886 del 6 maggio, in virtù del quale il Governo si era finalmente deciso a dare attuazione all’esecuzione delle opere straordinarie nell’Ateneo palermitano, finalizzate alla costruzione di strutture autonome destina-te all’insegnamento ed all’esercizio delle discipline mediche. Questo decreto fu modificato in data 9 agosto 1926 e successivamente convertito nella legge 1277 del 9 giugno 1927, che prevedeva, per il comune di Palermo la possibilità di accedere ad un mutuo di 300 milioni, dei quali 27 erano destinati alla costruzione, sistemazione ed adattamento degli Istituti scientifici e delle Cliniche della Regia Università degli Studi. 
   Nel 1928 così prendevano inizio quelle operazioni che avrebbero portato alla progettazione ed alla edificazione del Policlinico, nell’ambito del quale era prevista la costruzione delle nuove strutture chirurgiche: alla fine dei lavori di completamento ed amplimento, esse avrebbero compreso: una Clinica chirurgica dotata di 132 posti letto, una Patologia chirurgica con 36 posti letto, un Istituto di Medicina operatoria allocato nello stesso edificio dell’Istituto di Medicina legale. La supervisione, degli elaborati e della distribuzione planimetrica di queste strutture nei progetti messi a punto dal collegio di ingegneri ed architetti incaricati di redigerli fu affidata, per la parte chirurgica, proprio a Nicola Leotta. 
   Tra il 1939 ed il 1943 tutte le nuove strutture entrarono in funzione e, fatti salvi gli interventi successivi resisi necessari per i danni determinati dalle vicende del secondo conflitto mondiale, si può ben dire che, con l’anno accademico 1946-47, tutte le nuove strut-ture chirurgiche destinate allo svolgimento delle attività assistenziale, didattica e scientifica erano pienamente funzionanti.   
   A Palermo si ripeteva, anche se in parte, la vicenda di Bari. Il Leotta aveva ormai acquisito profonda competenza nel gestire e risolvere tutte le pastoie burocratiche insite nelle complesse vicende indirizzate alla realizzazione di un megaprogetto, come quello della costruzione, ex novo, di un intero Policlinico comprendente sette grandi edifici destinati ad accogliere gli Istituti di Clinica medica, Clinica chirurgica, Clinica oftalmica, Clinica der-mosifilopatica, Anatomia normale e patologica, Medicina legale ed operatoria con Farmaco-logia, Patologia medica e chirurgica; con l’aggiunta delle strutture destinate ai servizi di cucina e lavanderia. 
   La presenza del prof. Leotta conferì una nota dinamica all’Istituto di Clinica Chirurgica dell’Università di Palermo, ed “un’ impronta eminentemente moderna. L’attività si svolse nel primo decennio nei vecchi ma frequentatissimi locali dell’Ospedale della Concezionee dal 1939 in poi nei nuovi locali del Policlinico alla Filiciuzza”. E proprio a Palermo egli ottenne le conferme scientifiche di quell’intuizione che gli aveva fatto intravedere l’esistenza di correlazioni anatomopatologiche tra le diverse affezioni dell’addome destro. Di questa sindrome che fin dall’inizio fu identificata a suo nome, egli fece un’ampia ed articolata relazione, per la prima volta, al congresso di Bari della Società Italiana di Chirurgia: ed alla sempre più corretta individuazione dei caratteri e dei limiti di essa impiegò le migliori energie sue personali e delle menti più geniali della sua nutrita Scuola. 
   Egli fu chirurgo generale nel senso pieno della definizione, ed anche se dimostrò di privi-legiare l’ambito delle patologie addominali, i suoi interventi sulla tiroide, sull’apparato urinario e sul sistema scheletrico destarono sempre ammirazione da parte degli allievi, anche per la grande percentuale di successi che riuscì ad ottenere. Va infine, ma non per ultima, sottolineata l’attività operatoria svolta in campo neurochirurgico che egli perseguì sempre con passione, conseguendo risultati prestigiosi, sulle orme lasciate, lungo questo percorso ancora agli inizi, dal suo Maestro, Francesco Durante, fortunato pioniere di questa difficile chirurgia. 
   L’attività scientifica sua personale e dei suoi assistenti fu intensa, indirizzata allo studio delle più attuali problematiche chirurgiche sia in ambito sperimentale che clinico, produsse numerosissimi risultati di prestigio che furono pubblicati su riviste scientifiche nazionali e straniere, riscosse ampi consensi anche dagli ambienti più critici e severi. Egli d’altra parte fu sempre il primo ed il più severo critico di sé stesso e dei suoi allievi, acquisendo così quel prestigio che gli venne riconosciuto in ambito sia locale che nazionale. Quel prestigio che gli avrebbe consentito di far emergere, di lì a poco, le grandi potenzialità didattiche, scientifi-che ed operatorie della sua Scuola. 
   Tra tutte le opere da lui pubblicate va ricordato, in particolare per i riflessi ch’esso ebbe sulla preparazione di una vasta schiera di giovani medici, il suo trattato di Tecnica chirurgica. 
   Ancora a Nicola Leotta, che nel 1942 rivestiva la carica di Presidente dell’Accademia delle Scienze Mediche, va ascritto il merito di aver saputo recuperare dal Comune di Palermo i crediti necessari per ricostruire la sede dell’Accademia stessa che continuava tuttavia ad operare costantemente. Infatti, il palazzetto nel quale era stata da tanto tempo ospitata, situato accanto a palazzo delle Aquile, all’angolo tra la via Maqueda e piazza Bellini, era crollato durante i bombardamenti verificatisi in città poco prima dell’occupazione da parte delle truppe alleate. La nuova sede venne individuata in un’area all’interno del Policlinico, immediatamente alle spalle dell’edificio della Clinica Chirurgica. 
   Egli fece parte delle più prestigiose Società chirurgiche e Mediche nazionali ed internazio-nali e di numerosi sodalizi culturali; la sua attività gli meritò le più alte onorificenze del Regno e della Repubblica; fu Medaglia d’oro quale benemerito della Pubblica Istruzione. 
   A Palermo ricoprì le più prestigiose cariche accademiche: dal 1932 al 1934 fu Preside della Facoltà e dal 1939 al 1943, per tutto il periodo quindi del secondo conflitto mondiale, fu Ret-tore Magnifico dell’Ateneo, provvedendo con puntuale costanza a tutte le vicende e difficoltà che si presentavano costantemente nell’esercizio delle attività istituzionali dell’Università. Nel 1948, per raggiunti limiti di età, dopo aver messo in cattedra il suo allievo più prestigioso, Saverio Latteri, lasciò l’insegnamento, continuando ancora a lungo la sua professione chirurgica da libero professionista.

 Bibliografia essenziale 

1. -Di Gesù G., Li Voti P. - Fatti e figure dell’insegnamento e dell’esercizio della chirurgia a Palermo. Atti Accad. Sc. Mediche, Palermo. 1983.
2. -Di Gesù G., Li Voti P. - Fatti e figure dell’insegnamento e dell’esercizio della chirurgia a Palermo. Boll. Soc. It. Chirurgia, Roma.1983.
3. -Leotta N. - Contributo sperimentale alla chirurgia della rachide. Estirpazione di una vertebra. Policlinico, Sez. Cjirurgica, 1902.
4. -Leotta N. - I più recenti mezzi di esame utilizzabili nelle lesioni renali. Policlinico, Sez. pratica, 1903.
5. -Leotta N. - Osservazioni sull’eliminazione del bleu di metilene nelle affezioni renali unilaterali. Bolletitno della R. Accademia medica di Roma, 1903.
6. -Leotta N. - La tossicità delle urine degli scottati. Policlinico, Sez. pratica, 1904.
7. -Leotta N. - Le varici della vascica in rapporto alla diagnosi ed alla cura dei calcoli vescicali. Policlinico, Sez. chirurgica, 1904.
8. -Leotta N. - Le alterazioni prodotte dalle estese scottature e la patogenesi della relativa morte.Archivio ed Atti della Società Italiana di Chirurgia, XVII adunanza. 1904. Policlinico, Sez. chirurgica, 1904.
9. -Osservazioni anatomo-patologiche e cliniche sugli ipernefromi. Archivio ed Atti della Società Italiana di Chirurgia, XX adunanza. 1907. 
10.-Leotta N. - Contributo alla cura iodica del gozzo. Policlinico, Sez. pratica, 1907. 
11.-Leotta N. - Sulla legatura delle grandi vene del corpo. Ricerche sperimentale. Bollettino della R. Accademia medica di Roma, anno XXXIV, fasc. 1, 1907.
12.-Leotta N. - Sulla legatura delle grandi vene del corpo. Ricerche sperimentale. Policlinico, Sez. Cirurgica, 1907.
13.-Leotta N. - Sull’eritromelalgia. Archivio ed Atti della Società Italiana di Chirurgia. XX adunanza, 1907.
14.-Leotta N. - Contributo alla cura delle pseudoartrosi delle ossa lunghe ed alla resezione ortopedica del gomito.Archivio ed Atti della Società Italiana di Chirurgia. XXI adunanza, 1908.
15.-Leotta N. - Su due casi di sarcomi cutanei ad elementi cromatofori. Bollettino della R. Accademia medica di Roma, 1908.
16.-Leotta N. - Le alterazioni locali determinate dalle iniezioni parenchimatose di jodio e meccanismo della guarigione relativa in alcune forme di gozzo.Bollettino della R. Accademia medica di Roma, 1908.
17.-Leotta N. - Su un caso di voluminosa idrope della cistifellea da calcolo, con rene mobile concomitante. Bollettino della R. Accademia medica di Roma, 1908.
18.-Leotta N. - Su una particolare forma di meningite cronica della base. Archivio ed Atti della Società Italiana di chirurgia. XXI adunanza, Roma 1908.
19.-Leotta N. Sulla anastomosi termino terminale dei vasi sanguigni con i tubi riassorbibili di magnalio. Bollettino della R. Accademia medica di Roma, 1908.
20.-Leotta n: - Innesti di tumori umani maligni su ratti. Archivio ed Atti della Società Italiana di Chirurgia. XXII adunanza, Roma. 1909.
21.-Leotta N. - Processo di autoplastica ossea per colmare perdite di sostanza delle ossa craniche. Bollettino della R. Accademia medica di Roma, 1908.
22.-Leotta N. - Verfahren der knochenautoplastik zur ausfullung von substanzverlusten der schadelknochen. Deutsche Zeitschrift fur Chirurgie. Band, 103. 1909.
23.-Leotta N. - Ricerche sperimentali sugli esiti della prostatectomia trans-vescicale e sulla funzione della prostata. Policlinico, Sez. chirurgica. Vol XVIII. 1909.
24.-Leotta N. - Sull’ernia inguinale bilaterale della vescica. Bollettino della R. Accademia Medica di Roma. 1910.
25.-Leotta N. - Considerazioni sulla diagnosi e sul trattamento chirurgico d’urgenza della rottura del sacco nella gravidanza tubarica destra. Bollettino della R. Accademia medica di Roma. 1910.
26.-Leotta N. - Le obliterazioni dei vasi mesenteriali. Ricerche sperimentali e considerazioni cliniche. Policlinico, Sez. Chirurgica, 1911.
27.-Leotta N. - Sul distacco traumatico delle epifisi. Bollettino della R. Accademia medica di Roma, 1911.
28.-Leotta N. - Struma ipofisario iperplastico con acromegalia e contributo alla patologia e chirurgia dei tumori ipofisari.Policlinico, Sez. chirurgica, 1911.
29.-Leotta . - Frattura iuxta-articolare e distacco traumatico della epifisi omerale inferiore. Bollettino della R. Accademia medica di Roma, 1915.
30.-Leotta N. - Sulle ferite del cuore. Policlinico, Sez. chirurgica, 1913.
31.-Leotta N. - Su un caso di amputazione spontanea dell’appendice da calcolo. Bollettino della R. Accademia medica di Roma, 1913.
32.-Leotta N. - Le aderenze pericecali e pericoliche. Bollettino della R. Accademia medica di Roma, 1913.
33.-Leotta N. - L’ileo meccanico da appendicite. Bollettino della R. Accademia medica di Roma, 1913.
34.-Leotta N. - Il sarcoma dell’etmoide. Evoluzione anatomica, descrizione clinica e trattamento.Atti della Clinica Oto-rino-laringoiatrica della R. Università di Roma, 1913.
35.-Leotta N. - Sulla cura delle cangrene settiche. Giornale di Medicina Militare, 1915.
36.-Leotta N. - L’attività del nucleo chirurgico n. 1 durante l’offensiva del giugno 1918. Giornale di Medicina Militare, 1918.
37.-Leotta N. - L’opera svolta in Francia dal nucleo chirurgico n. 1. Giornale di Medicina Militare, 1919.
38.-Leotta N. - Elioterapia e chiusura del cavo come trattamento delle pleuriti croniche fistolizzate. Ann. It. Di Chir., 1924.
39.-Leotta N. - Trattamento chirurgico della tbc polmonare. Archivio ed Atti della Società Italiana di Chirurgia. Roma. 1926.
40.-Leotta N. - Sindromi associate dell’addome destro. Archivio ed Atti della Società Ita-liana di Chirurgia. Roma. 1931.
41.-Leotta N. - L’ndividualità costituzionale in chirurgia. Discorso inaugurale dell’anno accademico 1932-33. 
42.-Leotta N. - Resezione degli splancnici nella tromboangioite obliterante. Atti R. Accademia delle Sc. Mediche, Palermo. 1937. 

 

Saverio Latteri (1895 – 1963)
Biografie di chirurghi dell’Accademia Medica Palermitana redatte dal Prof. Giuseppe Di Gesù

giuseppedigesu@gmail.com

     Saverio Latteri nacque a Palermo il 22 marzo 1895 e, dopo aver conseguito il diploma liceale, si iscrisse alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Palermo: tuttavia, durante questo periodo, gli eventi del primo conflitto mondiale, Lo costrinsero ad interrompere gli studi per prestare il servizio di leva nel corpo di sanità militare, dove ebbe modo di fare un’intensa ed alquanto interessante esperienza professionale.
   Una volta congedato dal servizio militare, rientrò a Palermo, dove riprese a frequentare regolarmente il corso di Medicina e chirurgia, fino al conseguimento del diploma di laurea con il massimo dei voti e la lode, l’8 luglio del 1920.
   Già da studente aveva avuto modo di acquisire diverse esperienze frequentando, come allievo interno, l’Istituto di Anatomia Umana diretto dal prof. Emerico Luna e la Clinica Chirurgica del prof. Tricomi. Aveva inoltre trascorso diversi anni di internato presso l’Istituto di Anatomia Patologica diretto all’epoca dal prof. Dionisi. In tutto questo tempo aveva avuto modo di venire a contatto e di intraprendere in prima persona un’interessante ed intensa attività di ricerca scientifica fondata sull’ ”analisi anatomica e sierologica”.
   Iniziò subito dopo la laurea la Sua attività chirurgica con il ruolo di Assistente presso la Clinica Chirurgica di Palermo; tuttavia, già l’8 aprile dell’anno successivo ricevette la nomina ad Aiuto; ed in questa carica fu confermato ininterrottamente fino al momento in cui, vincitore di concorso, fu nominato Assistente straordinario per la sua disciplina d’insegnamento.
  
Nel 1927 ricevette l’incarico di supplire il prof. Tricomi, assente per malattia; nella direzione della Clinica chirurgica; successivamente, per il prolungarsi della malattia, in previsione di una lunga assenza, la supplenza si trasformò, a far data dall’1 dicembre 1927, in incarico ufficiale di direzione della Clinica e d’insegnamento della relativa disciplina. Quest’incarico si protrasse continuativamente fino al 31 ottobre del 1929, quando la Facoltà, scomparso il Tricomi, chiamò dalla Clinica chirurgica di Roma, Nicola Leotta, ultimo allievo di Francesco Durante, che accettò di ricoprire la cattedra ch’era già stata occupata dal Tricomi, primo allievo della stessa Scuola.  
   Alla fine del lungo incarico, la Facoltà di Palermo, formulando all’unanimità, un giudizio sull’opera da lui prestata nei diversi campi organizzativo, didattico, scientifico ed assi-stenziale, dichiarava che egli aveva tenuto “l’incarico di Clinica Chirurgica, durante gli anni scolastici 1927-28 e 1928-29, in modo degno del massimo elogio sotto ogni aspetto...”. 
   “Il Prof. Latteri assunse la direzione della Clinica Chirurgica quando il numero dei letti fu aumentato da 45 a 80 ed egli con accorta e pronta opera di organizzatore apportò tutte quelle modifiche necessarie perché l’Istituto potesse rispondere in modo soddisfacente alle nuove esigenze. 
   Organizzò un nuovo padiglione, due sale operatorie, ampliò il laboratorio, completò il gabinetto radiologico, istituì una nuova infermeria per il posto di pronto soccorso. 
   La sua attività e valentia come chirurgo è messa in piena luce, dal numero degli atti operativi, dalla loro importanza, dal risultato brillante. 
   La sua attività e la sua perizia didattica è attestata non solamente dalle lezioni tenute in numero assai elevato, ma anche dalla frequenza e dal consenso fervidissimo con il quale furono seguite dagli studenti. 
   La sua attività scientifica appare veramente encomiabile sia per qualità che per quantità di produzione: il Prof. Latteri ha infatti pubblicato nel periodo del suo incarico nove lavori sopra argomenti di attualità e di interesse pratico e teorico, ha fatto eseguire ventuno lavori ad assistenti e interni della Clinica, ha guidato dieci laureandi nelle ricerche per tesi sperimentali che furono tutte approvate con votazioni brillantissime”. 
   Si è preferito riportare, per buona parte, questo giudizio che rispecchia la valutazione obiettiva dell’opera svolta dal Latteri, ancor giovane docente, proprio perché appare più adeguato alle conoscenze ed alla attualità dell’epoca in cui venne formulato. Un giudizio certamente lusinghiero, che fa già intravedere, fin d’allora, lo svolgimento di una luminosa carriera universitaria.
   Tuttavia il Latteri appariva ancora non soddisfatto e, desideroso quindi di ulteriori confer-me ed esperienze, nell’estate del 1928 decise di recarsi a Vienna per frequentare la I Clinica Chirurgica di quella Università diretta dal Prof. V. Eiselberg.
   Dall’1 maggio 1927 al 30 ottobre 1929 diresse anche il Posto di Pronto Soccorso dell’ Ospedale della Concezione, ove ebbe modo di svolgere una attività chirurgica intensa e di notevole pregio nel corso di “moltissimi atti operativi di urgenza”.
   Conseguì per titoli la libera docenza in Patologia Speciale Chirurgica nel 1924, ed in Clinica Chirurgica e Medicina operatoria nel 1925. Entrambe gli vennero confermate nel 1930 e nel 1931.
   Dal novembre del 1922 fu incaricato dalla Facoltà del corso ufficiale di Semeiotica chirurgica, che successivamente mantenne, con continuità per 11 anni. 
   Nel 1933, entrato nella terna dei vincitori del Concorso per la cattedra di Patologia Chirurgica di Cagliari, venne chiamato da quella Facoltà medica con voto unanime a ricoprirne la cattedra, ricevendo la nomina di Professore Straordinario con il D.M. 9 dicembre 1933. Anche se la sua permanenza a Cagliari si protrasse soltanto per un anno accademico, si adoperò per promuovere un “vasto riordinamento dell’Istituto, particolarmente del laboratorio. Organizzò ex novo la sala operatoria, quella per la preparazione agli interventi ed il servizio di ambulatorio”.
   Intanto, resasi libera la cattedra di Patologia Chirurgica di Modena, la Facoltà medica di quell’Ateneo il 25 maggio 1934 chiamava all’unanimità, per trasferimento, il Latteri alla sua copertura. Ciò avveniva a partire dall’1 novembre 1934, in ottemperanza al D.M. del 2 lu-glio precedente. Anche in questa occasione egli “dovette provvedere ad un riordinamento dell’Istituto, specie per ...il laboratorio, le infermerie e la sala di operazioni”.
   Tuttavia la distanza dalla Sicilia creava non pochi problemi al Latteri che aspirava ad un ritorno a Palermo; per questo motivo, quando si presentò l’occasione per un avvicinamento, non esitò ad accettare la chiamata della Facoltà medica di Messina. Tutto questo avveniva l’anno successivo al suo arrivo a Modena; così, con l’1 ottobre 1935, poteva rientrare nella Sua Isola, anche se era perfettamente cosciente dei disagi e delle difficoltà che gli si sarebbero presentate nella nuova sede.
   Infatti, “al pari di Cagliari, dovette ... provvedere ad una radicale sistemazione dell’Istituto, trovato in condizioni tali da non permettere di svolgere il regolare insegnamento. Organizzò il laboratorio istituendo una sezione batteriologica, un’altra di chimica biologica ed un gabinetto per microfotografia. Ottenne dall’Amministrazione Ospedaliera l’istitu-zione dell’infermeria donne ( l’Istituto disponeva soltanto di una sala per il ricovero degli uomini) e la costruzione di una nuova sala operatoria che venne dotata di tutto il materiale necessario alle moderne esigenze della tecnica chirurgica”.
   Nel 1937, la Commissione giudicatrice per la sua promozione ad ordinario formulava un lusinghiero giudizio sottolineando, tra l’altro, gli importanti contributi scientifici su: l’Epatotropismo elettivo degli streptococchi, il sistema reticolo endoteliale in chirurgia, la pielite granulosa, la leucoplasia del bacinetto renale, gli epidermoidi, i granulomi nelle cisti dermoidi, i fattori costituzionali in patologia chirurgica e così via. Argomenti, tutti questi, di grande attualità, affrontati con grande rigore scientifico, che portavano i Commissari a con-cludere che il prof. Saverio Latteri era pienamente meritevole di passare nel ruolo dei pro-fessori Ordinari.
   Nel 1943, finalmente, resasi vacante la Patologia Chirurgica di Palermo, egli poteva ritornare nella sua Università, chiamato all’unanimità dalla Facoltà.      La sua permanenza nell’Istituto di Patologia Chirurgica si protrasse per cinque anni, successivamente, andato fuori ruolo per limiti di età Nicola Leotta, si trasferì in Clinica Chirurgica, lasciando a dirigere l’Istituto di Patologia Chirurgica, per incarico della Facoltà, il suo Aiuto, Gioacchino Nicolosi, che con lui aveva iniziato la sua carriera universitaria, seguendolo successivamente anche a Cagliari, a Messina, a Palermo. 
   A Palermo il Latteri trovò i nuovi locali del Policlinico, di recente costruzione, con ampi spazi disponibili, che ben si prestavano allo svolgimento delle attività istituzionali. Egli però non per questo limitò la sua attività organizzativa, anzi colse l’occasione per migliorare così il numero ed il livello delle attrezzature esistenti per la didattica, per la ricerca, per i laboratori e per la sala operatoria, aggiornandole e rendendole sempre più adeguate alle nuove esigenze dei tempi.  
   L’attività didattica del Latteri fu sempre improntata alla migliore preparazione culturale e scientifica dei giovani, con il ricorso a tutti i mezzi in grado di illustrare chiaramente anche gli aspetti più astrusi della Patologia e della Clinica chirurgica; il riferimento al malato non mancò mai di costituire il nucleo centrale della sua opera di docente. Così pure in sala operatoria, dove l’azione chirurgica fu sempre improntata al rispetto delle tecniche più mo-derne ed al perfezionamento di quelle ancora in evoluzione; anche per tale motivo il suo insegnamento professionale fu seguito da molti e costituì un valido punto di riferimento per i più giovani. 
   Dal punto di vista assistenziale svolse un’attività chirurgica varia, intensa, di notevole pregio e seguita da innumerevoli successi e consensi, a dimostrazione degli elevati livelli di tecnica operatoria raggiunti. 
   L’attività scientifica continuò sempre ad essere al centro degli interessi suoi, del personale di ruolo, degli assistenti volontari e degli studenti interni tanto nell’’Istituto di Patologia chirurgica, quanto nella Clinica: cosicché ancora oggi è possibile esaminare la grande mole di lavori pubblicati, tutti di grande interesse, Ciò rende conto anche delle libere docenze conseguite da un numero sempre crescente di giovani assistenti sotto la guida e con il consiglio del Latteri. 
   In questa maniera la sua Scuola trovò il modo di eccellere, distinguendosi in campo nazionale per pregio ed originalità nell’attività di  ricerca, per capacità e chiarezza nella didattica, per competenza tecnica nel campo operatorio, fino al punto di meritare vasti con-sensi, insieme con il riconoscimento del merito ad espandersi anche nelle altre sedi chirurgiche delle Università dell’Isola, come avvenne con il trasferimento di Attilio Basile a Catania e di Salvatore Navarra a Messina. 
   A coronamento di tanti successi fu nominato componente del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione per un triennio. 
   Egli fece parte dei più importanti sodalizi culturali e delle più prestigiose società chirur-giche nazionali ed internazionali; fu fondatore della Società Siciliana di Chirurgia della quale poi divenne presidente per un triennio. 
   Il riconoscimento della vastità dei suoi interessi culturali, che non erano limitati esclusi-vamente alla materia medico-chirurgica, gli meritarono anche il Premio Biennale Taormina per le Arti e le Scienze. 

 

Bibliografia essenziale

1. -Di Gesù G., Li Voti P. - Fatti e figure dell’insegnamento e dell’esercizio della chirurgia a Palermo. Atti Accad. Sc. Mediche, Palermo. 1983.
2. -Di Gesù G., Li Voti P. - Fatti e figure dell’insegnamento e dell’esercizio della chirurgia a Palermo. Boll. Soc. It. Chirurgia, Roma.1983.
3. -Latteri S. - Di un endotelioma cilindromatoso della sottomascellare. La Cultura Medica Moderna, 2: 642-655. 1923.
4. -Latteri S. - Sulle epiploiti. Studio clinico, anatomo-patologico e sperimentale. Atti R. Ac-cad. Sc. Med., Palermo. 1923
5. -Latteri S. - Sulla dottrina dell’autointossicazione timogena nelle morti improvvise da clo-roformio. (Ricerche sperimentali). Ann. Di Clin. Med., XII. 1923.
6. -Latteri S. - Di un taglio cesareo per indicazione non frequente. Riv. di Ostetr. E Ginecol. Pratica, 1923.
7. -Latteri S. - Un processo operativo per la cura delle ernie inguinale e crurale dello stesso lato. Rivista Sanitaria Siciliana, 1924.
8. -Latteri S. - Contributo clinico allo studio della simpaticectomia periarteriosa. Atti R. Ac-cad. Sc. Med., Palermo. 1924.
9. -Latteri S. - Alterazioni istologiche di vari organi nel coleperitoneo sperimentale. (Con ricerche batteriologiche). Atti R. Accad Sc. Med., Palermo. 1924. 
10.-Latteri S. - Azione di alcuni estratti di ghiandole endocrine sul processo di rigenerazione patologica della mucosa gastrica. (Ricerche sperimentali). Atti R. Accad. Sc. Med., Palermo. 1924. 
11.-Latteri S. - Patologia e clinica delle cisti del mesentere. Atti R. ccad. Sc. Med., Palermo.
12.-Latteri S. - Sul carcinoma primitivo delle capsule surrenali. Atti R. Accad. Sc. Med., Pa-Palermo. 1925.
13.-Latteri S. - Sul linfangioendotelioma primitivo dei muscoli. Atti R. Acad. Sc. Med., Palermo. 1925.
14.-Latteri S. - Derivazione completa della bile all’esterno e paratiroidi. Atti R. Accad. Sc. Med., Palermo. 1933.

 

Gioacchino Nicolosi (1905-1975)
Biografie di chirurghi dell’Accademia Medica Palermitana redatte dal Prof. Giuseppe Di Gesù
giuseppedigesu@gmail.com

 
   Gioacchino Nicolosi nacque a S. Agata di Militello, in provincia di Messina, il 5 novembre 1905. Completata regolarmente la sua carriera scolastica, a 18 anni intraprese gli studi di Medicina e Chirurgia proprio nell’Università di Palermo, nel corso dell’anno accademico 1923-24. Durante il periodo della sua vita universitaria dimostrò sempre con la sua presenza e con tutta la sua vivacità e l’energia del suo carattere, la voglia di partecipare anche alle attività studentesche collaterali allo studio, confermando sempre di sentirsi pienamente e con soddisfazione inserito in quello che rappresentava il suo mondo giovanile. L’impegno negli studi dimostra, sin d’allora, il suo elevato senso di responsabilità e la sua consapevolezza dell’esigenza di possedere quel livello di preparazione, in assenza del quale difficilmente è dato emergere nell’espletamento di qualsivoglia professione. Ciò lo portò a conseguire il diploma di laurea, regolarmente, alla fine del sesto anno, con lusinghiere votazioni.  
   Egli già da qualche anno frequentava, come studente interno, la Clinica Chirurgia diretta dal giovane Saverio Latteri, nel periodo della lunga assenza per malattia del Tricomi. Intanto, proprio all’inizio del suo ultimo anno di corso, era giunto a Palermo Nicola Leotta, proveniente da Bari. Il Nicolosi fu deciso nella sua scelta della carriera universitaria e del suo Maestro, al quale si legò sempre più strettamente in un sodalizio, egualmente ricambiato, ricco di profondi significati umani, oltreché di elevati contenuti professionali. Tutto questo poté avvenire in funzione delle peculiari caratteristiche culturali proprie sia del Latteri che del Nicolosi e per il loro modo comune d’intendere la funzione dell’elemento umano nell’ambito della società. In tal senso, il ruolo centrale dell’uomo, come soggetto politico e culturale autonomo, appare chiaramente, così come il suo fine, identificato nella continua ricerca del vero, sulla via d’un processo di progressivo perfezionamento mirante all’elevazione non esclusivamente materiale, ma fondamentalmente spirituale e morale.  
   La comunanza di ideali e di obiettivi portò entrambi a solcare insieme le vie d’un lungo percorso di comune perfezionamento, di comuni sacrifici e di comuni soddisfazioni: così, Gioacchino Nicolosi non esitò a seguire a Cagliari Saveri Latteri, quand’egli risultò vinci-tore del concorso per la Patologia Chirurgica di quell’Ateneo; e successivamente non mostrò tentennamenti nell’accettare di restare da solo a Cagliari, in perfetto accordo con le deter-minazioni del suo Maestro, nell’ambito d’un progetto mirante a ricondurre entrambi nei ruoli della chirurgia accademica della loro università. Tutto ciò, anche se, come si evince dai suoi ricordi, questo periodo gli pesò tanto. 
   Proprio a conferma di quanto fino ad ora descrittto, può risultare utile ricordare qui le parole con le quali P. Li Voti ricorda a sua volta il Maestro, a distanza di un anno dalla sua dipartita. 
   “Dei legami affettivi che, dai primi lontani anni fino al momento dell’ultimo distacco, hanno unito questi due uomini, molti dei presenti sono stati testimoni diretti. Io personalmente ho avuto occasione di osservarli, per quanto senza una partecipazione diretta, negli ultimi anni di vita del Prof. Latteri, e soprattutto per riviverli dai ricordi riferitimi dal Prof. Nicolosi, che sempre al suo Maestro si richiamava con tenero affetto e con commossa gratitudine. Lunghi anni di comunità di lavoro e di interessi ne avevano resa così armonica la coesistenza da farne divenire simili e contemporanei il pensiero e lazione, come risaltava straordinariamente nel vedere la sincronia del loro lavoro chirurgico, come riusciva evidente nell’esaminare l’attività e nell’ascoltare i pensieri dell’Allievo, così simili a quelli del Maestro. 
   Maestro che per il giovane Nicolosi all’inizio, per il meno giovane Allievo negli anni successivi, fu oltre che educatore di Clinica e di Chirurgia, esempio di comportamento umano e di vivere sociale, come l’Allievo stesso amava spesso e volentieri ricordare”.
   Immediatamente dopo la laurea e per tutto il periodo trascorso a Palermo, a Cagliari ed a Messina, Nicolosi svolse una ricca e pregevole attività scientifica sperimentale e clinica che gli valse: prima, il conseguimento delle libere docenze in Patologia e Clinica Chirurgia e, successivamente, l’incarico di Tecnica delle Operazioni Chirurgiche, affidatogli dalla Facol-tà Medica di Messina nell’anno accademico 1943-44. 
   Rientrato intanto a Palermo, tornò a ricoprire il ruolo di Aiuto nell’Istituto di Patologia Chirurgica e Propedeutica Clinica di questa Facoltà, accanto al suo Maestro di sempre. 
   Quando Saverio Latteri si trasferì in Clinica Chirurgica, raccogliendo l’eredità del Leotta, rimase a dirigere l’Istituto fino all’1 novembre 1950, quando fu chiamato da straordinario, essendo risultato vincitore di concorso in una terna della quale facevano parte anche Severi e Malan. 
   “Era allora un giovane Professore che divideva la sua incessante operosità fra la pratica clinica ed operatoria e la ricerca e l’attività sperimentale ... dotato di una eccezionale capacità di lavoro, sempre occupato nell’Istituto e fuori di esso, e nell’Istituto unico responsabile e come tale impegnato in un lavoro continuo ed incessante che non gli lasciava attimi di respiro”. 
   Egli continuava a dedicarsi costantemente “alla ricerca, passando lunghe ore in sala operatoria sperimentale ed in sala anatomica, alla conquista di quel perfezionismo tecnico che è caratteristico della vera personalità chirurgica”. 
   “Data da allora quel desiderio di rinnovamento della sua chirurgia che ha contraddistinto tutta la sua attività fino agli ultimi suoi anni, e che ha in parte coinciso con gli spunti di ricerca e scientifici cui si è dedicato. Desiderio di rinnovamento che ha inciso sulla sua tecnica e sulla estensione della sua attività chirurgica, pru sempre fedele ai dettami della tradizione ed a quelli della Scuola di provenienza, contemperandoli però con le capacità personali e con le acquisizioni da Lui stesso conseguite”. 
   Nel corso dell’intensa attività svolta in Patologia Chirurgica il suo insegnamento ed il suo esempio furono seguiti da un folto numero di allievi, il contributo dei quali servì a determi-nare un intenso fervore scientifico coronato da un numero veramente notevole di docenze e di riconoscimenti, segno inequivocabile della crescita e dell’affermazione in ambito nazionale della sua Scuola chirurgica.  
   Dal 1° novemdre 1963, dopo la scomparsa del suo amato Maestro, si trasferì in Clinica Chirurgica, dove trascorse gli ultimi 12 anni della sua vita, continuando con eguale entusiasmo l’attività didattica, scientifica ed operatoria; incrementando ancora di più il già affermato prestigio suo personale e di tutta la sua Scuola. 
   “E’ questo ... il momento di parlare di Lui come chirurgo. E non se ne può parlare che definendolo in un solo modo: chirurgo nel temperamento e nelle capacità innate, chirurgo nelle conoscenze acquisite, chirurgo nella incessante e costante tendenza alla perfezione di stile, di tecnica, di risultati. 
   A Lui si deve l’acquisizione e la definizione di tecniche di chirurgia ... inconsuete, che da Lui iniziate hanno oggi trovato completamento e perfezionamento nella Scuola che da Lui discende.
   Non raramente l’abbiamo visto percorrere vie nuove, apparentemente al di là e al di fuori delle tecniche acquisite, talora addirittura dallo spettatore interpretate come tentativi assurdi e prematuri: ma chi Gli é stato vicino sa che erano sempre il frutto di lunghe meditazioni, di ponderate esperienze, di incessante ed attenta osservazione. E vien qui, nella folla dei ricordi, quello dei Suoi viaggi numerosi, che, anziché essere dedicati ad un meritato riposo dallo sfibrante lavoro e allo svago, si concludevano immancabilmente nelle sale operatorie di illustri Maestri di chirurgia dove, con l’attenzione dell’allievo più scrupoloso, passava le ore ad assistere al lavoro chirurgico, assimilando da ciascuno il meglio e facendone successivamente l’esperienza. Spesso con Lui, od a precedrLo nei luoghi prescelti, uno dei suoi allievi ... partecipava a quelle giornate. E questo avveniva presso i grossi nomi italiani, Dogliotti e Valdoni tra i primi, e spesso all’estero, a Parigi, a Lione, in Inghilterra, in America”.  
   Nell’ardua definizione dei vasti contorni di tutti gli ambiti in cui G. Nicolosi esercitò i suoi interessi chirurgici, si è preferito ricorrere al pensiero del primo dei Suoi allievi, Pietro Li Voti, riportando per intero alcuni brani della Sua commemorazione. Qesta infatti, oltre a rappresentare una testimonianza diretta d’esperienza vissuta, rispecchia l’intimo patrimonio acquisito nel corso di una lunga e meditata consuetudine, maturata nell’ambito di un rapporto improntato ad intenso rispetto, grande ammirazione, profonda gratitudine e sincera amicizia. 
   La sua attività didattica fu sempre improntata alla più completa chiarezza espressiva per-seguita mediante una ricerca continua, attuata attraverso l’accurata preparazione dei vari capitoli di patologia, opera in cui non esitava a coinvolgere, di volta in volta, quelli, dei Suoi allievi, che più erano in grado, per conoscenza ed esperienza, di contribuire in modo originale. Per tale motivo le Sue lezioni furono sempre ed intensamente seguite, racco-gliendo vasto consenso e tanto successo. 
  Riccorrendo ancora una volta alle espressioni usate da Li Voti, perché in grado di descri-verla nel modo più vero e per conoscenza diretta è ora giunto il momento di soffermarsi, anche se per grandi linee, sull’attività scientifica di G. Nicolosi. 
   “Ricorderò qui solo che, dopo le sue prime ricerche di carattere sperimentale, la sua attenzione si era polarizzata, nella indagine clinica e nella redazione di trattazioni didattiche, ai campi della chirurgia che anche nell’attività operatoria gli erano più congeniali. Mi riferisco ai Suoi contributi, di cui molti concretati con la partecipazione sua e dei suoi allievi con importanti relazioni a congressi chirurgici italiani ed all’estero, sulla idatidosi, sulla chirurgia gastrointestinale e sul cancro dello stomaco, sulle biliopatie, sulle emorragie digestive. Sono contributi che, oltre a costituire messe a punto dei problemi esaminati, hanno apportato ad essi elementi nuovi di valutazione e di soluzione, non raramente derivati dalla vasta esperienza da Lui stesso maturata nel corso della Sua carriera. 
   Di tutte le sue pubblicazioni voglio qui ricordare solo la sua prolusione al corso di Patologia Chirurgica, tenuta nel 1952, nella quale, parlando di "conquiste, delusioni e speranze nella chirurgia del cuore e dei grossi vasi" esprimeva tutta la sua personalità nella capacità di impostare il discorso su argomenti (a quell’epoca) di avanguardia ed avveniristici, di analizzare i possibili futuri sviluppi di una branca nuova ed affascinante della chirurgia, di temperare l’entusiasmo che ad essa Lo trascinava con la constatazione delle difficoltà e dei possibili insuccessi che ogni rinnovamento comporta ma che, lungi dall’essere motivo di rinuncia, debbono suscitare ed alimentare la speranza nel superamento delle difficoltà incontrate. E’ in questo spirito che, per concludere, vedo rispecchiarsi il ricordo di Lui. Spirito di osservazione, di analisi, di ricerca; spirito di sperimentazione delle possibilità presenti e di quelle future; spirito di speranza nel superamento delle difficoltà e delle delusioni e di convinzione delle capacità proprie della natura umana di superare e di vincere gli eventi contrari. 
   E’ lo spirito che Lo ha animato fino a quando la sua volontà non fu costretta a cedere alla malattia. Lo spirito che Gliene fece analizzare i sintomi e Gli fece porre per primo la esatta diagnosi; lo spirito che lo indusse a reiterare i tentativi di vincere con un atto di volontà i fenomeni della malattia e ad autosperimentare la propria capacità di superamento di essi; lo spirito che Lo convinse, pur nella consapevolezza della loor inefficacia, a sottoporsi a tutti i tentativi di cura su di Lui attuati; lo spirito che gli infuse fino quasi alla fine quella speranza che senza di esso non ci sapremmo spiegare; lo spirito che cedette solo quando Gli vennero meno le ultime forze e con esse ogni volontà di vivere”. 
   Gioacchino Nicolosi si spense il 20 luglio del 1975. Le parole sopra riportate più di qualsiasi altra descrizione della sua vita e del suo operato, contribuiscono a delineare la perso-nalità umana e scientifica di un uomo al quale va la gratitudine di una folta Scuola e degli Allievi che di essa fecero orgogliosamente parte, raggiungendo infine quella piena maturità scientifica che consentì loro di raggiungere la cattedra.Tutti loro, a tutt’oggi, mantengono vivi ed attuali il ricordo e gl’insegnamenti di G. Nicolosi. 
   Pietro Li Voti, Pietro Bazan, V. Sommariva, A. Rodolico, L.M. Rapisarda, M. Florena, A. Sparacia fanno parte di questa Scuola che, nelle diverse branche di appartenenza, ha conseguito e continua a conseguire in ambito nazionale ed internazionale profonda rispetto e grande prestigio, a dimostrazione dell’autorità con cui la Scuola chirurgica Palermitana è cresciuta, e continua a crescere nella comune considerazione.     

 

PIETRO  LI  VOTI
(Trapani, 1918-Palermo, 2002)
Biografie di chirurghi dell’Accademia Medica Palermitana redatte dal Prof. Giuseppe Di Gesù

giuseppedigesu@gmail.com

 
Commemorazione tenuta dall'allievo, Prof. Giuseppe Di Gesù,
Presidente dell'Accademia
Nazionale di Scienze Lettere ed Arti
nella seduta solenne del 22 gennaio 2004.

   Il dolore ed il senso di vuoto interiore che seguono alla scomparsa di una persona cara sono riposti anche in quel processo di riscoperta dell’uomo che, dopo la perdita, spontaneamente si ripresenta alla nostra attenzione, fino a coinvolgerci profondamente con una valenza intima e particolare quando, dal complesso ed intricato gomitolo della vita si comincia a svolgere il nastro degli eventi, sul quale sono registrate indelebilmente le immagini salienti e condivise di un comune vissuto.
   Immagini diverse, anche se sempre, comunque, pervase da un’atmosfera complice e confidenziale nella valutazione critica di atteggiamenti umani e professionali, ispirata a grande onestà intellettuale e profondo rispetto della persona: immagini a volte diafane e dai contorni poco definiti di un remoto passato; altre volte vivide e chiare, dai colori e dai contorni decisi, perché espressioni d’esperienze d’un tempo più recente.
   Quelle stesse immagini che emergono spontaneamente e prepotentemente, sovrapponendosi ed intersecandosi spesso in una mirabile sintesi che fatalmente finisce con il trasfondere la conoscenza e la dimensione dell’uomo e del suo incommensurabile bagaglio culturale con la realizzazione della missione fondamentale della propria esistenza: quella di formare una folta schiera di allievi ai quali trasmettere l’insegnamento maturato e convalidato durante una lunga, invidiabile e ricca esperienza professionale, finalizzata alla continua ricerca del confronto e dell’aggiornamento.
   Un caleidoscopio di ricordi nel quale risultano inscritte immagini ed esperienze infinite, dai quali emergono le proiezioni più intime e volitive di tutto l’impegno umano ed intellettuale profuso nella realizzazione di un’esperienza esistenziale. Esperienza generata e sostenuta da una salda volontà e da profonde convinzioni; ricolma di un bagaglio di sentimenti e di una miriade di stati d’animo non sempre e necessariamente palesi; pregna a volte di ansie e di preoccupazioni gravose; allietata altre volte da chiare e gratificanti certezze, dirette comunque alla realizzazione di un disegno ambizioso, anche se pienamente legittimo: lasciare una traccia cosciente, concreta ed imperitura del proprio passaggio terreno.
   Un segno ineludibile ed inconfondibile della propria, intima, personalità umana e culturale; un segno della propria determinazione nell’impresa diretta ad impiegare tutte le energie disponibili e l’immenso patrimonio personale di risorse umane culturali e professionali nell’immaginazione e nella realizzazione di un progetto collocato nell’alveo segnato da scelte di coscienza impegnative, ispirate da un grande senso di dirittura morale e da un profondo e radicato senso di rispetto e di appartenenza alle istituzioni.
   Impegno certamente non facile; a volte, difficilmente comprensibile anche per coloro i quali si trovavano ad essere coinvolti in questo disegno, eppure corredato sempre da lucidità progettuale e concretezza operativa: requisiti, questi, derivanti da una versatile e consolidata esperienza, da una vivace intelligenza e da una profonda conoscenza dell’indole umana.
   Un’indefinibile sequela di sensazioni, insieme con tutte queste percezioni, appena riferite, della complessa e multiforme personalità del Professore Pietro Li Voti, Maestro di Chirurgia che oggi più che mai mi onoro di considerare anche come mio Maestro di vita, mi si sono presentate innanzi automaticamente e con inusitata chiarezza, quella mattina del 14 luglio dell’anno appena trascorso, nel momento in cui prendevo dolorosa coscienza della Sua scomparsa.
   In quello stesso momento, un nodo di dolore mi attanagliava la gola ed un inusitato senso di vuoto incolmabile percorreva profondamente le mie membra. 
   Nell’immediatezza della Sua scomparsa, non mi è stato possibile volgere il pensiero ai lunghi anni trascorsi insieme, agli avvenimenti ed alle esperienze vissuti in comune, come se si trattasse di una vicenda ormai esaurita nel tempo, per il sopravvento dell’universale certezza sulle umane speranze: in questi momenti riesce molto difficile ed assai doloroso riuscire a trasformare in storia le vicende vissute, proprio perché esse ormai costituiscono parte integrante della nostra vita. E’ soltanto con il trascorrere del tempo, poi, che la consuetudine della presenza fisica può progressivamente essere sostituita dall’esigenza del ricordo. 

Pietro Li Voti era nato a Trapani il 16 febbraio 1918.

   La Sua carriera scolastica Iniziò precocemente proseguì altrettanto regolarmente, pur essendo stato costretto a frequentare le scuole di diverse città della Penisola, dovendo seguire gli spostamenti della famiglia, determinati dalle responsabilità del padre, alto dirigente dello Stato.
   Nei Suoi ricordi, confidati in momenti di particolare serenità, gli piaceva ripensare al periodo della Sua permanenza a Venezia, città che gli era rimasta particolarmente cara per le esperienze che aveva avuto modo di fare, anche se non aveva ancora dimenticato il disagio del percorso necessario a raggiungere la scuola con il vaporetto, quando d’inverno le mattinate erano buie, molto umide e tanto rigide per il freddo.
   All’età di 16 anni, conseguito il diploma di maturità classica nella città di Trieste, decise di iscriversi alla Facoltà di Medicina e Chirurgia di Padova, dove ebbe modo di frequentare il primo biennio.
   Successivamente si trasferì a Roma, all’Università della Sapienza, dove continuò brillantemente gli studi intrapresi fino a meritare, durante la frequenza del IV anno, l’attribuzione del premio “De Blasi”.
   Proprio a Roma scoprì il suo interesse per la chirurgia, che l’indusse a frequentare la Clinica Chirurgica di quell’Università diretta allora da un grande chirurgo, oltre che eroe nazionale, il professor Raffaele Paolucci. Sotto la sua guida preparò la tesi di laurea su di un argomento di chirurgia toracica: il “Piombaggio extrapleurico polmonare”; e lo stesso professore Paolucci fu suo relatore quando, all’età di 22 anni, conseguì il diploma di laurea in Medicina e Chirurgia, ottenendo il massimo dei voti, la lode e l’ammissione al premio Girolami.
   Nella sessione dello stesso anno di laurea, il 1940, sostenne presso l’Università di Torino gli esami di stato per l’abilitazione all’esercizio della professione.
   Intanto, in attesa di essere chiamato alle armi, aveva cominciato la Sua attività come assistente volontario, con responsabilità del reparto medico-micrografico presso il Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi di Asti frequentando, nello stesso tempo, come as
sistente interino, l’Ospedale civile della stessa città.
   La Sua esperienza nella vita militare ebbe inizio nell’aprile del 1941 con la chiamata alle armi. Dopo i primi tre mesi trascorsi a Firenze da allievo ufficiale di Sanità, venne assegnato fino al giugno del 1942 ad un reparto di stanza in Asti, dove continuò ad esercitare, nel tempo libero dagli impegni militari, le precedenti attività.
   Dall’aprile del 1941 al gennaio del 1946 fu impegnato nel servizio militare con il grado di sottotenente medico dell’esercito. Dal 21 giugno 1942 al 13 maggio 1943 partecipò alle operazioni di guerra in corso nella campagna dell’Africa settentrionale come dirigente del servizio sanitario reggimentale e, per l’attività svolta, meritò le decorazioni di Croce al valor militare e di Croce al merito di guerra. Dal 13 maggio 1943 al 28 novembre 1945 fu prigioniero di guerra, e prestò la Sua attività come dirigente sanitario del campo per prigionieri di guerra italiani e del reparto prigionieri dell’Ospedale francese di Marrakech, in Marocco.
   Rientrato in patria, raggiunse Palermo, dove intanto si era trasferita la Sua famiglia. Era quello un momento storico particolare, caratterizzato da notevoli incertezze, durante il quale maturavano le speranze e le attese del processo di riscatto e di rinascita nazionale, nell’ambito del quale bisognava individuare gli spazi percorribili per le scelte personali anche nel campo della professione. I primi contatti amicali e professionali stabiliti in città indussero Pietro Li Voti a valorizzare l’esperienza di lavoro svolta precedentemente ad Asti e Lo portarono a contattare il prof. Giuseppe De Grazia, già affermato come insigne igienista, che Gli consigliò di mettersi in contatto con il prof. Maurizio Ascoli, direttore, in quegli anni, della Clinica medica dell’Università e responsabile del Centro Tumori annesso alla stessa Clinica, dov’era disponibile un posto di assistente.
   A seguito di queste le vicende, il 15 agosto 1946 Pietro Li Voti iniziò la Sua attività di assistente incaricato nel Centro tumori dell’Università di Palermo.
   Tuttavia, il Suo interesse per la chirurgia Lo indusse ad instaurare una serie di contatti con i colleghi dell’Istituto di Patologia chirurgica diretta, all’epoca, dal prof. Saverio Latteri che così ebbe modo d’incontrare per la prima volta proprio in tale occasione. Durante questo incontro mise a punto una collaborazione scientifica sulla “presenza ed azione dei fermenti mucinolitici negli organi cavitari”: questa ricerca sarebbe stata sviluppata con la collaborazione del prof. Giuseppe Cadili, che allora s’interessava di chirurgia della membrana sinoviale del ginocchio. Furono queste le motivazioni che Gli fornirono l’opportunità di cominciare a frequentare con regolarità, fin dallo stesso anno, le corsie e la sala operatoria dell’Istituto di Patologia chirurgica.
   Nel 1948, dopo il trasferimento del prof. Latteri in Clinica Chirurgica, dal 31 dicembre iniziò la Sua attività di assistente nello stesso Istituto, la cui direzione venne affidata al prof. Gioacchino Nicolosi.
   Forse non tutti sanno, ma qui va ricordato, che la scelta di seguire il prof. Nicolosi aveva di fatto comportato, nel momento stesso in cui era stata compiuta, anche l’accettazione di un trasferimento da Palermo; che poi questo trasferimento non fosse avvenuto, si deve ad una serie di fatti casuali ed assolutamente imprevedibili.
   Infatti, nel progetto accademico precedentemente concordato tra le diverse Scuole chirurgiche dell’Isola era previsto che, trasferitosi il prof. Latteri in Clinica chirurgica, la direzione della Patologia venisse affidata al prof. Carmona, direttore della Patologia chirurgica di Messina, ch’era stato stabilito dovesse rientrare a Palermo. Questo programma non ebbe poi seguito per la morte del prof. D’Agata, direttore della Clinica chirurgica di Messina, che imprevedibilmente avvenne a mancare proprio in quegli stessi mesi. Resasi libera la Clinica, il prof. Carmona decise di rinunziare al suo trasferimento a Palermo, per andare a ricoprire la cattedra della Clinica chirurgica di Messina. Il prof. Nicolosi rimase a Palermo, ed il prof. Pietro Li Voti iniziò il Suo percorso chirurgico che l’avrebbe portato, 10 anni dopo a conseguire la nomina di Aiuto.
   Nel corso di tutti questi anni ebbe l’incarico di coordinare l’attività dei diversi gruppi di ricerca impegnati nella produzione scientifica dell’Istituto, di dirigere successivamente i diversi reparti di degenza, di riorganizzare tutta l’attività di laboratorio ivi compresa la diagnostica istopatologica, di svolgere un’intensa e pregevole attività operatoria e di istituire, in un secondo tempo, i reparti di chirurgia toracica e cardiovascolare che, una volta attivati, Gli furono definitivamente affidati.
   Conseguì le Libere docenze in Urologia ed in Patologia speciale chirurgica e propedeutica clinica nel 1955; in Clinica chirurgica generale e Terapia chirurgica, nel 1956; in Semeiotica chirurgica, nel 1960.
   Dopo aver partecipato ai concorsi a cattedra per la Patologia chirurgica di Sassari, nel 1955; per la Clinica Chirurgica di Cagliari, nel 1956; per la Patologia chirurgica di Perugia e nuovamente per la Clinica chirurgica di Cagliari, nel 1960, ottenendo sempre lusinghieri apprezzamenti e grande considerazione per la formazione della terna dei vincitori, nel 1963 risultò vincitore del concorso alla cattedra di Patologia chirurgica e propedeutica clinica dell’Università di Cagliari, bandito nel 1960 ed espletato nel 1963.
   Il 22 novembre dello stesso anno, la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Palermo, con voto unanime, lo chiamava, alla Cattedra di Patologia chirurgica e propedeutica clinica, rimasta vacante per il trasferimento del prof. Nicolosi in Clinica Chirurgica.
   In quello stesso anno, a fine novembre, io ebbi l’occasione e la fortuna d’incontrarLo nei giorni in cui iniziava la Sua attività autonoma di professore di Patologia chirurgica: da quel momento avrebbe avuto inizio una lunga consuetudine di collaborazione che, con il trascorrere del tempo, l’approfondimento della conoscenza reciproca e la condivisione d’interessi culturali in ambiti anche diversi da quelli strettamente chirurgici, ha avuto modo di trasformarsi in una salda amicizia che si sarebbe protratta ininterrottamente per più di quarant’anni, fino alla Sua scomparsa.
   E’ giunto così il momento di ripercorrere le tappe della carriera svolta da Pietro Li Voti nel Suo ruolo di professore ordinario di chirurgia: tuttavia, l’attività da Lui espletata nei diversi campi di interesse, è stata talmente ricca ed intensa, complessa ed articolata, che riuscirebbe impossibile renderne conto dettagliatamente in questa sede. Per tale motivo, ne ricorderò soltanto i momenti più significativi, facendo anche riferimento alle notizie che Lui personalmente mi ha trasmesso nei molti momenti insieme trascorsi, discutendo dei più diversi argomenti: dalla medicina alla chirurgia, dalla filosofia della scienza alla storia della medicina, finendo poi fatalmente per ricordare gli episodi che hanno fatto la storia della Facoltà palermitana e che hanno prodotto lo stato attuale delle Scuole chirurgiche in Sicilia. Momenti di grande sincerità e confidenza, molti dei quali condivisi con altre prestigiose personalità di questa stessa Facoltà, come lo scomparso professor Giuseppe La Grutta o come il prof. Pietro Benigno.
   Ormai, da molti anni, il prof. Benigno ed il prof. Li Voti avevano preso l’abitudine di trascorrere le mattinate dei giorni dispari della settimana al Policlinico. Giungevano insieme, poi il prof. Benigno raggiungeva l’Istituto di Farmacologia, mentre il prof. Li Voti si fermava all’Accademia delle Scienze Mediche. Tutte le volte che m’era possibile ritagliare un po’ di tempo dagli impegni routinari, spesso a metà mattinata, Li raggiungevo e, quasi sempre, dopo uno scambio di idee sui temi di attualità, si finiva per rivangare ricordi ed episodi dei tempi trascorsi. In queste occasioni, ho avuto modo di apprendere una quantità di notizie veramente notevole.
   Spesso, il discorso cadeva sulle motivazioni umane e tecnologiche che avevano determinato, nell’immediato dopoguerra, la grande trasformazione ed evoluzione della chirurgia a Palermo; in queste occasioni il Suo ricordo andava con affetto ed immutata ammirazione all’opera svolta dai Professori Saverio Latteri prima e Gioacchino Nicolosi successivamente. Egli considerava il primo, fondatore ed artefice della Scuola chirurgica Siciliana; mentre riconosceva al secondo il grande merito di aver continuato l’opera di crescita iniziata precedentemente dal Latteri, fino a raggiungere prestigiosi riconoscimenti in tutto l’ambito nazionale.
   Ricordava così il grande impegno posto nel progetto di rinnovamento e di crescita delle strutture assistenziali che aveva visto anche Lui in prima linea, in sintonia con le decisioni del Suo Maestro, Gioacchino Nicolosi, al quale si sentiva sempre legato da affetto e riconoscenza ed i cui consigli continuò a seguire anche dopo la di Lui scomparsa nell’interesse superiore dell’unità del gruppo chirurgico e per l’ulteriore affermazione della Scuola palermitana.
   Ricordava così la permanenza in Patologia chirurgica durata circa 10 anni, la chiamata a ricoprire la cattedra di Clinica chirurgica II nel 1973, il successivo trasferimento, due anni dopo, a seguito della scomparsa del prof. Nicolosi, nei locali della Clinica chirurgica I che occupò fino al 1988, anno in cui ebbe inizio il Suo periodo di fuori ruolo.
   Completati i 5 anni di fuori ruolo, Pietro Li Voti ricevette la nomina di professore Emerito di Chirurgia nella Facoltà e nell’Università in cui aveva svolto la Sua opera per oltre 47 anni.
   Proprio per l’eccellenza dell’attività svolta, già nel 1967, era stato insignito della Commenda al merito della Repubblica; 36 anni dopo, il 9 aprile del 2003, il Ministero della Pubblica Istruzione gli avrebbe conferito la Medaglia d’oro ed il Diploma di 1^ Classe per i Benemeriti della Scuola della Cultura, dell’Arte. Purtroppo non ha potuto godere di questa soddisfazione: infatti, la cerimonia per la consegna di questo riconoscimento si è svolta il 16 ottobre scorso, quand’Egli ci aveva ormai lasciato da poco più di 3 mesi.

 

*     *     *     *     *

   Dal punto di vista organizzativo, va ricordato il Suo lungo e fattivo impegno nella ristrutturazione dei locali dell’Istituto di Patologia chirurgica e della Clinica chirurgica: nel 1966 riuscì a completare i lavori di rifacimento del complesso operatorio e di adeguamento delle sale di degenza alle nuove esigenze assistenziali ed alle norme della moderna architettura ospedaliera nel primo istituto da Lui diretto. Particolare attenzione dedicò inoltre all’ammodernamento e completamento degli strumenti di laboratorio e delle apparecchiature di radiologia, che venne dotata anche di un angiografo. Subito dopo si impegnò nel rinnovamento e completamento dei locali adibiti alla Chirurgia sperimentale, che furono dotati anche di una sala operatoria e di uno stabulario per animali di grossa taglia.
   Successivamente, dal 1975 in poi, dopo il trasferimento in Clinica chirurgica, curò con particolare impegno prima i lavori di ristrutturazione dei locali di degenza della Clinica, quindi la costruzione del nuovo complesso operatorio che, però, per tutta una serie di intoppi burocratici, non ebbe la soddisfazione di inaugurare prima della Sua immissione fuori ruolo.
  L’attività d’insegnamento di Pietro Li Voti, nei Suoi corsi di lezioni agli studenti di Patologia chirurgica prima, di Clinica chirurgica successivamente, possono essere considerati un esempio emblematico di didattica moderna, aperta alla discussione ed al confronto, aggiornata, altamente formativa e particolarmente coinvolgente per gli studenti.
   Tutte le lezioni erano preparate sempre da Lui personalmente, corredate di vasta iconografia e della bibliografia più aggiornata: gli Aiuti, gli Assistenti, gli Interni, tutti partecipavano alle lezioni, pronti fornire i contributi richiesti. Ricordo anche che ai giovani studenti interni era richiesto di prendere appunti finalizzati alla creazione di dispense e di un testo.
   Tutto questo comportava certamente qualche sacrificio, che veniva poi però ricompensato dalla soddisfazione di vedere realizzati i progetti precedentemente formulati, come avvenne, ad esempio, per il Manuale di Patologia Chirurgica di Ceccarelli, al quale il prof. Li Voti contribuì con i capitoli sulla Patologia chirurgica della tiroide e delle paratiroidi.
   Era Sua abitudine preparare le lezioni di Clinica chirurgica in base alla disponibilità di patologie presenti tra i pazienti ricoverati nelle sale di degenza: curava personalmente la selezione dei malati e preferiva portare in aula più soggetti con la stessa patologia per dimostrare agli studenti ed agli specializzandi gli stadi evolutivi caratteristici dei diversi processi patologici. Era profondamente convinto infatti dell’esigenza di riservare un ampio spazio all’analisi degli aspetti fisiopatologici ed evolutivi delle diverse affezioni ed all’interpretazione delle relazioni intercorrenti tra gli eventi fisiopatologici responsabili dei sintomi e le caratteristiche di presentazione delle patologie in esame; questa impostazione Gli consentiva di concludere poi con la definizione clinica dei quadri sindromici caratteristici delle diverse affezioni.
   Accadeva così che, spesso, nel corso del pomeriggio o la sera precedente la lezione, tutti i giovani collaboratori incaricati di presentare i pazienti, consapevoli della preparazione e del continuo aggiornamento del Professore, andavamo a cercare ed a rivedere la letteratura più recente esistente sugli argomenti che sarebbero stati trattati i giorno successivo.
   Fin dall’inizio della Sua attività, Pietro Li Voti dimostrò di possedere un grande bagaglio culturale non disgiunto da doti di fine ed acuto ricercatore. Egli diede un impulso decisivo alla ricerca sia in ambito clinico che sperimentale: sarebbe impossibile dimenticare le interessanti serate impiegate nelle riunioni scientifiche che avevano luogo nella biblioteca dell’Istituto di Patologia chirurgica, ogni giovedì pomeriggio. Dopo aver completato le incombenze assistenziali, tutto il personale medico e gli studenti interni si riunivano per discutere, sotto la Sua guida, i casi clinici di particolare interesse osservati nel corso della settimana e le ricerche riportate dalla letteratura scientifica internazionale. La biblioteca infatti era stata dotata delle riviste chirurgiche più importanti e gli assistenti, suddivisi in gruppi dei quali facevano parte anche gli studenti interni, erano incaricati di riferire, criticamente, settimana per settimana, sui lavori di maggiore interesse, selezionati dalla letteratura scientifica internazionale.
   A partire dal 1965 il prof. Li Voti fece parte, nella qualità di coordinatore o come collaboratore, di gruppi di ricerca del CNR aventi il compito di sviluppare interessanti tematiche di studio in ambito nazionale ed internazionale. In tutti questi progetti di ricerca, grazie ai quali si rese anche possibile un approvvigionamento di risorse economiche non indifferenti, Egli si impegnò sempre in prima persona, mettendo a punto i protocolli di studio e di esecuzione delle indagini e la elaborazione dei dati. Nella formulazione dei protocolli di studio privilegiò sempre il ricorso all’attività chirurgica sperimentale. Tra tutte, vanno ricordate le ricerche sull’istofisiopatologia della circolazione, sulla terapia riparatrice e sostitutiva del rene, sul controllo della crescita neoplastica nell’ambito delle Forze Operative Nazionali (FONCAT) per il cancro della mammella, il cancro della tiroide e il cancro dell’apparato digerente. Queste ultime hanno assunto un valore ed un significato notevole per i contributi forniti alla diagnosi, alla terapia ed al follow-up delle patologie studiate. In particolare, meritano di essere enfatizzati i risultati conseguiti nella diagnostica, nel trattamento e nel follow-up del carcinoma differenziato della tiroide, che dimostrarono la validità dell’intervento di tiroidectomia totale in tutti i casi, la pressoché totale assenza di complicanze ricorrenziali e metaboliche, la possibilità, per l’assenza di parenchima residuo, di trattare più efficacemente eventuali metastasi mediante ricorso a siderazione con iodio radioattivo.
   Per quanto concerne gli altri campi della ricerca percorsi da Lui personalmente o verso i quali volle indirizzare i Suoi collaboratori, spiccano particolarmente quelli finalizzati all’indagine fisiopatologica diretta fondamentalmente allo studio delle alterazioni responsabili del determinismo delle malattie, alla valutazione funzionale delle configurazioni anatomiche indotte dagli interventi chirurgici eseguiti, all’efficacia organica e funzionale nel breve, medio e lungo termine della tecnica adottata.
   La Sua attività chirurgica, intensa e di altissimo livello, fu sempre gratificante per Lui e per i Suoi Allievi, portandolo a conseguire risultati invidiabili. La Sua impostazione tecnica, arricchita anche dalle esperienze fatte in altre prestigiose Scuole chirurgiche, L’induceva alla ricerca di una continua standardizzazione delle procedure adottate, al loro perfezionamento ed alla pedìssequa applicazione delle stesse; fatto questo che, in alcune occasioni, Lo impegnava profondamente, e Lo portava a chiedere, agli Aiuti ed agli Assistenti il massimo della loro concentrazione.
   In un secondo tempo, nei momenti di minore impegno, Lui stesso, ripercorrendo i tempi particolarmente impegnativi che aveva avuto modo di affrontare e risolvere positivamente in sala operatoria, ne sottolineava le insidie, spiegando i mezzi e gli artifici tecnici adottati per evitare di incorrere in possibili incidenti di percorso o complicazioni. In questo modo, atteggiamenti che in un primo momento potevano essere malcompresi od equivocati, finivano con l’assumere il loro vero significato di grande, a volte stressante, impegno professionale, divenendo altresì parametro ineludibile di quella responsabilità personale che può essere sentita ed assunta soltanto nel convinto e profondo rispetto della dignità e della futura efficienza del paziente operato.
   E’ questo un aspetto del pensiero e della formazione del Prof. Li Voti che forse merita ulteriori delucidazioni: ricordo ancora chiaramente le Sue considerazioni quando, dinanzi a particolari scelte difficili, Egli non esitava nell’intraprendere un percorso di sicurezza, anche se questo comportava una menomazione funzionale, nel rispetto della vita del paziente. Questi momenti erano sempre preceduti e seguiti da accurate revisioni della letteratura mondiale esistente sull’argomento e dalla ricerca di nuove alternative. Proprio questo Suo grande senso di rispetto per l’uomo malato Lo portò a mettere a punto tecniche diagnostiche e chirurgiche originali, che poi furono applicate anche da altre Scuole chirurgiche nazionali.
   Su di esse ci si potrà soffermare più avanti, qui basti ricordare le tecniche originali messe a punto per il trattamento delle cisti da echinococco del fegato; per la ricostruzione delle vie biliari con drenaggio transepatico; per il drenaggio biliare transpapillare nella calcolosi biliare; per l’anastomosi gastro-digiunale dopo resezione gastrica; per la messa a punto di una tiroidectomia totale, finalizzata alla riduzione dell’incidenza di recidive e di complicazioni a carico dei nervi ricorrente e delle paratiroidi.
   In un’epoca in cui il drenaggio esterno della via biliare rappresentava un momento ineludibile del trattamento chirurgico della litiasi coledocica, in particolar modo quando risultava associata ad una sepsi, Egli dimostrò per primo ch’era possibile evitare questo tipo di drenaggio esterno della bile con tutti i disagi e le complicazioni conseguenti, ivi comprese le interminabili degenze, proponendo il ricorso ad un drenaggio interno, in grado di consentire una valida e duratura guarigione, nel volgere di qualche settimana, con risultati certamente migliori di quanto fosse prima possibile auspicare.
   Analoghe motivazioni Lo spinsero ad immaginare ed a realizzare nuovi strumenti chirurgici, come le spatole da divaricazione viscerale in chirurgia addominale, che ancora oggi sono utilizzate con grande utilità e soddisfazione.
   Di contro, non esitava ad abbandonare tecniche chirurgiche che non avevano superato le verifiche dell’esperienza o che si erano dimostrate inidonee ad assicurare risultati accettabili nel tempo: Egli, ad esempio, fu tra i primi a modificare il Suo atteggiamento e le Sue opzioni nel trattamento dell’ipertensione portale, prima abbandonando le anastomosi porto-cava in favore di quelle porto-renali, poi riducendo progressivamente l’atteggiamento interventistico a favore di altri metodi, come il trattamento endoscopico sequenziale delle varici esofagee.
   Un altro esempio emblematico del Suo atteggiamento critico e della Sua esigenza di ricerca e verifica continua del proprio operato è rappresentato dall’evoluzione del Suo orientamento e delle Sue opzioni chirurgiche nel trattamento della malattia ulcerosa gastro-duodenale. Egli poteva considerarsi più che soddisfatto dei risultati ottenuti con la Sua tecnica di resezione gastrica, in circa un migliaio di casi operati; e per tanto tempo fu un sostenitore di questo intervento. Non tutti però sanno che Egli considerava la resezione gastrica un intervento altamente invalidante; e tuttavia l’unico da praticare, in assenza di valide alternative. Tutte le volte che affrontava questo problema, concludeva spingendomi ad impostare una ricerca finalizzata alla corretta individuazione fisiopatologica dell’ulcera per poterne individuare l’origine vagale o gastrinica. 
   Io seguii il Suo consiglio e quando, dopo alcuni anni, gli portai i risultati della ricerca, Egli volle elaborare e verificare personalmente i dati ottenuti; formulando un programma di approfondimento che lo indusse a mettere a punto un protocollo originale di studio del chimismo gastrico con un nuovo parametro di valutazione della secrezione gastrica il D.A.O., che consentiva l’individuazione preventiva dei soggetti da sottoporre a vagotomia o a resezione gastrica. Poi volle che presentassi io tali risultati al III Congresso Nazionale del Collegium Internazionale Chirurgiae Digestivae. Finita la sessione dei lavori, felice, mi si avvicinò per congratularsi e per dirmi che il prof. Labò, Clinico medico di Bologna ed uno dei padri della gastroenterologia italiana, presente alla riunione, Gli aveva fatto i complimenti per l’utilità pratica del nuovo test nell’individuazione dei pazienti da operare e per la scelta del tipo d’intervento da eseguire.
   In seguito, avrebbe modificato anche la resezione gastrica tradizionale, mettendo a punto e codificando un’anastomosi gastrodigiunale su ansa isolata con un’ulteriore tecnica originale descritta negli Atti della Società Italiana di Chirurgia.
   Di fatto, la Sua impostazione scientifica fu sempre dettata dall’esigenza di ottimizzare le performances chirurgiche, nell’interesse dei malati: atteggiamento che ha voluto sempre trasmettere ai Suoi Allievi.
   Proprio per attuare uno studio corretto dei pazienti operati e verificare la validità delle soluzioni tecniche adottate, Egli fece sempre ricorso alle metodiche di studio più moderne e più sofisticate. Quando si ebbe notizia dei primi lavori compiuti negli U.S.A. con l’applicazione dei radionuclidi allo studio del transito digestivo, Egli ne suggerì subito l’impiego per la valutazione delle funzioni di svuotamento esofageo e gastrico e per lo studio del reflusso nei soggetti con patologia epatobiliare ed in quelli che avevano subito una resezione gastrica. Anche in questo caso volle elaborare formule originali per il calcolo dei parametri di valutazione, ottenendo risultati che hanno ricevuto e continuano a ricevere riconoscimenti e consensi in ambito nazionale ed internazionale.
   Egli fu sempre convinto dell’esigenza che qualsiasi seria ricerca dovesse essere perseguita con il contributo di tutte le migliori competenze: per questo fu fautore dell’indagine interdisciplinare, dimostrando, in prima persona, la validità di questa scelta, principalmente in ambito oncologico.
   Nel corso della Sua carriera ha pubblicato più di 300 lavori scientifici su riviste nazionali ed internazionali, dieci di monografie aventi per oggetto temi di interesse sia medico che chirurgico, una serie innumerevoli di Atti relativi alla Sua partecipazione a congressi regionali, nazionali ed internazionali.
   Il Suo credito scientifico ed i rapporti di grande stima e cordialità che lo legavano alle personalità di maggiore spicco della chirurgia nazionale gli meritarono l’incarico di organizzare e di presiedere numerosi congressi internazionali, nazionali e regionali.
   In collaborazione con il Prof. Antonino Rodolico organizzò il Congresso Nazionale della Società Italiana di Chirurgia d’Urgenza e Pronto Soccorso nel 1976 ed il Corso Internazionale su Progressi ed Innovazioni nella diagnostica e nella terapia chirurgica dell’Apparato digerente presso l’International School of Medical Science di Erice, nel 1978. Successivamente ebbe l’onore di aver affidata l’organizzazione, a Palermo, del Congresso della Società Italiana di Chirurgia, svoltosi nel 1982. 
   Nel 1986 e nel 1995 ebbe la Presidenza e fu incaricato di Organizzare il XV ed il XXIV Congresso dell’Éntente Médicale Mediterranénne, aggregazione scientifica nella quale confluiscono tutte le società medico chirurgiche dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, ivi compreso il mondo islamico.
   Numerosi infine i Convegni organizzati per mandato della Società Siciliana di Chirurgia, ch’Egli contribuì a ricostituire insieme e d’accordo con i professori Attilio Basile di Catania e Gustavo Barresi, di Messina. In questa occasione, come non mai, tutti i rappresentanti dell’area chirurgica dell’Isola dimostrarono una forte volontà di unione, sulla base di principi comuni e condivisi, per il perseguimento di affermazioni professionali e di gruppo che potessero avere ampio riflesso anche in ambito nazionale. 
   Questa operazione fu molto apprezzata e contribuì a conferire ulteriore credito e prestigio al Gruppo Chirurgico, consentendogli di assumere un importante ruolo di riferimento in campo nazionale.
   Tra le altre cariche tenute nelle diverse Società scientifiche nazionali ed internazionali, ricoprì la Presidenza della Società Siciliana di Chirurgia; fece parte del Consiglio direttivo della Società Italiana di Chirurgia, della Società Mediterranea di Chirurgia, dell’Éntente Médicale Mediterranénne e di numerose altre. Fu anche Socio e Direttore Onorario dell’InterAmerican Medical and Health Association.
   Ha presieduto numerosi altri Congressi e Corsi di aggiornamento, nazionali ed internazionali, di Fisiopatologia Chirurgica; per ultimo, nel novembre del 2002, è stato Presidente Onorario del XVI Congresso della Società Italiana di Fisiopatologia Chirurgica, organizzato da me personalmente.
   Le Sue partecipazioni nella qualità di Relatore, Moderatore e Presidente in congressi regionali, nazionali ed internazionali sono state tanto numerose che sarebbe impossibile riportarle in questa sede.
   Nel corso della Sua lunga attività, Egli non si sottrasse nemmeno ai doveri, particolarmente gravosi per un chirurgo, della gestione universitaria: ricoprì infatti, per alcuni mandati, l’incarico di Consigliere d’Amministrazione, in momenti difficili della vita universitaria, come quelli degli anni precedenti il 1968. In tutto questo periodo collaborò con le più prestigiose personalità della Facoltà, tra cui il Prof. Pietro Benigno, Preside della stessa: in quel periodo di particolare tensione tra popolazione studentesca ed amministrazione dell’Ateneo, insieme, dimostrarono che si potevano individuare ed esprimere, soluzioni e possibilità di accordo tali da consentire la continuità didattica ed assistenziale nel Policlinico.
   Nell’espletamento di questi incarichi, dimostrò sempre grande lucidità intellettuale nel cogliere l’essenza dei problemi e nel prospettare le soluzioni più appropriate, ampiamente condivise e, per questo, favorevolmente accettate. I Suoi atteggiamenti espressi i tali occasioni Gli fecero acquisire stima e rispetto da parte dei colleghi: quella stima e quel rispetto sui quali ebbe modo di consolidare una notevole carica carismatica che, da quel momento, Lo portò ad essere considerato punto di riferimento indispensabile da parte di tutta la Facoltà.
   Furono anche queste considerazioni che spinsero i vertici della Facoltà a farGli accettare, negli ultimi anni di servizio, l’incarico di presiedere il Consiglio di Corso di Laurea in un momento ancora una volta particolare della vita universitaria: quello che segnò il passaggio alla prima riforma degli studi in Medicina e Chirurgia con l’applicazione della tab. XVIII.
   Anche in tale occasione continuò a dimostrare grande equilibrio sia nell’organizzazione dei nuovi piani di studio, che delle prime prove d’esame per l’ammissione al Corso di laurea. Pur non essendo in quel momento particolarmente preparata ad un impatto di questo tipo con le nuove generazioni di studenti, la Facoltà dimostrò notevole efficienza organizzativa, grande correttezza nell’espletamento delle procedure ed infinita trasparenza nella determinazione dei risultati.
   Profondamente convinto delle restrizioni che si erano volute attuare nei confronti degli spazi didattici riservati alla chirurgia, Egli dimostrò, anche in questa nuova veste, grande carisma e notevoli capacità persuasive, riuscendo ad avviare un corretto ed approfondito dialogo con i
docenti delle diverse aree e con gli studenti per formulare i nuovi piani di studio soltanto dopo l’ampio consenso di tutte le parti interessate: diceva infatti che soltanto così sarebbe stato possibile dare inizio ad un’esperienza nuova ed invidiabile, valida anche per gli anni successivi.
   Questo Suo modo di fare Gli fece riscuotere ampia fiducia non solo in ambito locale, ma anche in ambito nazionale, ed i colleghi, coordinatori dei Corsi di laurea, condivisero le Sue idee e furono felici di venire a Palermo, dove loro stessi Gli chiesero di organizzare una Conferenza Nazionale dei Presidenti di Corso di Laurea, che riscosse ampi consensi e grande successo.
   Gli interessi culturali del Prof. Li Voti non furono però limitati soltanto all’area della medicina: Egli era dotato di un vasto ed invidiabile bagaglio culturale che gli consentì di eccellere anche in altri campi, cosa di cui diede ampia dimostrazione nei lunghi anni in cui rivestì la carica di Presidente dell’Accademia delle Scienze Mediche e durante il triennio in cui ricoprì la carica di Presidente di questa stessa Accademia Nazionale.
   A questo punto, costituirebbe soltanto un forzato artifizio, il volere distinguere il Suo impegno nei confronti dell’una o dell’altra delle due Accademie, alle quali si dedicò con interesse e con amore: anzi, in più d’una occasione ebbe modo di ribadire che l’azione comune doveva essere indirizzata alla valorizzazione dei valori storici e culturali di entrambi i sodalizi, nella consapevolezza che, in un momento difficile come quello attuale, soltanto la contemporanea crescita di essi avrebbe potuto continuare ad assicurare un minimo di risorse economiche per il loro funzionamento.
   Nel corso di diversi incontri mi aveva anche illustrato il Suo modo d’intendere il senso e le motivazioni che ancora oggi potevano giustificare un’aggregazione di tipo accademico: la difesa della tradizione e dei valori del passato, la valorizzazione della produzione scientifica e letteraria esaminata nella contestualità storica della sua realizzazione, la valutazione in chiave sociale ed in totale libertà di pensiero del progresso scientifico. Obiettivi, questi ultimi, richiedenti onestà intellettuale, grande bagaglio culturale, notevole comprensione per le debolezze dell’uomo, profondo spirito critico nei confronti dei comportamenti di sé stessi e degli altri.
   Nel 1975, Pietro Li Voti fu eletto alla Presidenza dell’Accademia delle Scienze Mediche. In quell’occasione, il Suo primo pensiero fu rivolto alla figura del professor Gioacchino Nicolosi, Suo Maestro, al quale dedicò, come primo atto, la commemorazione che ancora oggi è possibile leggere nel primo volume degli Atti pubblicati durante gli anni della Sua Presidenza.
   Spinto da un grande interesse e dalla curiosità propria dell’Uomo di cultura, si adoperò per una ricostruzione della storia dell’Accademia, con ricerche fatte da Lui personalmente, grazie anche alla collaborazione di altri studiosi della storia di Sicilia che operavano con Lui nella Società Siciliana di Storia Patria, della quale era anche socio. Altre ricerche, compiute presso la Biblioteca Comunale, la Biblioteca centrale della Regione Siciliana e l’Archivio Comunale Gli permisero di ricostruire la continuità degli Atti dell’Accademia delle Scienze Mediche, fondati nel 1898, dall’allora Segretario perpetuo della stessa Accademia, Giuseppe Pitrè.
   Per tale motivo volle ripristinare la stampa periodica di questo volume, evitando così che s’interrompesse la continuità di una prestigiosa collana che poteva vantare secoli di vita e che, per tale motivo, costituiva testimonianza degli interessi culturali e del progresso scientifico che avevano caratterizzato e continuavano a caratterizzare un lungo percorso scientifico di vita accademica. 
   Furono queste considerazioni che Lo spinsero, nel 1976, ad incaricarmi di curarne la redazione e fu felice quando nel 1981 Gli comunicai che il CNR aveva concesso il suo riconoscimento alla pubblicazione con l’assegnazione dell’ISSN; fatto questo che consentì l’accesso della rivista alla catalogazione internazionale, così come ancora oggi è possibile costatare sul sito internet della “Ulrich’s Periodical Directory”.
   Successivamente, s’impegnò anche per reperire i fondi necessari alla catalogazione del patrimonio bibliografico dell’Accademia, al restauro degli arredi ed alla ristrutturazione, dapprima dell’aula; degli altri ambienti in un secondo tempo. Non riuscì tuttavia a realizzare la Sua maggiore aspirazione, ch’era quella di dotare l’Accademia di nuovi locali. In diverse occasioni questo Suo desiderio sembrò avere possibilità di realizzazione, poi però, per motivazioni sempre di ordine diverso, politico, economico, amministrativo, l’assegnazione dei locali non ebbe modo di concretizzarsi.
   Sarebbe impossibile ricostruire, in questa sede, l’attività svolta dal Prof. Li Voti durante i 27 anni di Presidenza dell’Accademia di Scienze Mediche: è indispensabile tuttavia ricordare almeno alcune delle principali opere da Lui realizzate durante questo periodo. Pur sorvolando su una numerosa serie di articoli redatti su argomenti accademici diversi: dalla storia della sanità in Sicilia alle origini dell’Accademia ed al contributo offerto da numerose personalità scientifiche siciliane e non al progresso dell’insegnamento e dell’esercizio della medicina nell’Isola, non si può qui non ricordare la pubblicazione di monografie che oggi possono essere considerate anche come fonti sia per una storia della medicina in generale che per una storia dell’insegnamento medico e della Facoltà di Medicina a Palermo.
   Tre sono le Sue opere realizzate in ambito accademico che mi preme di ricordare qui brevemente. Innanzi tutto, le “Constitutiones, Capitula, Jurisdictiones, ac Pandectae…” redatte da Gian Filippo Ingrassia e pubblicate da Paolo Pizzuto nel 1657, che vide la luce nel 1989. Di questo volume fu eseguita una ristampa anastatica con annessi la traduzione in italiano, curata da Lui personalmente, ed un volume dedicato alla presentazione storica dell’opera, completato da un interessante glossario.
   Nel 1998, pubblicò ancora il volume “Essere medico a Palermo, percorsi professionali attraverso venticinque secoli”. Il volume è dedicato al Suo omonimo amato nipote, anch’Egli medico e, riferendo le Sue parole, “…ai giovani che con lui si avviano su questo percorso, spesso difficile, ma sempre affascinante”. Un’opera di grande interesse storico e sociale, indispensabile per chiunque voglia conoscere i momenti fondamentali, gli albori e lo sviluppo dell’esercizio e dell’insegnamento della medicina non solo in Sicilia, ma in tutto il mondo occidentale.
   Infine, dev’essere ricordata la “Medicina Accademica, appunti per una Storia della Facoltà Medica di Palermo”, edita da Idelson-Gnocchi nel 2001. In questo volume, alla realizzazione del quale fu spinto anche dagli affettuosi suggerimenti dell’attuale Preside, professor Adelfio Elio Cardinale, Egli ebbe modo di riversare un’innumerevole quantità di interessanti e curiose notizie, molte delle quali già precedentemente
raccolte ed ordinate per la compilazione di una Storia della Facoltà che era previsto dovessimo portare a termine insieme.
   Tuttavia, l’opera che rappresenta una delle Sue realizzazioni fondamentali e più importanti, anche come vera e propria operazione culturale diretta al mondo degli studenti in medicina e dei medici tutti è costituita dal “Lessico Medico Italiano”, edito dalle Edizioni Medico Scientifiche di Torino.
   Egli s’impegnò nella faticosa impresa di collaborare alla compilazione di un lessico di medicina su invito del Professor Pietro Benigno, coautore della stessa opera. I lavori diretti alla raccolta, alla selezione ed alla definizione dei lemmi durò diversi anni e, per tutto questo periodo di tempo, ebbi modo di osservare un esempio, che può essere definito unico, di collaborazione pervasa da affetto, da stima reciproca e da una certa complicità culturale, tra due grandi personalità ricche, oltre che di un immenso patrimonio di sapere, di una carica umana infinita. 
   Ho presente ancora oggi lo sguardo di gioia e di soddisfazione con cui entrambi mi comunicarono che il lavoro era finalmente finito ed era giunto il momento di presentare al pubblico il volume. Il professor Li Voti ed il professor Benigno mi chiesero d’essere anch’io presente a questa importante manifestazione che doveva svolgersi a Roma, ed io fui felice di accompagnarLi e di condividere la loro soddisfazione. Ritornati a Palermo, sono stato felice di organizzare, ancora una volta, dietro Loro richiesta, la stessa manifestazione di presentazione del volume, a Palermo, presso la sede dell’Ordine dei medici.
   Io mi sento ancora onorato di aver avuto la possibilità di partecipare ad innumerevoli incontri, nel corso dei quali, con entrambi, è stato possibile scambiare liberamente le proprie idee, affrontando, con grande apertura intellettuale ed onestà di pensiero, i temi più vari, ai quali si giungeva partendo dai fatti banali del giorno, attraverso percorsi intellettuali chiari e palesi, nel corso dei quali, spesso, ci si poteva consentire il lusso di cambiare idea, senza che ciò potesse necessariamente apparire come il risultato di un errore o di una sconfitta. Nel corso di questi incontri, spesso, un cenno o un ammiccamento, equivalevano all’ammissione di eventi e comportamenti del passato che ancora oggi venivano da loro affrontati con infinita umanità e velato pudore. 
   Quello stesso velato pudore sotto il quale si celava l’immensa carica affettiva che Lo legò sempre ai Suoi cari. Il pensiero mi porta ad alcuni ricordi vissuti insieme, nel corso dei quali ebbe modo di emergere questa Sua grande carica di sentimenti e di amore che lo legò sempre ai Suoi familiari, alla Sua amata moglie Doris, qui presente, ai Suoi figli ed agli amatissimi nipoti. E com’è fatale che accada nell’avvicendarsi delle umane esperienze, ha vissuto anch’Egli le gioie ed i dolori, le soddisfazioni ed i dispiaceri, le gratificazioni e le incomprensioni di una vita. 
   Ricordo ancora il grande senso di responsabilità di cui si sentì investito quando dovette indirizzare la sua azione chirurgica nei confronti di uno dei Suoi familiari. In quella occasione dimostrò ancora una volta di essere dotato di tanto carattere: ne parlò a lungo con me, mi volle vicino e mi fece tutte quelle raccomandazioni che ne dimostravano il profondo coinvolgimento emotivo, anche se poi, riusciva a non far trasparire questi sentimenti all’esterno. 
   Ricordo ancora il Suo immenso dolore per la perdita dell’amata sorella, ricoverata in Clinica e che seguì fino alla fine. Mentre, dopo la scomparsa della madre, se da un punto di vista razionale se ne faceva una ragione, dal punto di vista affettivo restava ancora legato ai ricordi ed alle abitudini di una vita, come quella di passare a renderLe visita la sera, prima di ritornare a casa.
   Accanto a questi episodi, vanno ricordate le Sue gioie più grandi e la Sua soddisfazione nel seguire gli amati nipoti, soltanto l’affetto infinito per loro riuscì a modificare le Sue abitudini di una vita. Egli era felice di farsi trovare da loro all’uscita della scuola, assolvendo quello, che per Lui non era un impegno, ma un momento di grande gioia, vissuto con infinito amore.
   Oggi, in questa sede, è possibile affermare che Pietro Li Voti dedicò tutta la Sua vita alla Famiglia, allo studio, all’insegnamento, all’esercizio della chirurgia, così come ancora oggi è possibile leggere sulla targa d’oro che Gli fu offerta dai Suoi allievi più vicini, alla fine del Suo mandato istituzionale.
   Prima di concludere questo mio ricordo, desidero soffermarmi brevemente su alcuni aspetti del carattere di Pietro Li Voti che non sempre sono stati compresi, anzi, talvolta sono stati additati come espressioni di estremo ed ingiustificato rigore.
   Chi ha avuto la fortuna d’instaurare con Lui una consuetudine fondata sul reciproco rispetto e sulla assoluta fiducia sa bene ch’Egli, cosciente fino in fondo delle proprie aperture e della consapevolezza di esercitare un rilevante ruolo d’indirizzo e di aggregazione, spesso preferiva assumere atteggiamenti di autodifesa proprio per scoraggiare la formulazione di richieste e di interventi immaginati, ma non condivisi.
   Il rigore del Suo carattere era quello stesso rigore che informava l’esercizio della Sua attività chirurgica, che guidava la Sua avventura scientifica, che caratterizzava la Sua attività didattica. Quello stesso rigore che esercitava innanzi tutto nei Suoi comportamenti, ed in assenza del quale difficilmente avrebbe accettato tante responsabilità. Quello stesso rigore che guidava le Sue azioni, improntate sempre a grande onestà intellettuale ed infinito senso morale. E sulla comune condivisione di questi principi potevano nascere e si potevano stabilire rapporti di stima ed affetto che, nel prosieguo del suo divenire, potevano mostrare di non avere confini. 
   Egli si sentiva molto legato a tutti i Suoi Allievi, ai quali chiedeva molto ed era pronto a dare altrettanto, e tutti hanno avuto modo di cogliere nel Suo sguardo e nel Suo sorriso, nei momenti di condivisa gioia e di comune gratificazione, la carica affettiva di cui era dotato. In particolare, tutto questo era evidente quando finalmente si concretizzava il successo di una carriera: dalla Sua Scuola infatti sono usciti numerosi professori ordinari e primari ospedalieri, molti dei quali ancora oggi svolgono il loro impegno istituzionale.
   Queste, furono le Sue altre grandi soddisfazioni, che perseguì sempre con tenacia, concretizzando nella realizzazione dei Suoi progetti, le convinzioni profondamente radicate nella Sua coscienza. Egli sentì grandemente il sentimento di filiazione scientifica e dedicò tutte le Sue energie alla creazione di una Scuola per mezzo della quale trasferire alle future generazioni ben definiti e determinati valori professionali, morali e culturali.
   Impegno difficile quest’ultimo, che Lo portò ad assumere, in alcune occasioni, atteggiamenti decisi, che dovevano improntare anche il comportamento dei propri collaboratori e dei propri Allievi: ebbe un infinito rispetto per i Suoi doveri istituzionali ed i Suoi comportamenti si possono indicare come un esempio della dedizione necessaria all’espletamento di una professione carica di responsabilità umana e professionale.
   La Sua lucidità, il Suo rigore intellettuale, la correttezza dei Suoi comportamenti, la Sua lealtà ed i rapporti di stima reciproca che aveva avuto modo di stabilire in ambito nazionale Lo portarono ad assumere, anche per mandato dei colleghi, il ruolo carismatico di portavoce di tutto il Gruppo chirurgico palermitano; da parte Sua, in molte occasioni, Egli non esitò a rivolgersi ai singoli componenti del Gruppo, per chiedere sempre la loro collaborazione ed il loro consenso nella realizzazione di progetti finalizzati alla comune crescita ed al comune interesse. Convinto assertore di tutto questo, sostenne sempre l’esigenza dell’accordo, come unica possibilità di crescita di una Scuola universitaria: possibilità insita nella sua capacità di aggregazione e nella sua attitudine ad individuare ed esprimere percorsi comuni e condivisi per la soddisfazione delle esigenze di tutti. 
   Egli si adoperò sempre e con tutte le Sue forze in tal senso, dimostrando la validità dell’asserzione fatta dal grande drammaturgo tedesco, Franz Wedekind: “la morale è il prodotto di due grandezze immaginarie: dovere e volere”.
   Egli ha lasciato una miriade incommensurabile di ricordi che, così come definiti da Cardarelli, altro grande medico del passato, rappresentano le “ombre troppo lunghe del nostro breve corpo”. Quegli stessi ricordi che Musil dice dotati di molti pregi: “essi invecchiano, non invecchia la figura dell’uomo cui essi si riferiscono”. Qualcun altro ha completato aggiungendo che “Il ricordo costituisce l’unico paradiso dal quale l’uomo non può essere scacciato”.
   E, se, come scritto da Montaigne, “la memoria è il ricettacolo e l’astuccio della scienza”, Pietro Li Voti, nel percorso della Sua vita ha dimostrato d’essere capace di creare una memoria che durerà nel tempo.
   Tutta la Sua vita, il Suo operato, i Suoi comportamenti possono essere considerati una chiara dimostrazione delle parole di Emanuele Kant “la ragion pura è di per sé stessa pratica e dà all’uomo una legge universale, che noi chiamiamo morale, che dovrà essere adeguata al tempo ed agli uomini che ci circondano”.

 

FRANCESCO EMANUELE CANGIAMILA
Giuseppe Di Gesù
giuseppedigesu@gmail.com 

   Nel "Prospetto della Storia Letteraria di Sicilia nel Secolo Decimottavo", edizione del 1824, per i tipi di Lorenzo Dato, l'abate Domenico Scinà si sofferma, con un ampio commento, sull'opera fondamentale di Francesco Emanuele Cangiamila: l'Embriologia Sacra.
"Sollecito egli della salute spirituale di tanti bambini, che ne' parti difficili sogliono venir meno senza ricevere le acque salutari del battesimo, si mosse a pubblicare nel 1745 quell'opera, che ha per oggetto in caso di parto difficile o disperato di ajutare quanto meglio, e con  più diligenza si può la salute, non che spirituale, ma temporale de'  bambini, senza che quella delle madri fosse trascurata. Parla egli prima degli aborti, e poi del parto cesareo, sia che questo abbia luogo nelle donne morte, o pure viventi. Non è credibile quante e quali cognizioni egli dimostra e di fisica, e di notomia, e di chirurgia, e come cerca di rendere siffatte cognizioni e semplici e volgari, e dir così popolari, affinché fossero da tutti comprese, e praticar si potessero non che da' chirurghi, ma dalle levatrici, e da qualunque altra persona".
    Sono queste le parole usate per descrivere l'opera del Cangiamila: l'apprezzamento dello Scinà per essa rappresenta il riconoscimento, ampiamente condiviso, per uno studio serio e approfondito di complesse problematiche non solo teologiche, ma anche mediche, estremamente astruse per quei tempi, e tuttavia portato avanti, con saggia determinazione, da parte di un sacerdote non medico.
    Francesco Emanuele Cangiamila nacque a Palermo l'1 gennaio 1702 da Paolo Cangiamila-Celestri e da Anna Tramonte-Gazzara.
Notizie molto precise della sua vita possono essere ricavate dalla lettura dell'Elogio Storico compilato dal padre Ludovico Crema di S. Tommaso d'Aquino, dei chierici regolari delle Scuole pie, in occasione della commemorazione che ebbe luogo ad un anno di distanza dalla sua scomparsa.  Anche noi seguiremo per grandi linee queste note biografiche, pur se risulta  indispensabile mettere un certo ordine, e non soltanto dal punto di vista temporale, nella descrizione dei diversi momenti della vita e della personalità del Cangiamila.
    Accanto a questa risulta molto utile ed interessante la consultazione della di lui biografia compilata da Andrea Vitello, pur se questo Autore, che si è basato sempre sulle notizie riportate dal Crema, si lascia spesso trasportare da una vena critica appassionata ed a volte, proprio per questo motivo, non molto obiettiva nella valutazione dell'opera medica di un uomo certamente di cultura vasta e di pensiero illuminato, ma che comunque non fu mai medico.
    Fin dalla più giovane età il Cangiamila mostrò grande interesse per gli studi classici, acquisendo una preparazione non comune ed una precoce maturità, che gli consentirono, seguendo in tal modo la volontà dei genitori, di accostarsi molto presto allo studio del diritto civile e canonico, riuscendo a conseguire la laurea dottorale all'età di 15 anni, a Catania,nel 1717.
Iniziò subito dopo ad  esercitare con successo l'"Offizio d'Avvocato".  Ciò non gli impedì però di approfondire le sue conoscenze nell'ambito della letteratura, della storia in generale e di quella sacra in particolare, della storia del regno di  Sicilia, delle scienze filosofiche antiche e moderne, della eloquenza, formandosi così una solida preparazione culturale.
   Grazie a questo vasto bagaglio di conoscenze, che si estendeva ben al di fuori delle competenze di stretto ambito professionale, fu invitato a frequentare gli ambienti  intellettuali più ricercati della città: nel 1721 fu tra i promotori dell'Accademia degli Oretei, sodalizio voluto e fondato come sezione periferica dell'Accademia dell'Arcadia di Roma, che ebbe sede ed ospitalità nei salotti del palazzo del Principe di Lampedusa.
In un’altra Accademia, quella dei Geniali, svolgeva una intensa attività, ed i suoi interventi erano particolarmente richiesti e numerosi. Il 28 agosto 1719 interveniva con la memoria su "Quanto sia lodevole lo studio della storia"; nel 1722 con la "Risposta al dubbio del Preside Mongitore come possa conservarsi perpetua l'Accademia de' Geniali"; nello stesso anno intratteneva gli Accademici con una relazione "Sopra Santa Rosalia"; nel 1725 recitava invece il discorso di apertura dell'anno accademico.
    Malgrado tutto questo però le sue aspirazioni più profonde non erano ancora soddisfatte: era sua intenzione dedicarsi al sacerdozio, ma questa decisione non era per nulla gradita in famiglia ed in particolare dal proprio genitore.

  
Tali insormontabili ostacoli familiari furono vinti soltanto in seguito ad una grave malattia  nel corso della quale il padre formulò il voto di concedergli il permesso di dedicare la sua vita alla chiesa, se fosse guarito.
     "Guarì e prese l'Abito Chiericale il dì dell'Assunzione della Santissima Vergine del 1723".
    Compì gli  studi ecclesiastici nel collegio dei Gesuiti e, dopo cinque anni, conseguì la laurea in Teologia.
    In questo periodo della sua vita, quantunque le sue condizioni di salute non fossero al meglio per la saltuaria comparsa di febbri, svolse un’intensa attività missionaria nell'ambito territoriale isolano, in compagnia del Reverendo Padre Don Alberto Maria Carlino.
    Intanto si era trasferito a Monreale dove il padre rivestiva la carica di "Assessore e Giudice dello Stato". Là ebbe la nomina di avvocato fiscale della Corte Arcivescovile, carica che seppe tenere con prestigio e che lo portò "non senza mal talento d'alcuni" a difendere i "Diritti di quella Chiesa, ma anche la Disciplina, e l'Immunità".
    Probabilmente il suo modo di agire, senza dubbio deciso e scevro da qualsiasi tendenza al compromesso, non fu da tutti apprezzato, come traspare chiaramente da queste affermazioni riportate dal Crema.
   Successivamente, l'Arcivescovo, Cardinale Cinfuegos, gli conferì l'incarico di "Moderatore de' Studj" di quel seminario, che il Cangiamila ritenne di dover riformare introducendovi l'insegnamento di "Disciplina Ecclesiatica".
    Fu in questi anni che nacque il suo interessamento per il parto cesareo, anche su donna morta, allo scopo di salvare il neonato e di battezzarlo.
Nel 1731 ebbe la nomina di arciprete della terra di Palma; incarico a lui non gradito se è vero che "Non potè mai indursi ad accettare tal peso, che col comando espresso del  padre e del confessore...non senza sua gran resistenza e  difficoltà."
    Non si può fare a meno di mettere nel conto del suo malcontento per la carica ricevuta il fatto che ciò veniva a rappresentare, per lui, la fine di un certo tipo di vita sociale: il suo trasferimento infatti avrebbe comportato fatalmente la rinunzia a tutto quanto si era offerto alle sue aspettative sia in ambito professionale che sociale. Sarebbe passato da una città come Palermo, che costituiva il centro delle attività culturali e scientifiche dell'Isola, con le sue diverse Accademie, nelle quali il Cangiamila già da tempo svolgeva un’intensa attività, alla estrema periferia, soffrendonaturalmente in modo profondo il disagio dell'isolamento dalla vita attiva, che aveva vissuto sino a quel momento.
    Palma di Montechiaro era stata fondata da poco meno di un secolo, nel 1637, dai gemelli Carlo e Giulio Tomasi, ed eretta a ducato un anno dopo da Filippo IV re di Spagna.
   A Palma il Cangiamila trovò condizioni ideali per svolgere la sua missione pastorale: i Tomasi avevano già dato al clero il primo duca, Carlo, che si era adoperato in tutti i  modi sia da Palermo, che da Roma, per aiutare la popolazione e per promuovere interventi in favore dei poveri.
    Nelle sue nuove vesti di Arciprete egli scelse di stare a contatto diretto con la realtà sociale che lo circondava, seppe individuare i grandi problemi e le enormi contraddizioni di essa ed individuò le più importanti iniziative per venire incontro alle esigenze degli abitanti.
    Tra quelle di maggior valore va qui ricordata l'istituzione del Collegio di Maria, da lui fortemente voluta, per la quale non esitò a chiedere anche l'aiuto dei Tomasi. Inoltre, dimostrando uno spirito antesignano, volle creare una struttura dedicata non solo al ricovero delle orfanelle, ma anche alla rieducazione delle "repentite", delle fanciulle cioè che condannate, si erano pentite e desideravano emendarsi, prima di essere reintrodotte, a pieno titolo, nel loro ambiente familiare e sociale.
    Questa istituzione offriva quindi l'opportunità per esercitare un valido tentativo di recupero delle ragazze che, costrette dal bisogno e dallo stato di incultura allora molto diffuso nelle classi meno abbienti, si davano a pratiche e  commerci illegali. I risultati ottenuti non furono tuttavia quelli auspicati: le giovani spesso fuggivano o venivano riprese dai familiari che, senza tanti scrupoli, le sfruttavano ancora e poi le abbandonavano, incuranti del loro destino.
Fu per questo motivo che, dopo qualche anno, decise di utilizzare la struttura soltanto a finalità educative, accogliendo, ospitando ed educando le giovani fin dalla tenera età, per attuare, in questo modo, una prevenzione efficace.
    Questo nuovo modo di intendere il ricovero delle giovani lo indusse anche alla abolizione, per esse, dell'obbligo della clausura.
Si adoperò moltissimo a favore delle popolazioni vessate dalle incursioni barbaresche e per promuovere i mezzi necessari al riscatto dei prigionieri cristiani e si impegnò con tutte le sue forze per fondare il Convento dei  Padri Mercedari Scalzi, che trovò la sua sede sulla collina prospiciente al paese, chiamata calvario.   Insieme con queste opere di grande valore sociale va ricordata la sua attività di promozione e di perfezionamento della preparazione ecclesiastica e della severa osservanza del culto. Per il conseguimento di tali obiettivi decise di istituire la Congregazione della Fede Cristiana e la Conferenza dei Casi Morali. Queste Iniziative furono molto apprezzate sia nell'ambito della sua Diocesi, che al di fuori di essa e ben presto furono adottate successivamente in diverse altre sedi.
    I risultati conseguiti a Palma con l’educazione delle giovani fanciulle che così venivano tolte dalla strada, affrancandole anche dalle cattive abitudini radicate in alcune famiglie che tendevano ad utilizzarle per facili guadagni, lo indussero a promuovere l’istituzione di altri Collegi di Maria con le medesime caratteristiche e finalità di quello fondato a Palma prima a Licata, nel 1739, grazie anche al  mecenatismo del Duca Palmiere Serovira, e successivamente ad Agrigento.
    Questa intensa attività organizzativa e di riforma, svolta incessantemente a favore delle giovani e spesso contro il volere di molti, non sempre venne apprezzata: dovette superare tanti ostacoli e rischi non indifferenti, "non gli mancarono delle contraddizioni grandi, e moltissime, fin ad essere cercato più di una volta a morte, per aver compito a' doveri del suo ministero".
    Proprio sulla base di queste considerazioni del Crema, si può oggi affermare che il Cangiamila sentì con profonda coscienza e con spirito innovatore il ruolo sociale della sua veste istituzionale, e seppe battersi per l'affermazione delle sue idee e dei suoi principi, riuscendo a fronteggiare anche le più tenaci forme di avversione, non esitando, in questa sua opera, nemmeno per il rischio della propria vita.
    In questo periodo della sua permanenza a Palma, riprendendo il progetto già manifestato durante il suo soggiorno a Monreale, si dedicò anche a quello che rappresentò, forse, lo scopo principale della sua vita: la promozione del taglio cesareo su donna viva e su donna morta.
    Il 5 ottobre del 1736, "essendo morta una assai povera contadina della mia Parrochia di Palma", scrive egli stesso nella Embriologia Sacra, "una mammana... e Dr. Luciano Taibi eccellente Chirurgo per molti anni addottrinato nello Spedale di S. Spirito in Roma, attestano che la creatura era morta da due giorni: ma io volli risolutamente che la madre ad ogni costo s'incidesse e la bambina trovossi viva. Ella morì poi un quarto dopo, ed io feci che si seppellisse con pompa". 
   Questa esperienza maturò ancora di più in lui quelle idee e quelle intenzioni già precedentemente espresse, prima ancora di giungere a Palma. I risultati conseguiti lo spinsero senza altri ripensamenti a porre le basi perché la pratica del taglio cesareo si diffondesse sempre di più.
   La formulazione delle basi teorico scientifiche adeguate a sostenere queste sue affermazioni avrà assorbito molto della sua attività, essendo divenute indispensabili, per la sua opera, quelle cognizioni mediche fondamentali, delle quali mancava, ma che seppe acquisire con lo studio metodico e profondo e trasmettere magistralmente con estrema chiarezza.
    In tal senso si adoperò con tutta la sua influenza per ottenere il più vasto consenso sia da parte della popolazione, che da parte dei medici, curando anche la diffusione del taglio cesareo entro e fuori i confini della sua diocesi.
    Risulta evidente, sulla base di quanto fin qui riportato, che le direttive di azione del Cangiamila, durante la sua permanenza a Palma seguirono diverse linee.
Innanzi tutto egli si propose di prendere coscienza della realtà sociale, culturale ed ecclesiale periferica; ciò lo portò ad una valutazione desolante delle carenze esistenti in tutti questi campi e lo indusse alla formulazione di quei provvedimenti ritenuti indispensabili, non tanto a risolvere problemi immensi che riconoscevano le ragioni del loro esistere in inveterate discrepanze sociali e culturali difficilmente sanabili, quanto ad indicare nuove vie e nuovi metodi, indispensabili per promuovere, attraverso l’intervento della chiesa un’evoluzione sociale, un impegno culturale, una missione educatrice e moderatrice.
    A questa attività si dedicò innanzi tutto sollecitando un ulteriore addottrinamento dei sacerdoti e stimolando il clero a seguire con scrupolo l'indirizzo formulato dalle norme esistenti per il regolamento e la esecuzione dei riti e dell'Uffizio. Per questo si impegnò moltissimo nel promuovere il ruolo sociale della chiesa, e nel favorire una intensa attività di incontro e di confronto delle esperienze.
    Furono questi i motivi che lo indussero ad istituire la Congregazione della Chiesa Cristiana e la Conferenza dei Casi morali, cui si è accennato precedentemente: i sacerdoti si riunivano, sovente anche nella sua casa, per ascoltare dotte dissertazioni sui diversi problemi, anche di natura teologica; e, ogni settimana, si incontravano per discutere le problematiche più importanti, maturate nei contesti sociali più svariati, allo scopo di scambiare le proprie esperienze e di formulare i provvedimenti più adeguati da adottare in modo omogeneo nelle diverse comunità.
   A prescindere da queste, che possono e debbono essere considerate come forme di operatività comunitaria, sociale ed ecclesiale, insite nel suo ruolo istituzionale; l'attività svolta dal Cangiamila dimostra l'esistenza in lui di molteplici sollecitazioni, derivanti sicuramente non solo dalla sua formazione sacerdotale, ma anche dalla sua complessa e particolarmente ricca formazione umana e culturale.
    Sollecitazioni che però, nell'ambito territoriale che egli era costretto a vivere, trovavano modo ormai di estrinsecarsi soltanto fino ad un certo livello, in un ambiente molto circoscritto, selezionato, comunque non sempre aperto e pronto a recepire tutti i messaggi da lui inviati. In breve, pensiamo di poter affermare che ormai a Palma, e nella diocesi agrigentina, gli spazi conquistati gli erano divenuti insufficienti per un soddisfacente espletamento della sua attività, il suo compito, per quel che gli era possibile ottenere, poteva considerarsi esaurito.
    La diffusione e l'affermazione delle sue idee e dei suoi programmi richiedeva un ambito ben più vasto: per questo nel 1742 decise di presentare al suo Vescovo la rinunzia alla arcipretura. Rinunzia che però non venne subito accettata; che soltanto dopo diversi mesi gli fu consentito rimettere direttamente "in mano del Sommo Pontefice".
    Fu così che poté ritornare nella sua Palermo, ove ebbe modo di ritrovare le vecchie amicizie e di ricominciare le interessanti frequentazioni dei salotti cuturali e delle Accademie più prestigiose, ove venne riaccolto con rinnovata amicizia, con ammirazione e stima incondizionate.
    All'inizio fu destinato, come confessore, al monastero di S. Francesco di Sales; quindi fu trasferito al monastero del Cancelliere.
    Dovette attendere fino al mese di aprile del 1748 per essere nominato Canonico della Chiesa Metropolitana di Palermo, quando "Vacò la Prebenda Teologale della nostra Metropolitana; e'l Principe Vice-regnante, per provvederla d'un degno Soggetto, ne volle la nomina da cinque ragguardevoli Personaggi di nostra Città: li quali tutti, come se stati fossero da Dio ispirati, vi nominarono il nostro Francesco; che per ciò venne eletto dal nostro Sovrano".
    A distanza di cinque anni, nel 1753, Monsignor D. Jacopo Bonanni, Inquisitore generale del Regno e Arcivescovo di Monreale, lo nominò Inquisitore Fiscale della Suprema Inquisizione e suo Vicario Generale; cariche queste confermategli due anni dopo dal nuovo arcivescovo D. Francesco Testa.
    Questo periodo della sua vita fu caratterizzato, già subito dopo il ritorno a Palermo, da un impegno continuo ed incessante a diffondere la sua dottrina sulle indicazioni al taglio cesareo nella donna viva e nella donna morta; e questa sua azione fu premiata da un crescente successo, dapprima in tutto l'ambito del regno, successivamente anche al di fuori di esso ed in tutta Europa.
    La sua Embriologia Sacra, pubblicata nel 1745, era andata a ruba, lui stesso d'altronde ne aveva curato la più ampia diffusione provvedendo ad inviarla a tutti i vescovi del mondo.
    I consensi non mancarono a giungergli, e, dietro molteplici sollecitazioni, si dedicò alla cura delle successive edizioni della sua opera in italiano, in latino e sotto forma di compendio, dopo averne accresciuto e rivisto i contenuti.
    L'accettazione e la diffusione delle sue idee avevano già indotto, prima ancora della pubblicazione dell'Embriologia Sacra, il Vicario Generale della diocesi di Catania, Monsignor Vincenzo Paternò Trigona a pubblicare un "Editto intorno al Parto Cesareo, e benedizione Nuziale" il 1 giugno 1742; mentre il Vescovo di Girgenti, Don Lorenzo Gioeni d'Aragona, emanava un "Editto per le Donne Gravide, e Moribonde" il 30 luglio 1744.
    A distanza di poco meno di un anno il Cangiamila poteva disporre di un testo organico, a stampa, che riportava le teorie da lui propugnate insieme con i giudizi lusinghieri provenienti dagli ambienti medici più qualificati: tra di questi emergeva, per l'importanza del ruolo che l'istituzione rivestiva, la censura dell'Accademia Jatrofisica di Palermo, qui, tra le note riportata.
    La sua descrizione delle tecniche mediche ed ostetriche era molto accurata ed espressa con linguaggio così proprio ed adeguato da indurre molti dei suoi lettori ed ammiratori, medici, a pensare che anch'egli fosse medico.
Su tale affermazione si é tanto discusso da parte dei suoi biografi: a chiarire definitivamente e molto semplicemente tale dubbio possono contribuire alcune considerazioni. 
    Innanzi tutto non esiste alcuna documentazione che dimostri studi ufficiali da lui compiuti in facoltà mediche: il Crema, suo contemporaneo, non ne parla; inoltre in tutte le sue opere a stampa, pubblicate in Palermo e fuori della Sicilia, durante la sua vita o postume, non é mai riportato questo titolo di studio, al contrario di quanto avviene per la sua laurea in teologia e nell'una e l'altra legge.
    La sua rinnovata partecipazione ai lavori dei sodalizi culturali è dimostrata, fin dal 1743, dalle relazioni tenute all'Accademia degli Ereini, la domenica delle palme, con il "Discorso sopra i dolori di Gesù Cristo; e il 10 agosto, sempre dello stesso anno, alla Colonia Oretea con l' "Orazione...in lode del Canonico Mongitore...".   Ancora, l'esame dei suoi manoscritti pervenutici consente di scoprire il suo interesse per la cultura umanistica e per la critica letteraria: il 15 marzo 1746, in casa del Principe di Lampedusa, intratteneva gli intervenuti con un "Discorso accademico sulla poesia".
    Tutto il suo tempo era preso dalla intensa attività di curia, dagli impegni che comportava la partecipazione attiva alle sedute accademiche, dalla pedante attività di compilazione, di correzione e di revisione delle continue edizioni del suo trattato sulla "Embriologia sacra", che intanto venivano tradotte anche in francese e tedesco.
    Nel 1755, in due tornate, il 25 agosto ed il 15 settembre, presentava, all'Accademia del Buon Gusto la sua memoria sugli annegati: " Discorso di Monsignor D. Francesco Emmanuele Cangiamila Inquisitor Provinciale nel Regno di Sicilia .... nel quale si dimostra, che gli Annegati possono vivere per notabile tempo sott'acqua; e si prescrivono gli ajuti, che debbono darsi loro, per farli rinvenire, quando si estraggono". Memoria pubblicata successivamente, negli Opuscoli di Autori Siciliani, in Palermo, per i tipi di Gaetano Maria Bentivegna.
    Tutti questi interessi non lo distrassero comunque mai dai suoi doveri ecclesiali; in tal senso si batté sempre per la rigida osservanza delle regole e dell'ufficio, così come aveva già fatto durante la permanenza a Palma, e, a tal fine, si adoperò con Monsignor Fra' D. Giuseppe Melendez, arcivescovo di Palermo per la istituzione della Congregazione della Disciplina Ecclesiastica. Vi riuscì nel 1759, dopo averne fissato le regole con la collaborazione di Monsignor Mineo, vescovo di Patti, e di Monsignor Del Castillo, Vicario Generale; per questo motivo ne venne considerato il fondatore e l'artefice.
    Finalmente, con il trascorrere degli anni, cominciavano a concretizzarsi le soddisfazioni per gli studi compiuti sul taglio cesareo, nei quali aveva tanto creduto. La sua opera veniva apprezzata ed elogiata anche al di fuori dei confini del Regno: il papa Benedetto XIV lo encomiava nella enciclica "De Synodo Diocesana"; il Sovrano, Carlo III di Borbone, oltre ad ordinare la pubblicazione della Prammatica del parto cesareo, istituiva, in via permanente, la Deputazione de' projetti, fornendo le dovute provvidenze "per l'eterna salvezza de' bambini medesimi"; siamo giunti al 2 ottobre 1761.
    Il Cangiamila ha appena compiuto 59 anni, ma le sue condizioni di salute lasciano molto a desiderare; l'11 dicembre dello stesso anno viene colto da gravi crisi di asma bronchiale, con compromissione grave della funzione respiratoria.
    Da questo momento la sua salute, già provata da precedenti malattie, continuò a deteriorarsi progressivamente: la funzionalità cardiaca fu severamente compromessa, si determinò verosimilmente un “fegato da stasi”, cominciarono gli edemi e via via sopraggiunsero altre complicazioni che gli fecero patire le più atroci sofferenze: "Divenne in fatti idropico di pulmone: gli si gonfiarono enormissimamente e li piedi e le gambe; che in brieve gli creparono, mandando dalle crepature torrenti di umore: indi segl'incancherirono; il perché fu d'uopo, che soffrisse da chirurga mano crudelissimi tagli".
Questa fedele descrizione della malattia, fatta dal Crema, rende conto dei patimenti che Francesco Emanuele Cangiamila subì per poco più di un anno, prima che sopraggiungesse la morte, che lo colse il 7 gennaio 1763, all'età di 61 anni.
    I funerali furono celebrati con grandi onori nella Cattedrale di Palermo; ove fu ricordata la sua personalità e la sua opera.
    Anche Monreale onorò la sua memoria con l'intervento di tutto il Capitolo, del clero della città e delle autorità civili.
    Altre commemorazioni furono tenute dai Padri Cistercensi del Parco; nella cattedrale di Palma; e nell'Accademia del Buon Gusto.
    La sua opera continuò ad essere apprezzata nel tempo ed i suoi insegnamenti continuarono a produrre, anche dopo la sua scomparsa, un ampio coinvolgimento delle strutture sociali con una accettazione sempre più ampia delle sue idee sul parto cesareo.
    Sulla vita e sulle scelte operate da Emanuele Cangiamila, influirono sicuramente le vicende storiche siciliane dell'epoca che portarono, tra il 1700 ed il 1734, al succedersi di tre occupazioni diverse dell'Isola.
    Infatti, dopo la morte di Carlo II, avvenuta il 20 novembre del 1700, non essendovi eredi, ebbe inizio la guerra di successione spagnola che si sarebbe conclusa a distanza di 13 anni con il trattato di Utrecht, in base al quale la Sicilia fu assegnata ai Savoia, nella persona di Vittorio Amedeo II, primo duca che ottenne il titolo regale.
    La dinastia sabauda occupò l'isola, con alterne vicende, fino al 1720, quando, a seguito di ulteriori operazioni belliche tra l'Austria e la Spagna, che si conclusero con la vittoria degli Austriaci sugli Spagnoli a Francavilla, si giunse al trattato dell'Aia: questo sancì il subentro degli Asburgo con l'imperatore Carlo VI.
Dopo 14 anni però, anche per le pressioni della nobiltà siciliana che auspicava il ritorno all'unione con la Spagna, gli Asburgo furono costretti, in seguito alla sconfitta subita a Bitonto ad opera di Carlo di Borbone, ad abbandonare la Sicilia. Lo stesso Carlo fu incoronato il 30 giugno del 1735, nella cattedrale di Palermo, re di Sicilia con il nome di Carlo III.
    In questo vasto arco di tempo storico la Chiesa fu strettamente coinvolta dalle complesse vicende politiche, nell'interesse di creare equilibri stabili fra gli stati europei, evitando l'eccessivo accrescersi di alcune dinastie rispetto ad altre.
    Durante lo svolgersi di queste vicende, i complessi vincoli di alleanza contratti nel corso delle guerre per la successione, il peso di un vincolo inveterato sorto fin dal 1097 quando Urbano II aveva concesso ai re di Sicilia il privilegio della Apostolica Legazia, l'assenza di un governo forte e stabile nell'isola, indussero il papato ad una azione di forza per il disconoscimento di questo antico privilegio con il quale il sovrano era libero di nominare i Vescovi e di amministrare le diocesi, nella sua veste di "Legato Apostolico", mediante il "Tribunale della Monarchia".
    Lo scoppio della "controversia liparitana" determinò gravi fratture nel clero che, obbligato a fare delle scelte precise schierandosi con il papa o con il sovrano, pagò successivamente all'una o all'altra parte, per la propria scelta.
    Fu questo un periodo molto triste, nella storia della chiesa siciliana, che si trovò divisa, minacciata dalle scomuniche di Roma e dagli interdetti del re che, a sua volta, annullava le scomuniche del papato e le disposizioni provenienti dalla corte pontificia. La controversia riuscirà ad essere appianata soltanto nel 1729 con la bolla di papa Benedetto XIII, datata 29 settembre 1728, con la quale si riconosceva il diritto del re di Sicilia all'esercizio del privilegio della apostolica legazia.
    Dal punto di vista culturale i primi 35 anni di questo secolo furono caratterizzati dalla comparsa di alcuni fenomeni particolari che, nelle diverse interpretazioni degli studiosi, hanno dato luogo a differenti valutazioni.
    Nel corso della dominazione Sabauda si verificò una vera e propria "fuga dei cervelli", basti qui ricordare la perdita di Filippo Juvara e di Francesco d'Aguirre: il primo divenne architetto di corte a Torino e produsse opere che ancora oggi destano ammirazione incondizionata, come la Basilica di Superga e la palazzina di Stupinigi; il secondo ristrutturò e riorganizzò, riformandola, l'Università di Torino.
    La dominazione Asburgica fu caratterizzata da una dura repressione e da una ferrea restaurazione, inoltre, in tale periodo, l'inquisizione tenne per l'ultima volta un "Auto-da-fè‚" pubblico con una doppia condanna al rogo.
    Il rigore politico delle dominazioni succedutesi impedì la libera espressione dei movimenti culturali esistenti in Palermo e, forse, anche se parzialmente, può essere condivisa l'affermazione di Finley e Smith sul condizionamento esercitato, da parte della nobiltà conservatrice, nei confronti del mondo intellettuale.
Tutto ciò rendeva sterile qualsiasi anelito di nuove istanze culturali e di accezione e comunicazione del libero pensiero, qualsiasi acquisizione di nuove idee, imponendo "così poca critica aperta nei confronti dell'ordine costituito", cosa che invece avveniva, bene o male a Napoli sede di un "governo relativamente illuminato".
    Subito dopo l'avvento dei Borboni, si assistette ad una esplosione di opere e di dispute sugli argomenti più in voga: dopo anni di buio intellettuale, determinato anche dalle continue carestie legate alle vicende belliche ed ai gravami economici per i continui donativi imposti come contributi di guerra o come contributo alle spese per le feste di incoronazione dei nuovi sovrani. 
    Cominciava a maturare quella cultura che, forse non a caso, dal 1735, data della incoronazione di Carlo III, produsse la pubblicazione di diverse opere su temi moderni, che portarono alla luce problematiche di grande impegno sociale come il femminismo, la necessità o meno del ricorso alla tortura, il dovere dello stato di provvedere alla salute dei cittadini ed alla educazione, assistenza e recupero dei giovani alla società.
    Il 1735 è' lo stesso anno in cui Genoveffa Bisso e Isabella Bellini esaminano il problema della educazione delle donne; due anni dopo viene pubblicata l'opera di Pietro Pisani su "La verità manifestata in favor delle donne". Proprio il tema del femminismo costituisce un argomento interessante di disputa e di studio, che porta alla pubblicazione di opere come l'"Apologia filosofico-storica in cui si mostra il sesso delle donne superiore a quello degli uomini", autore della quale fu l'insigne giurista palermitano Vincenzo Di Blasi.
    In quegli anni molti altri uomini illustri, con i loro studi, il loro pensiero e la loro opera, contribuirono alla crescita illuminata della Sicilia: qui basta ricordare il filosofo palermitano Tommaso Natale, autore, fra l'altro, delle "Riflessioni politiche intorno all'efficacia e necessità delle pene", con le quali precorse il pensiero di Cesare Beccaria e il biologo Filippo Arena, di Piazza Armerina,  che  compì studi fondamentali sull'ibridismo nelle piante.
   Tra questi uomini, che con il loro apporto di idee e di opere contribuirono al progresso scientifico, civile e sociale dell'Isola, un ruolo di primo piano spetta certamente al sacerdote Francesco Emanuele Cangiamila.
   Una accurata analisi della sua opera non può che confermare come e quanto avesse egli vissuto e sofferto tutti i contrasti insiti in un periodo storico così complesso e difficile, come quello da lui attraversato.
    Le sue attenzioni ed una valutazione particolare, e per certi versi originale, del ruolo assunto dalla cultura storica ed umanistica per una nuova interpretazione della realtà sociale emergono dalla lettura degli scritti dedicati a questi temi, che dimostrano come, già in età abbastanza giovanile, egli avesse assunto determinate posizioni sul ruolo esercitato da queste discipline nella preparazione e nella formazione sociale e culturale dei giovani.
   Probabilmente però, ciò che nella sua veste di sacerdote e di teologo non tollerò mai furono la preparazione dottrinaria molto approssimativa dei parroci, fenomeno certamente molto più evidente nei centri periferici; l'allontanamento ormai usuale ed il mancato rispetto dei canoni e delle norme rituali; le continue irregolarità nell'esercizio dei sacramenti. E sicuramente queste sue lamentele, ed i provvedimenti che ne derivarono, non erano da attribuire soltanto ad un suo innato e forse eccessivamente sentito senso di rigore, se, proprio negli anni di mezzo della sua vita, papa Benedetto XIV sentiva la necessità di emanare le "Costituzioni varie degli anni 1741 e 1745, contro gli abusi de' sacerdoti nella messa e nelle confessioni".
   Come già precedentemente accennato, egli seppe inserirsi molto bene nei circoli culturali e nelle varie accademie della sua città, ambienti nei quali svolse un’intensa attività con numerose relazioni, discorsi ed orazioni, tenute con continuità, ove si eccettui il periodo in cui resse l'Arcipretura di Palma di Montechiaro.
Ma anche allora la sua azione di promozione culturale, religiosa e letteraria fu intensa e non si limitò esclusivamente al territorio sul quale esercitava la sua giurisdizione.
   Ciò risulta dagli atti di costituzione dei diversi organismi da lui fondati e prima ricordati, ed è ampiamente dimostrato dall'apprezzamento di cui fu fatto oggetto da parte dei due vescovi di Agrigento al fianco dei quali egli operò: personalità queste di notevole prestigio e di grande cultura, che non solo ebbero espressioni di ammirazione e di elogio per lui e per l'opera da lui svolta, ma che ne appoggiarono tutte le iniziative, promuovendone la moltiplicazione anche in altre diocesi.
Per Monsignor Lucchesi Palli non vi fu "cosa migliore in tutta la sua ampia diocesi"; Monsignor Lorenzo Gioeni "lo fece suo Esaminator Sinodale, e a lui commise gli affari più difficoltosi e tutta l'amplissima sua autorità comunicandogli, promovendo, e facendo pratticare il Parto Cesareo delle Defunte". 
Il suo grande attaccamento per la dottrina cristiana lo portò a ricoprire successivamente le varie, importanti cariche che culminarono, infine, con la nomina ad Inquisitore Provinciale.
   Il suo grande rispetto per l’esistenza umana, lo portò ad insistere nella ricerca di nuove possibilità per il recupero della vita dei bambini non nati per la morte della madre: da ciò prese l'avvio tutta quella lunga serie di studi che doveva portarlo alla acquisizione delle conoscenze più profonde nel campo dell'ostetricia e della
embriologia; conoscenze che egli profuse nei suoi scritti e che consentono, oggi, di esprimere un giudizio obiettivo sulla sua produzione in questo campo. 
E perché il lettore possa avere la possibilità di conoscere, almeno per sommi capi, la strutturazione che egli diede al suo trattato, abbiamo creduto opportuno riportare nelle note, che seguono alla fine, l'indice dettagliato del contenuto dei vari capitoli.
  Nella sua Embriologia Sacra egli descrisse, come e forse meglio di un medico, le diverse fasi della gravidanza: la diagnosi di gravidanza, lo sviluppo dell'embrione, la fisiologia del feto, soffermandosi infine sulla circolazione fetale, argomento per quei tempi ancora molto astruso e di difficile interpretazione, con tanta dovizia di particolari e con quella chiarezza di linguaggio scientifico propria dei più profondi conoscitori dell'argomento.
Per i parti distocici consigliò l'uso di un "banco proprio del parto" e raccomandò, nei casi in cui " la donna non può partorire: o per la grossezza dell'infante o per l'angustia del canale e specialmente assai spesso per la male conformazione delle ossa del pube e dell'ilio, massime nelle nane..." la dilatazione ad opera di particolari strumenti e il ricorso all'uso del forcipe.
   Il Cangiamila definì questo, uno strumento "mirabile...per estrarre il feto vivo"; e, dopo un ampio excursus storico su di esso, indice delle sue profonde conoscenze in merito, ne fece una descrizione minuziosa: "Ei rappresenta la figura di una tenaglia da calcoli ben limitata da tutte le parti: l'uno e l'altro suo ramo nella parte anteriore … una specie di cucchiaio allungato sino quasi al cardine e che … una fissura sperlunga e ben ampia dalla parte superiore e che verso l'inferiore va gradatamente sminuendosi e finisce vicino al cardine. Questi due cucchiai debbono abbracciare il capo del feto: la fissura però serve perché ciò si faccia più comodamente. Vi é un cardine fisso in uno de' due rami dell'istromento e nell'altro vi é il forame che deve ricevere il detto cardine con un certo come anello mobile sopramesso. I manici o siano l'estremità delle gambe sono torti a guisa di uncini acciocché la mano con più facilità si possa adattare per afferrare".
Quando tutte le manovre per l'estrazione del neonato falliscono, allora é necessario ricorrere al taglio cesareo.
Il Cangiamila nella sua Embriologia Sacra descrisse con perizia le tecniche da adottare, differenti a seconda che il taglio venisse effettuato su donna viva o su donna morta.
   Risulta senza dubbio mirabile la sua estrema cura nella puntualizzazione delle modalità tecniche di esecuzione della incisione laparotomica, nella descrizione dei rapporti anatomo-topografici dell'utero con il peritoneo e gli altri visceri addominali, nella raccomandazione degli accorgimenti necessari per evitare l'incisione della vescica, e così via.  Egli dimostra in questo modo una grande e profonda preparazione che, per la proprietà di espressione e perizia di rappresentazione, in alcuni momenti induce a supporre una grande esperienza operatoria proprio da parte dello stesso autore.
  Al suo manuale venne tributato un grande successo in primo luogo nell'ambiente scientifico medico, perché costituì la prima trattazione organica della materia comprendente le acquisizioni più attuali nel campo dell'ostetricia. Ciò fece sì che venisse adottato, ben presto, come testo ufficiale in diverse scuole di medicina sia in Italia che all'estero.
   Il carattere scientifico dell'opera fu attestato, sin dalla sua prima pubblicazione, dal giudizio appositamente espresso dall'Accademia Jatrofisica di Palermo, nelle persone dei medici costituenti il Magistrato Accademico: Antonino Miceli, Principe della stessa Accademia; Geronimo Battaglia, Censore; Pietro Lorito, Cancelliere; Carlo Salipegni e Domenico Rizzone, Consiglieri. Nomi noti e rispettati dal consesso scientifico dell'epoca, non soltanto in ambito locale.
  Proprio per questo motivo si é creduto opportuno riportarne il testo, con la rispettiva traduzione in italiano, nelle note. Essa risulta utile anche per la ricostruzione storica delle vicende di questa importante istituzione che, fondata nel 1621, ancora oggi continua ad operare, dopo 370 anni di vita.
  L'opera costantemente svolta dal Cangiamila riuscì a sensibilizzare così tanto l'opinione pubblica e l'autorità di governo che il 1_ settembre del 1748 venne emanato il "Bando et Commandamento d'ordine dello spettabile D. Onofrio Milazzo Regio Consigliere di Sua Real Maestà circa le cose attinenti alla sanità..." nel quale, tra l'altro, si obbligavano i chirurghi, i barbieri e le mammane alla conoscenza del parto cesareo ed al possesso degli strumenti per eseguirlo.
  Il suo interesse per la salute dei bambini può evincersi anche dalla risposta che egli scrisse ad una richiesta pervenuta alla Pia Deputazione, della quale egli faceva parte, dall'Arciprete di Vizzini, nella quale "si dice di molti bambini apparsi morti sul nascere, ma poi esser vivi".
  Il Cangiamila formulò, anche in questa evenienza, la sua risposta in termini medici, dimostrando ancora una volta una profonda conoscenza scientifica.Seguendo le teorie di "Harveo e di Pitcarnio", egli distinse, in medicina, tre tipi di deliqui: la lipotimia, la sincope, l'asfissia.
  La prima costituisce la "fase in cui gli spiriti sono disgregati, e non estinti. L'uomo può ritornare all'uso della vita senz'altro ajuto medico"; la seconda rappresenta la "fase in cui gli spiriti parte son disgregati, e parte estinti, onde l'infermo ha bisogno degli ajuti esteriori, ed alle volte per due, tre, e quattro ore continuati"; la terza é la "fase in cui gli spiriti sono in sì gran parte consumati, che benchè l'anima ancora sia unita al corpo per qualche porzione di quelli rimastivi; ad ogni modo ne uscirà certamente subito che si estinguerà dell'intutto quel residuo di principio vitale, e la morte, benché ancora non ha vibrato il suo colpo fatale, ha però già alzata per così dire la falce, onde il colpo é già imminente, e indeclinabile da tutti gli sforzi dell'arte".
  In seguito si intrattiene ancora sulla morte apparente e mette questo stato in rapporto con la folgorazione, lo strangolamento da laccio, l'intossicazione da carbone, sottolineando come sia possibile osservare con maggior frequenza tale condizione negli annegati.
  Segue una lunga digressione sull'asfissia dei bambini dopo parto eutocico, distocico, cesareo in donna defunta e vivente; infine conclude con le indicazioni di chi deve darsi curadi praticare nei bambini il trattamento di queste condizioni.
  Egli porti "cura continuata, e longanime, anche di tre, e quattro ore, specialmente con insuffiar loro alito umano caldo nella bocca, succhi loro le mammelline, specialmente la sinistra:" provi a "solleticar con un pennello le piante dei piedi," a "lavarli in bagno caldo aromatico," a "spruzzar loro di quando in quando acqua innevata," a "bruggiar loro a canto le proprie secondine, e la placenta, massime se il cordone umbilicale non é reciso: oppure mettere le medesime in acqua bollente vicino al bambino stesso per insinuarsi il fumo di quelle nelle di lui narici, immettere con la pipa, massime di Bartolino, fumo di tabacco nel di lui intestino retto, o almeno il becco di una gallina viva, o anche più, a vicenda nel di lui ano, perché se ne vedranno effetti mirabili".
  Tutto questo dimostra come, in rapporto con la cultura medica del suo tempo, le conoscenze del Cangiamila non fossero limitate soltanto al campo della ostetricia e del taglio cesareo, ampia competenza gli deve essere riconosciuta anche nell'ambito della diagnosi e della assistenza delle asfissie. 
  Già nel 1755, egli aveva ampiamente illustrato questi argomenti nell'arco di due tornate, all'Accademia del buon Gusto, con un discorso nel quale dimostrava, per gli annegati, la possibilità di sopravvivere "un tempo notabile sotto acqua" e si soffermava sugli "ajuti che debbono loro darsi per farli rinvenire quando si estraggono".
  Questo "discorso" ebbe così tanto successo da essere successivamente pubblicato negli "Opuscoli di Autori Siciliani", tomo XII, stampato a Palermo nel 1771.
Nel 1802 venne pubblicata postuma, a distanza di 39 anni dalla sua morte, la "Medicina Sacra", un'altra sua opera che, per molti versi, e con le dovute eccezioni, richiama il "Regimen Sanitatis Salernitanum". Un confronto tra le due opere potrebbe apparire azzardato, quest'ultima infatti rappresentò la produzione forse più importante, sicuramente la più conosciuta, dell'ambiente medico di epoca medioevale maggiormente qualificato in tutta Europa, la Scuola Medica Salernitana.
  A distanza di più di cinque secoli, qualcun'altro sentì il bisogno di codificare i dettami della vita sana, comprendenti anche precise regole dietetiche e rigide norme igieniche, oltre che le fervide raccomandazioni fondate sugli insegnamenti della religione e della fede, in un trattato cui arrise il più vasto successo.
  Anche per quest'opera, di grande interesse, abbiamo creduto potesse essere interessante ed utile per il lettore leggere l'indice degli argomenti trattati riportato nelle note, in modo da fornire un ampio quadro della strutturazione del manuale e dei temi affrontati e trattati in esso.
  Quanto fino ad ora esposto può essere utile a spiegare perché la figura di F. E. Cangiamila viene considerata unica nella storia della medicina: i suoi contributi vennero sempre accolti con interesse e furono ampiamente apprezzati dagli ambienti scientifici dell'epoca; la lettura di essi oggi consente di comprendere le motivazioni di ciò e di spiegarne il successo.
  Egli riusciva a trattare gli argomenti affrontati, anche se molto difficili e controversi, con quella profonda conoscenza e naturalezza derivanti  dalla consuetudine allo studio ed all'esercizio professionale, pur non avendo mai esercitato nel corso della sua vita. 
  Il fatto che le sollecitazioni più vive alla sua  produzione derivassero dalle esigenze etiche correlate con la sua formazione culturale e religiosa e dalla necessità di una ostinata affermazione dei rigidi dettami morali derivanti dalla sua scelta di vita ecclesiastica, certamente non sminuisce il merito dei suoi studi, l'importanza sociale delle sue raccomandazioni, il ruolo educativo dei suoi insegnamenti.
  Con la scomparsa di Francesco Emanuele Cangiamila venne sicuramente a mancare, nella Palermo culturale e socialmente impegnata dell'epoca, una delle personalità di maggiore carisma: egli infatti, nel corso della sua vita, aveva dimostrato di essere in grado di assumere posizioni ben definite sia in ambito ecclesiale che sociale e scientifico, anche se talvolta queste non riscontrarono il consenso sperato.
  Tutto questo emerge con chiarezza in diversi punti della biografia che di lui ci ha lasciato il Crema.
  Le teorie da lui formulate sul parto cesareo, sull'asfissia e sull'igiene dell'alimentazione nacquero sicuramente da un bisogno di affermazione delle sue esigenze morali, ma, a differenza di quanto era sempre accaduto prima, egli sentì la necessità di suffragare le sue proposte con le conoscenze e le osservazioni scientifiche più attuali del suo tempo.
  Per questo motivo lui, sacerdote, giurista, teologo si diede allo studio della medicina in modo organico e profondo, per riuscire a realizzare quella sintesi che riteneva necessaria per proporre le sue idee, non soltanto sulla base di imperativi di esclusiva natura teologica e morale.
  Questo atteggiamento di grande apertura verso il mondo scientifico dimostra la lungimiranza delle sue idee nella gestione della salute del corpo dell'uomo oltre che dell'anima: sono ormai lontani i tempi in cui la malattia doveva essere accettata come una espiazione dei propri peccati, come prova indispensabile da sostenere, per volontà trascendente, prima di poter raggiungere l'eterna salvezza.
  Per il Cangiamila é importante che il neonato venga battezzato anche dentro l'utero o ancora avvolto "nelle secondine", ma risulta altrettanto importante che sopravviva in salute e che vengano messi in atto tutti quei presidi, sopra descritti, idonei a rianimarlo ed a salvaguardarne la vita.
  La conferma di tutto ciò si può ritrovare nel successo delle sue pubblicazioni, in particolar modo per l'Embriologia Sacra, che divennero strumenti indispensabili di studio e di consultazione, accettati dai più eminenti studiosi non soltanto del continente europeo: successo che non ci é mai capitato di riscontrare per altre opere scientifiche compilate da autori estranei al mondo professionale cui le stesse venivano indirizzate.
  Dopo la sua morte, ancora per molto tempo gli studi di Francesco Emanuele Cangiamila avrebbero costituito il cardine per l'insegnamento dell'ostetricia, segnatamente per l'importanza delle note tecniche con le quali veniva illustrato l'intervento chirurgico di parto cesareo.
  Per concludere pensiamo di potere affermare che il ruolo da lui assunto in ambito scientifico, insieme con il vasto patrimonio di realizzazioni ideate ed operate sia nel campo sociale, dottrinario, teologico, morale che culturale in generale; il consenso ricevuto per le sue diverse iniziative ampiamente realizzate e condivise; l'ammirazione incondizionata dei suoi contemporanei per l'esemplarità della sua vita; il riconoscimento ufficiale delle sue proposte dimostrato dalla promulgazione di apposite legiferazioni; costituiscono motivi validi perché il Cangiamila possa essere annoverato tra quei Siciliani Illustri che con l'esempio della loro vita e con il frutto della loro opera instancabile hanno contribuito a costruire una società ed una cultura amate ed apprezzate, in ogni tempo, non soltanto nell'esclusivo ambito dell'Isola. 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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