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PROFESSORE GIUSEPPE DI GESU'
SITO DEDICATO ALLE SCIENZE CHIRURGICHE
Chirurgia Generale - Fisiopatologia Chirurgica
Storia della Medicina 

 Indice delle memorie
1-Uomini e fatti del passato a ricordo dell'impegno civile della Facoltà Medica Palermitana.

 

 

1-UOMINI E FATTI DEL PASSATO A RICORDO DELL'IMPEGNO CIVILE
DELLA FACOLTA' MEDICA PALERMITANA.


Atti dell'Accademia delle Scienze Mediche, Palermo volume 30: pagg. 187-202, 1996
Giuseppe Di Gesù
giuseppedigesu@gmail.com

   La storia del risorgimento italiano è densa di vicende che dimostrano il cointeressamento di uomini, rappresentanti le più diverse articolazioni della società civile, coinvolti in prima persona nel processo di educazione e maturazione delle coscienze al movimento di liberazione ed unificazione del territorio nazionale per il raggiungimento dell'indipendenza e dell'unità dello Stato. Si tratta di manifestazioni che inoltre attraversano, in modo particolarmente evidente e pressoché contemporaneamente, tutto il continente europeo fin dalla prima parte del XIX secolo.
  E’ segno chiaro ed inequivocabile che questo lungo arco di tempo rappresenta il periodo storico in cui divengono adulte e maturano con prepotenza quelle trasformazioni sociali, culturali, politiche ed economiche, volte alla ridefinizione delle nuove realtà nazionali europee, attraverso un processo di ridimensionamento delle estese e tradizionali aree d’influenza ancora esercitata dalle più antiche case regnanti.
 
  Proprio a queste ora si contrappongono molteplici e diversificate istanze di indipendenza assieme a concreti progetti miranti alla creazione di nuove entità territoriali e nazionali: aspirazioni che provengono, in ampia condivisione ed indistintamente, da tutte le diverse componenti della società civile, senza trascurare gli apporti di molti esponenti della nobiltà che, pur se cointeressati alle sorti dei sovrani regnanti, non esitano ad impegnare, ed a volte a sacrificare, le proprie sostanze e la stessa vita nel nome d’un ideale considerato più grande. 
  Nella vecchia Europa, gran parte del mondo scientifico e culturale diviene componente partecipe e consapevole di tali percorsi, contribuendo, in diverse circostanze, con un ruolo d’indirizzo e di guida: in alcune occasioni, mediante l'apporto fattivo di uomini in grado d’esprimere idee anticipatrici ed arditi progetti operativi; in altre, fornendo le masse giovanili, per gran parte studenti universitari volontari, indispensabili per mobilitare le coscienze popolari alla lotta campale finalizzata all'acquisizione dei territori. 
  Dalla Sicilia, e non solo, vennero contributi di primaria importanza per la realizzazione di tale progetto di indipendenza e di unificazione nazionale: alcuni di questi esempi riuscirono a spiccare su tanti altri per le caratteristiche umane, professionali e caratteriali, peculiari degli uomini che con le loro azioni li interpretarono.
  Alcuni di loro provenivano anche dalla Facoltà Medica di questo Ateneo. L'importanza dell’attività svolta da loro, emerge tra le pieghe degli episodi storici che li hanno visto protagonisti e si manifesta, tra cronaca ed immaginazione, sollecitando interessi, pensieri e riflessioni che fatalmente ed inevitabilmente tendono a proiettarsi, con tutte le proprie insite contraddizioni, nel contesto della realtà culturale, politica, civile e sociale attuale. 
  Così, a volte, i trascorsi storici riescono a suscitare sollecitazioni capaci di promuovere pacate e disincantate riflessioni, maturate ormai dal lungo intervallo di tempo trascorso, stemperate dalle numerose e pressanti problematiche di tutti i giorni, quando si trovano ad affiorare, anche casualmente, al fortuito incontro con pagine che raccontano di quegli stessi uomini e delle gesta da loro compiute. Accade così che, seppur a distanza di centocinquanta anni, gli stessi episodi riescono a dimostrare come si possa conservare sempre attuale l'interesse per quelle manifestazioni umane, anche le più remote, quand'esse rappresentino l’espressione vera e compiuta di valori profondamente sentiti e di valenza universale.
   Nel numero 85 della rivista scientifica, Lyon Chirurgical, pubblicata nel
1989, a pagina 492 si può leggere un articolo, ad opera di M. Dumont, dal titolo "Auguste Nélaton, Alexander Graham Bell, et des chirurgiens désemparés devant les blessures profondes de Garibaldi et du Président Garfield."
   In tale articolo, del quale ovviamente a noi interessa soltanto la parte che riguarda Giuseppe Garibaldi, si trova un breve resoconto delle vicissitudini vissute dal Generale a seguito della ferita riportata, il 29 agosto 1862, durante lo scontro tra le truppe dei volontari garibaldini diretti alla conquista di Roma ed un reparto dei bersaglieri d'Italia, al comando del colonnello Pallavicini, che aveva ricevuto l’ordine di arrestarne la marcia.
   In questo articolo l’Autore fa cenno al nome di Enrico Albanese, indicato come un grande amico di Garibaldi e come il medico che per primo ebbe modo di ispezionare le due ferite da lui riportate in quella occasione.
  La descrizione del Dumont è molto approssimativa e dimostra una scarsa conoscenza della vasta documentazione esistente sull'episodio. Documentazione che, una volta esaminata, consente invece: da una parte, la fedele ricostruzione dell’episodio e del ruolo svolto dai numerosi chirurgi coinvolti nel trattamento della ferita, fin dall’istante in cui il Generale venne colpito dal proiettile; dall’altra, la descrizione accurata dell’evoluzione della ferita più grave, quella alla caviglia destra, per tutto il lungo periodo del suo trattamento ed anche dopo la guarigione. D’altronde, soltanto la conoscenza di tutte queste notizie può consentire al lettore che si vuole documentare, dopo tanto tempo,di farsi un’idea propria sui fatti accaduti e di potere esprimere un giudizio abbastanza fedele sia sul recupero funzionale della caviglia, che sulle eventuali conseguenze postume.
   Le notizie riportate su Lyon Chirurgical sono invece superficiali e lacunose: l’Autore dimostra una assai limitata conoscenza della dinamica dei fatti accaduti e mira soltanto ad esaltare il ruolo del chirurgo francese, Auguste Nélaton che sicuramente ebbe molti meriti; tuttavia, sarebbe oltremodo ingiusto attribuire soltanto a lui la formulazione della corretta diagnosi.
   
Enrico Albanese l'aveva preceduto, pronunziandosi per una  ritenzione del proiettile fin dalla prima ispezione della ferita: anche per questo il ruolo del chirurgo Siciliano risulta, nel resoconto del Dumont, particolarmente mortificato.
   L'impegno dell'Albanese con Garibaldi risaliva però ad alcuni anni prima, all'impresa dei Mille. Il chirurgo palermitano era stato infatti tra i promotori della rivolta della Gancia, destinata a promuovere l'insurrezione nell'Isola e l'intervento delle truppe garibaldine.
   Queste considerazioni condizionano il riaffiorare di altri ricordi, quando altri chirurghi di questa stessa Facoltà prodigavano tutto il loro impegno professionale nell'assistenza dei feriti garibaldini durante i cruenti combattimenti per l'occupazione della città.
   Quando, la mattina del 27 maggio 1860 le avanguardie delle truppe di Garibaldi raggiunsero Palermo, erano state già approntate segretamente diverse infermerie destinate al ricovero ed alla cura dei feriti, in alcuni palazzi dell'aristocrazia cittadina. Il principe di San Lorenzo ne aveva organizzata una nella sua residenza, in via del Bosco, quando, nella notte tra il 26 ed il 27 maggio, erano giunte notizie certe dell'avvicinamento a Palermo dei garibaldini. Oggi esiste una lapide, nel prospetto del palazzo, a ricordo di quelle giornate.
   Proprio la mattina del 27 maggio, le avanguardie, costituite dai militari al comando del colonnello Tukory, avevano già superato la resistenza delle truppe borboniche al bivio della Scaffa ed al Ponte dell'Ammiraglio. Giunti però alla Porta di Termini trovarono un’accanita resistenza; nel corso dei combattimenti che seguirono, il Tukory fu gravemente ferito alla coscia sinistra da un proiettile.
   Portato subito a Palazzo S. Lorenzo, l'ufficiale fu accolto dalle gentildonne che si erano offerte come infermiere volontarie e venne affidato alle cure di donna Caterina Faija, moglie del professore Gregorio Ugdulena, ordinario nell'Università di Palermo, che avrebbe ricoperto la carica di Ministro della Pubblica Istruzione, da lì a poco, nel futuro Regno d’Italia.
   Immediatamente venne visitato dal prof. Castellana, titolare della cattedra di Medicina Operatoria in questa stessa Facoltà, che propose l'amputazione dell'arto, vista la gravità della ferita e per il molto probabile rischio dello sviluppo di una gangrena.
   Il giovane ufficiale però inizialmente rifiutò l'intervento, anche se le condizioni cliniche mostravano già un precoce aggravamento.
   Dal diario del Beninati è possibile apprendere che il giorno dopo, il 28 maggio, il Castellana, parlando con lo stesso Beninati, con Francesco Nullo e con Vincenzo Agri nel cortile di casa S. Lorenzo, ribadiva il grave pericolo di un ritardo nell’ esecuzione dell'amputazione, non potendo garantire, in questo caso, la sopravvivenza del paziente.
   Finalmente, a distanza di diversi giorni, forse anche a seguito delle pressioni esercitate personalmente dal generale Garibaldi sul ferito, venne dato il permesso di procedere all'amputazione. Ormai però era già troppo tardi. Era trascorso troppo tempo, la gangrena si era sviluppata e l'organismo presentava tutti i segni di quello che oggi si definirebbe uno shock settico. Il 4 giugno, come riferisce ancora il Benenati nel suo diario, Tukory si lamentava per il grande caldo di Palermo. La sua sensazione era invece provocata dalla febbre elevatissima, espressione dell’avvenuta compromissione sistemica, anche se le cure venivano praticate incessantemente e l'assistenza medica del Castellana e dei suoi collaboratori continuava insieme a quella delle signore, sotto la guida sapiente della Ugdulena.
   Il 7 giugno Tukory cessava di vivere; la sua salma oggi riposa nella chiesa di S. Domenico.   Questa storia costituisce soltanto uno dei numerosi episodi che dimostrano l'impegno civile della Facoltà Medica di Palermo. Dopo la liberazione dell'Isola, il Castellana, a riconoscimento della sua opera e della dedizione profuse durante le operazioni di guerra, otterrà la nomina di direttore dell'Ospedale Militare di Palermo, pur continuando a mantenere l'insegnamento di Medicina Operatoria ed il primariato di chirurgia nell'Ospedale Civico.
   Numerosi altri episodi potrebbero essere descritti e tanti altri uomini ricordati: da Simone Corleo, professore di filosofia, a Saverio Friscia, esule fino al 1860, che potè rientrare al seguito dei Mille; da Luigi Lodi, rivoluzionario del '48, collaboratore del Castellana nell'assistenza al Tukory, a Michele Pandolfini, docente di Patologia nella Facoltà di Medicina, partecipe dei moti del '48 e del '60, e così via.
   Tutto questo però potrebbe portarci lontano, ritorniamo ad Enrico Albanese, profes-sore di Anatomia prima e di Clinica Chirurgica poi, sempre nella Facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Palermo.
   Si è già ricordato che l'Albanese fu uno dei migliori e più intimi amici di Garibaldi: certamente la sua collaborazione con il Generale si basava sulla condivisione dei medesimi ideali e degli stessi obiettivi politici; questi ultimi costituivano la manifestazione operativa di complessi percorsi ideologici, al centro dei quali si poneva la personalità dell'uomo libero, privo di qualsiasi condizionamento, artefice delle proprie scelte e del proprio destino.
   Egli era nato a Palermo l'11 marzo 1834 ed aveva conseguito la laurea in chirurgia nella stessa città nel 1855. Dal Pipitone Federico apprendiamo inoltre che conseguì anche la laurea in Medicina, sempre a Palermo, "solo nel 1861, dopo la campagna garibaldina nell'Italia Meridionale". Nel 1856 si recava a Firenze per seguire gli insegnamenti del Bufalini, del Pellizzari e di Zanetti. Ritornato a Palermo, iniziava la sua collaborazione con Giovanni Gorgone, ordinario di Clinica Chirurgica, insegnando Anatomia Topografica. Soltanto dopo la morte del Gorgone, sarebbe stato chiamato a ricoprire la cattedra di Clinica Chirurgica.
   La sua attività scientifica fu particolarmente intensa: ancora oggi viene ricordata per gli studi sui trapianti di epidermide, sulla trasfusione del sangue, sul tetano traumatico e sulla emostasi preventiva in chirurgia. Fu antesignano nell'accettare e seguire le teorie di Lister e Pasteur sulla antisepsi, in modo da ridurre sensibilmente le complicanze chirurgiche da infezione. Grande e fine interprete delle tecniche operatorie esistenti, ne mise a punto anche alcune originali: fra tutte è doveroso ricordare i processi di resezione scapolo-omerale e di astragalectomia. Fu molto sensibile anche ai problemi della solidarietà sociale, in particolare nei confronti dei bambini e dei giovani; ciò lo indusse ad impegnare tutte le sue energie per la fondazione e la organizzazione di una struttura ospedaliera a loro dedicata, l'Ospizio Marino.
   Fin da ragazzo, tra i 14 ed i 22 anni, aveva avuto modo di vivere le esperienze, le delusioni e le speranze dei moti del '48 e del '56, rimanendo legato ai valori delle rivendicazioni mai ottenute; maturando sempre più le scelte di vita in cui aveva creduto e che aveva sentito trasformarsi con il tempo in radicate convinzioni. Ciò lo portò ad aderire ai gruppi di resistenza che operavano già da tempo a Palermo, come nel resto della Penisola. Dopo il '
56, a seguito dell'esperienza di Crimea, quando il Cavour riuscì a portare il problema dell'unità nazionale al livello di un consesso europeo, le sue speranze si consolidarono sempre più, alimentando le grandi energie impiegate nella riorganizzazione capillare del tessuto sociale e nella preparazione delle masse alla rivoluzione, finalizzata alla liberazione con l'aiuto delle forze guidate da Garibaldi. A tale scopo era stato organizzato il movimento che avrebbe dovuto portare all'insurrezione del 4 aprile 1860. Al segnale di Francesco Riso, lo scoppio di un mortaretto e lo scampanio di S. Maria degli Angeli, nei diversi rioni di Palermo si sarebbero verificati disordini e gruppi armati avrebbero guidato la popolazione contro le truppe regolari .
   Tra i sostenitori della sommossa vi era anche il fratello più giovane, Achille. La sera della vigilia era stato concordato che i congiurati si riunissero per gli ultimi accordi nella chiesa della Gancia, situata proprio di fronte a palazzo Albanese. Tuttavia, quella sera, nella sua casa si stava consumando un grave lutto: la sua giovane sorella, Maria, di 19 anni, era agonizzante, alla fine di una grave ed incurabile malattia. Per questo motivo egli non si sentì di allontanarsi da casa in quel triste momento, anche perché proprio a lei, qualche giorno prima, aveva promesso di non abbandonarla. Contava di raggiungere i suoi amici in un secondo tempo, dopo che la sorella fosse spirata.
   Intanto la polizia, avvertita nel frattempo da un frate dell'avvenuta riunione dei congiurati, riusciva ad accerchiare la chiesa ed a catturare i patrioti. Se ne salvarono soltanto due, che trovarono riparo dentro i feretri esistenti nella chiesa. Alcuni giorni dopo essi riuscirono a fuggire dalla cosiddetta "buca della salvezza", grazie all'aiuto di alcuni popolani coraggiosi. Di tutti gli altri, il Riso, ferito all'addome, morì dopo qualche giorno all'Ospedale civico, 13 furono fucilati il 14 aprile successivo, nello spiazzo che sarebbe stato in seguito dedicato a loro, ribattezzato come Piazza delle Tredici Vittime.
   La polizia entrò anche a palazzo Albanese per cercare sia Enrico che Achille, ma quando arrivò trovò la giovane ormai deceduta e la famiglia addolorata; ciò indusse i militari a non proseguire oltre con la perquisizione, permettendo ai due fratelli di sfuggire alla cattura nascondendosi nella soffitta. Il giorno dopo, grazie all'interessamento di alcuni amici, Enrico Albanese si imbarcò sul mercantile inglese "Racer", grazie al quale poté espatriare. Successivamente raggiunse dapprima Cagliari ed in un secondo momento Firenze e Genova, città dove aveva già vissuto e dove poteva vantare un considerevole numero di amici.
   Enrico Albanese ritornò in Sicilia al seguito della spedizione dei Mille, prima come medico di battaglione; quindi, promosso chirurgo di divisione, accompagnò Garibaldi fino a Capua.
   Dopo questa esperienza, partecipò sempre alle campagne del Generale, anche durante le azioni militari che si svolsero in Trentino nel 1866, ed a Mentana nel 1867.
   Si trovava ancora con Garibaldi anche il 29 agosto 1862, quando le truppe garibaldine si videro fronteggiare dai bersaglieri in Aspromonte.
  Proprio a questo episodio si riferisce il Dumont nell'articolo all’inizio ricordato. In proposito, può essere di qualche interesse qui ricostruire correttamente lo svolgimento dei fatti descritti superficialmente dall'autore francese ed il ruolo realmente avuto dall'Albanese nello svolgimento di questa assai controversa vicenda, che vide coinvolti, in breve tempo, tutti i più famosi chirurgi d'Europa.
   Ai primi spari tra i due fronti il Generale subì due ferite: una al ginocchio sinistro, del tutto superficiale e priva di importanza clinica; l'altra alla caviglia destra, con interessamento dei piani profondi. Enrico Albanese, presente in quel momento, ispezionò, per primo, le due ferite e, dopo aver escluso qualsiasi pericolo per quella superficiale, convinto che nella caviglia fosse entrato e trattenuto il proiettile, si apprestava ad estrarlo ed all’uopo aveva già praticato la necessaria incisione di tre centimetri dei piani superficiali.
   A quel punto sopraggiunsero i suoi diretti superiori: il generale Pietro Ripari, responsabile di tutto il servizio sanitario ed il dottor Giuseppe Basile, 1° chirurgo dell'ambulanza generale. Entrambi indussero perentoriamente l'Albanese a desistere, convinti che il proiettile fosse rimbalzato, e diedero istruzioni per la medicazione. In seguito, tutti e tre, accompagnarono il ferito al forte del Varignano.
   Ivi, in seguito al peggioramento della ferita, furono chiamati a consulto diversi chirurgi italiani e stranieri. Il governo dispose l'invio del Porta da Pavia e del Rizzoli da Bologna; spontaneamente giunsero anche Zanetti da Firenze, De Negri da Genova, Riboli da Torino. Il primo consulto tra loro ebbe luogo il 4 settembre e fu presieduto dal Porta. Gli intervenuti non riuscirono a pervenire ad una opinione comune, sostenendo soltanto alcuni di essi la possibilità di una ritenzione del proiettile.
   Il 10 settembre giunse da Londra il Partridge, inviato dagli amici inglesi del Generale, ma anche in questo caso non fu possibile giungere ad una risoluzione condivisa da tutti.
   Il 28 ottobre fu chiamato da Parigi Auguste Nélaton che, dopo aver ispezionato la ferita, si convinse per la ritenzione del proiettile e per l'opportunità di una sua rimozione.
   Tuttavia, ancora una volta, molti degli altri chirurghi presenti si opposero. Il giorno successivo visitavano la ferita il Palasciano di Napoli, il Cipriani, il Carbonelli, il Tommasi.
   Partridge, che condivideva il parere di Nélaton, ritornò a visitare il Generale in compagnia di Pirogoff, il più famoso chirurgo di Pietroburgo: anche loro si dichia-rarono convinti della ritenzione della pallottola e della necessità di rimuoverla.
   Bisogna riconoscere però che, in questa occasione, soltanto il Nélaton si rese conto delle difficoltà in cui si era costretti ad operare, vista la presenza di tanti profes-sionisti di prima grandezza, nessuno dei quali sarebbe venuto mai meno alla propria ipotesi precedentemente formulata. Per tale motivo, dopo aver espresso la propria opinione, d'accordo con quanto l'Albanese aveva diagnosticato e sostenuto fin dal primo momento, capì che per uscire da quell'impasse e per salvare la vita del Gene-rale, era necessario pervenire alla dimostrazione obiettiva della presenza del proiettile nella ferita, contro tutti coloro che continuavano a difendere, oltre ogni possibile limite di ragionevolezza, la loro forse frettolosa opinione della fuoruscita spontanea della pallottola.
   A tal fine, ritornato a Parigi, fece costruire una particolare sonda d'argento recante al suo estremo una pallina di porcellana rugosa assorbente, ed inviò lo specillo in Italia ai colleghi che ancora dibattevano la questione al capezzale del Generale.
   Per correttezza, e per riconoscere il dovuto merito a quanti si impegnarono per la salute dell’illustre paziente, bisogna qui ricordare che un’idea molto simile l’aveva già avuta un fisico italiano, il Felici, che aveva fatto costruire uno specillo metallico in grado di condurre una corrente termo-elettrica quando fosse venuto a contatto con un corpo metallico. Questo espediente fu eseguito, ma non fu coronato da successo, anzi alimentò ancor di più la tesi di coloro i quali sostenevano la fuoruscita spontanea del proiettile.
   Finalmente, il 20 novembre successivo, la ferita venne specillata con il nuovo strumento inviato dal Nélaton che, dopo le manovre di esplorazione, fu ritirato dal tramite fistoloso con la pallina di porcellana impregnata di materiale che la rendeva di colorito nerastro. Il chimico, prof. Tassinari, fu incaricato di sottoporre il materiale prelevato a qualsiasi reazioni in grado di dimostrare la presenza del piombo. Le analisi diedero esito positivo. A questo punto venne introdotta la spugna per provocare la dilatazione del condotto fistoloso, manovra preparatoria all’estrazione della pallottola.
   Tre giorni dopo, il 23 novembre, il prof. Zanetti, dopo aver estratto la spugna ed un frammento di osso, introdusse una pinza chirurgica dentata ed immediatamente, senza alcuna sofferenza da parte del paziente, fu in grado di estrarre la palla di piombo, che era posta a 4 centimetri di distanza dal margine cutaneo della lesione.
   Una volta estratto il corpo estraneo, la ferita cominciò a detergersi, mostrando i segni di un veloce e progressivo miglioramento, accompagnato dalla risoluzione delle condizioni generali di salute.
   Erano trascorsi quasi tre mesi dal momento in cui Garibaldi aveva subito la ferita; se quel giorno il Ripari ed il Basile fossero giunti con qualche minuto di ritardo, l'Albanese avrebbe avuto modo di estrarre il piombo, risparmiando tante sofferenze e tanti pericoli al Generale.
   Da quanto fino ad ora esposto emerge chiaramente la grande professionalità dell'Albanese, anche se la sua esperienza era piuttosto limitata rispetto a quella di tanti altri colleghi, più anziani di lui ed ormai titolari di cariche accademiche di grande prestigio istituzionale e scientifico.
   Anche per questo la Facoltà Medica di Palermo é onorata di potere annoverare tra i suoi Maestri un personaggio come Enrico Albanese. Egli dimostrò sempre notevoli capacità professionali, scientifiche ed organizzative; costanti ideali di libertà e di indipendenza; profondo amore e dedizione per la famiglia.
   In particolar modo per la sua compagna di sempre, la nobil donna milanese Emilia Venini, vedova Ginami, incontrata nelle corsie dell'ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto. In questo Ospedale venivano ricoverati e curati i feriti della battaglia di Milazzo, durante la quale si adoperò moltissimo insieme con il suo predecessore nella Clinica Chirurgica, il professore Giovanni Gorgone.
   Il 5 maggio 1889, mentre si trovava a Napoli, per l'aggravamento di una patologia insorta nel mese di dicembre di 4 anni prima e sulla diagnosi della quale “morbo di Addison” non vi fu mai accordo, Enrico Albanese scompariva, all'età di 55 anni.
   Trasportata a Palermo, la sua salma fu prima esposta all'Ospedale Civico, quindi tumulata nel cimitero di S. Maria di Gesù.
   Nel ripercorrere oggi questi episodi, senza alcuna retorica ed al di là di qualsiasi enfatizzazione che, oltre tutto, sarebbe fuori luogo, non si può fare a meno di confrontarsi con aspettative oggi largamente diffuse nel Paese.
   Queste, coerenti con le nuove esigenze politiche ed economiche dello stato, prevedono la realizzazione di un grande decentramento amministrativo per la realizzazione di un moderno progetto di federalismo, in opposizione al tante volte minacciato secessionismo che non troverebbe mai giustificazioni di sorta nella tradizione, nella storia e nel vissuto dei cittadini di questo Paese.

 

 


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