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PROFESSORE GIUSEPPE DI GESU'
SITO DEDICATO ALLE SCIENZE CHIRURGICHE
Chirurgia Generale - Fisiopatologia Chirurgica
Storia della Medicina  

 UOMO E CULTURA

ARTICOLI E CONFERENZE
Indice delle memorie riportate

1-Gli itinerari terapeutici della "Scuola Medica Salernitana" e il rapporto tra biomedicina e medicina tradizionale.
Dialogo e dialettica tra saperi medici diversi.

2-Caratteri della cultura siciliana tra XVI e XVIII secolo.

 

 

 

 

 1-GLI ITINERARI TERAPEUTICI DELLA “SCUOLA MEDICA SALERNITANA” E IL RAPPORTO TRA BIOMEDICINA E MEDICINA TRADIZIONALE.
Dialogo e dialettica tra saperi medici diversi

Giuseppe Di Gesù

giuseppedigesu@gmail.com

 

Salerno-Palazzo di città, 17 novembre 2001

 

 

   A differenza di altre discipline, il pensiero medico e l’esercizio della medicina non sempre hanno mostrato di seguire, nel corso della loro evoluzione, i percorsi della scienza ufficiale: il pensiero scientifico, in ogni tempo e primariamente, è stato indirizzato all’interpretazione dei fenomeni naturali, caratterizzandosi, di volta in volta, per il ricorso a metodologie operative diverse, a volte alternative, in qualche caso anche pionieristiche, però sempre supportate da un elaborato intellettuale che, seppur variamente condivisibile, si è dimostrato comunque coerente con i canoni culturali di riferimento, attinenti alle conoscenze specifiche acquisite nell’ambito dei paradigmi scientifici vigenti. Con altre parole, potremmo dire che, fin dalla loro origine, le vie percorse dalla scienza hanno rappresentato, sempre e comunque, il prodotto fedele della speculazione logica razionale.

   Gli itinerari della medicina, invece, si sono da sempre snodati attraverso percorsi più ampi, assai diversificati ed a volte molto eterogenei, nell’ambito dei quali sono state da sempre proiettate paure, ansie ed incertezze da parte sia dei medici che dei malati. Proprio la coscienza della malattia e delle sue potenziali gravi conseguenze, insieme con la paura della sofferenza e della morte, ha contribuito a determinare nell’uomo l’esigenza primaria di creare e definire, con la maggiore approssimazione possibile, dimensioni e prerogative fondamentali di un luogo soprannaturale, destinato ad accogliere l’uomo dopo la morte. Questo processo creativo, pressoché comune a tutte le configurazioni antropologiche identificate ed analizzate nel tempo, originariamente elaborato da una fervida immaginazione e supportato dalla fiducia nel soprannaturale, difficilmente avrebbe avuto modo di compiersi se non coniugando armonicamente il bisogno della religione con i principi della filosofia naturale.

   In questo quadro culturale, un ruolo importante dev’essere riservato all’intervento dell’uomo e della divinità: l’autore dell’intervento umano sarà il rappresentante del sapere medico; il mediatore dell’intervento divino potrà sì essere rappresentato dal medico, ma anche da qualsiasi altra figura capace di garantire una propria correlazione con il mondo soprannaturale, a patto che riesca a polarizzare il consenso da parte delle diverse componenti della società.
   Fin dalla sua origine, quindi, il progetto diretto alla elaborazione di un patrimonio di conoscenze mediche, dal quale enucleare le regole per governare e dirigere l’atto terapeutico corretto ed efficace, ha dovuto confrontarsi con la filosofia dell’uomo e con la sua religione: una filosofia ed una teologia per quanto si voglia primitive; in grado comunque di costituire i cardini fondamentali ed i caratteri informatori di qualsiasi ulteriore progresso nello studio e nell’esercizio dell’arte sanitaria.
   Tutto questo ci fa comprendere anche perché, da sempre, la società ha attribuito, in via primaria, alla figura del medico un ufficio di sacralità, consistente proprio nel compito, a lui delegato: riuscire a mantenere ed essere capace d’indurre, ove se ne presentasse il bisogno, le condizioni di salute nell’uomo; mettere in atto i mezzi e gli strumenti capaci d’interrompere quella serialità di cause ed effetti responsabili della malattia, della sofferenza e della morte. Un compito così importante da richiedere sempre anche ispirazione, consiglio e soccorso da parte delle potenze ultraterrene, identificate di volta in volta, nelle diverse divinità pagane o nella figura di Dio, delle grandi religioni monoteiste.
   E’ anche questa, la motivazione che sta alla base della tradizione mitologica della medicina e del medico: da Asclepiade in poi, nella di lui figura s’identificano i poteri di razionalità, di sapienza e di spiritualità consoni alle connotazioni antropologiche e culturali del raggruppamento etnico coevo, nel quale egli si trova ad operare. Così, di volta in volta, il medico finisce col rappresentare il filosofo, il sacerdote, lo sciamano, il ricercatore; nel corso d’un interminabile processo evolutivo che, nel suo difficile ed a volte tormentato divenire, trasfigura la sua definizione e la sua immagine dalla primitiva concezione mitologica all’attuale emblema dello scienziato, arbitro ed unico interprete del razionalismo scientifico più integrale.
   Dalle considerazioni fin qui formulate si può agevolmente dedurre che la definizione originaria del medico e della medicina emerge e si delinea sui bisogni primordiali della società che riesce ad esprimerla; si uniforma alle istanze religiose vigenti; si ispira ai principi etici originari: rappresenta comunque un valore di certezza ed un punto di forza del contesto antropologico nel quale risulta inserita. In qualsiasi modo oggi si voglia analizzare e comprendere questo fenomeno, sia che si voglia ricorrere alla teoria funzionalistica del mito cara a Malinowski, sia che ci si voglia rivolgere alla assai più recente ed accattivante teoria strutturalistica proposta da Levi Strauss, ci troviamo obbligati comunque alla definizione d’un percorso intellettuale, alla fine del quale emerge il valore simbolico strettamente legato a tali entità.
   La figura di medico così delineata finisce quindi con il rappresentare un “archètipo” sia nel significato proprio, platonico e neoplatonico del termine; sia nel senso più ampio ed attuale, così caro a Jung, che ne definisce i termini come rappresentazione chiaramente documentata ed universalmente recepita di un’esperienza compiuta dall’umanità nel corso della sua storia e della sua evoluzione, e che si configura in un momento di sintesi dialettica tra coscienza ed inconscio.
   Sulla base di tali premesse, si può tentare allora una definizione della funzione primaria del medico: sia nelle sue intenzioni, che nelle attese della comunità che lo accoglie, essa si configura nella capacità di attuare sempre e comunque un intervento capace di sconfiggere lo stato di malattia, restaurando la condizione di salute. Compito questo non sempre facile, nel quale si compendiano tutte le problematiche insite nell’esercizio della professione medica: infatti, a fronte di una ormai inveterata codificazione comportamentale del modo di porsi nei confronti del malato e del modus operandi durante la gestione della malattia, un ruolo determinante viene esercitato dall’intima formazione umana, oltre che culturale del medico.
   Tutta la capacità espressiva del suo patrimonio scientifico, quanto i caratteri e gli artifizi del suo intervento operativo, vengono filtrati ed improntati, di volta in volta, da quest’ultima caratteristica personale e caratteriale, in grado di conferire un segno peculiare di originalità al suo intervento sanitario. In questo modo, dall’insieme degli elementi emergenti nel corso della sua opera e valutabili in rapporto con la metodologia adottata e con il raggiungimento o meno dell’obiettivo, si forma il concetto generico di professionalità: la ricerca di una professionalità medica sempre più qualificata non costituisce soltanto un’esigenza della società, alla quale è devoluto il compito di garantire ai cittadini le migliori cure e la preservazione della loro condizione di buona salute; rappresenta anche l’obiettivo primario del medico che trova proprio in essa la certezza delle proprie determinazioni, indispensabile a rendere valide e e percorribili le scelte operate.
   La comunità sociale, da parte sua, accoglie con fiducia questa figura e ripone in essa tutte le sue speranze, indirizzate a fronteggiare gli accidenti naturali responsabili della comparsa di una malattia: per l’inconscio popolare il medico rappresenta l’unico riferimento valido per fronteggiare i mali di questo mondo; dinnanzi ad un suo insuccesso l’unica alternativa possibile consiste nel rivolgersi, direttamente o con intervento mediato, alle entità soprannaturali, detentrici d’ogni potere, unica possibile fonte di qualsiasi prodigio.
   Il medico si forma ed opera nell’ambito di queste istanze, impegnando tutte le sue risorse per ridurre quanto più possibile lo spazio necessariamente destinato ai prodigi; tuttavia, pur nella coscienza della propria preparazione culturale e professionale, nessuno meglio di lui sa che i mezzi di cui dispone sono molto limitati. Allora decide di condividere parte delle proprie responsabilità con il mondo soprannaturale, anche per educare e preparare la società che lo circonda all’eventualità dell’insuccesso: l’ineluttabilità di un’evoluzione infausta della malattia deve risultare accettabile per tutti, senza che necessariamente se ne debba attribuire la responsabilità al medico.
   In questo modo, nel rapporto che si viene a costituire tra le parti, si riesce finalmente a configurare una nuova condizione d’equilibrio accettabile sia da parte del medico che da parte della comunità: e tuttavia continuano ad essere presenti e ad operare, su entrambi i fronti, espressioni culturali proprie di minoranze diverse, che non hanno fiducia della medicina ufficiale e per questo si rivolgono soltanto a chi è in grado di proporsi come autore di miracoli o come interprete dei misteri della magia naturale. E’ così che ai rappresentanti della medicina ufficiale cominciano ad affiancarsi figure alternative: queste sostengono di conoscere metodi di cura più efficaci dei tradizionali; dichiarano di confezionare medicine la cui composizione segreta è frutto di secoli d’esperienza; sono sempre pronti a cogliere l’ingenuità popolare, reclamando la loro capacità di saper praticare i prodigi. Diversa è la posizione ufficiale nei confronti dei miracoli, ai quali appare doveroso ricorrere quando risulti necessario, purchè l’interprete della volontà divina risulti qualificato a mediarli. In questo caso è il volere di Dio che si compie. I miracoli però possono essere delegati soltanto ai santi e alle grandi personalità cui Dio ha affidato le sorti dei popoli attraverso l’intervento della Chiesa: questi personaggi sono rappresentati dai sovrani cattolici e dai vescovi guerrieri, difensori della fede cristiana a costo della loro vita e dei loro beni. A questo tipo d’intervento però, ai miracoli, sono ammessi a ricorrere soltanto i malati che si trovano in grazia di Dio.
   Nella medicina medioevale esempi di questo genere sono quanto mai diffusi e la descrizione d’innumerevoli episodi simili fa parte delle cronache e della storiografia dell’epoca.
   All’alba del secondo millennio sono queste le condizioni all’interno delle quali viene esercitata la medicina; mentre risultano del tutto assenti, o assai carenti, le regole adottate, sancite e rispettate per la formazione della professionalità sanitaria e per la pratica della medicina.
   Il primo sovrano che sente il bisogno di porre un argine all’esercizio di ritualità mediche popolari, spesso prive di qualsiasi ragione d’essere, messe in opera opera da soggetti privi di qualsiasi professionalità, dediti soltanto al facile arricchimento, è Ruggero II di Sicilia. Egli, nel corso del Consiglio di Ariano Irpino, stabilisce che nessuno può più esercitare la professione di medico in tutto il territorio del Regno, se prima non viene esaminato dagli ufficiali della Corona e dichiarato abile all’esercizio della medicina; la formazione del medico, inoltre, dovrà avvenire, da questo momento in poi, secondo gli insegnamenti della Scuola Medica Salernitana.
   Questa Scuola, le cui origini ancora oggi continuano a destare discussioni ed interpretazioni diverse, ha rappresentato, per tutto il mondo occidentale e per un lungo periodo di tempo, l’unica istituzione nella quale l’arte della medicina e della chirurgia sono state esercitate ed insegnate ancora prima che fossero fondate le più antiche scuole universitarie italiane e straniere. Anzi, per molti aspetti, può essere considerata ispiratrice della rinnovata strutturazione degli studi medici in alcuni paesi europei, come la Francia. Egidio di Corbeil, ad esempio, dopo aver completato i suoi studi a Salerno con maestro Matteo Plateario, ritornato in patria e nominato archiatra alla corte di re Filippo Augusto, fece di tutto perchè s’introducesse a Montpellier il metodo di studio e d’insegnamento salernitano: egli si ramamricava del nuovo metodo d’iinsegnamento, “troppo succinto, eccessivamente dialettico, scarsamente connesso e coordinato con la philosophia nel suo complesso”. E tuttavia, non poteva fare a meno di riconoscere che anche a Salerno si cominciava a percorrere questa nuova strada.
   Sulle origini della Scuola Medica Salernitana sono state scritte infinite pagine da parte dei diversi storici della medicina che si sono interessati all’argomento; nella “Collectio Salernitana”, pubblicata nel 1854, a Napoli per i tipi della tipografia del Filiatre-Sebezio, sono riportati “documenti inediti, e trattati di medicina appartenenti alla Scuola Medica Salernitana, raccolti ed illustrati da G. E.T.Henschel, C. Daremberg e S. De Renzi...”, i più importanti ricercatori che si sono interessati all’argomento. Precedentemente, Curzio Sprengel, professore nell’Università di Halla, a Magdeburgo, nella Storia Prammatica della Medicina, aveva affrontato l’argomento sulla base di una ricca bibliografia, che risulta ancora oggi di notevole interesse. L’opera dello Sprengel, tradotta e curata da Renato Arrigoni, vide la luce, a Napoli, per opera di Raffaele Miranda tra il 1824 ed il 1825. Successivamente, numerosi altri studiosi di storia della medicina hanno continuato a portare il loro contributo, a cominciare da Francesco Puccinotti che, nella sua Storia della Medicina, pubblicata a Livorno nel 1855, per i tipi di Massimiliano Wagner, dimostra un profondo interesse per questo argomento, suffragato da più che esaurienti ricerche.
   Le opere sopra riportate costituiscono il nucleo fondamentale sul quale si articola tutta la storiografia successiva sulla Scuola Medica Salernitana; tuttavia non è questo l’argomento sul quale ci si deve qui intrattenere.
   In questa sede invece va affrontata un’altra questione, quella che d’altra parte s’identifica con il titolo della relazione affidatami e che credo si possa compendiare nell’interrogativo seguente: premesso che nella Scuola Medica Salernitana fossero presenti saperi medici diversi, la relazione intercorrente tra di essi era caratterizzata da un rapporto dialettico o da un rapporto dialogico? In altre parole, i patrimoni culturali medici di diversa estrazione esistenti ed insegnati a Salerno sono stati capaci, nel corso dei secoli, di confrontarsi e di confluire tra loro per determinare un progresso della scienza medica, generando un sapere medico di grado più elevato; oppure tra essi è stato possibile instaurare un rapporto di esclusiva comunicazione e di arricchimento cognitivo, al quale non è seguita alcuna evoluzione del sapere medico.
   Nel tentativo di formulare per queste domande una risposta, che riesca ad essere nel contempo esauriente ed articolata, per quanto ciò sia possibile, diviene indispensabile procedere ora alla determinazione di due parametri fondamentali: il primo, di ordine temporale, per definire il periodo evolutivo della Scuola Medica Salernitana, che risulti emblematico delle sue peculiari caratteristiche strutturali e di metodo nella formazione del medico e nell’esercizio della medicina; il secondo, di ordine specificatamente culturale, indirizzato a valutare gli eventi storici ed i fenomeni relazionali responsabili dei flussi dottrinali in grado di raggiungere ed influenzare l’area territoriale interessata ed il più vasto contesto geografico nel quale la stessa è risultata da sempre naturalmente inserita.
   Il periodo di maggiore splendore della Scuola Salernitana si colloca tra XI e XIV secolo, lo stesso periodo in cui, in diverse aree dell’Europa occidentale cominciano ad emergere ed a manifestarsi nuove idee ed esigenze culturali. In proposito appaiono perfettamente condivisibili le idee di un grande storico del medioevo, come Friedrich Heer: “In questo periodo l’Europa attraversa mutamenti di grande rilievo. L’Europa del pieno XII secolo è per molti aspetti un’Europa aperta”.
   Lo stesso autore, subito dopo sviluppa questi concetti, e li riempie di significati profondi ed affascinanti. ...“Quest’Europa aperta del XII secolo si getta piena di curiosità e di sete di sapere sui tesori spirituali e culturali che l’Islam arabo può offrire. Sono i tesori spirituali dell’antichità greca, accresciuti delle interpretazioni e dei commenti che ne avevano dato gli studiosi islamici del vicino oriente e delle regioni mediterranee, che costituivano un grande e vario regno della cultura dalla Persia e da Samarcanda, attraverso Baghdad e Palermo, fino a Toledo. Traduzioni, versioni degli scritti filosofici e scientifici lasciati da Platone, da Aristotele e dai loro scolari e seguaci sono trasmessi all’Europa occidentale da dotti e commentatori islamici ed ebrei; oltre alla Spagna, ampie zone di mediazione e d’incontro sono la Francia meridionale, l’Italia meridionale con la Sicilia”.
   “Cultura aperta: un ceto colto, sempre più esteso, di giovani chierici delle scuole cattedrali francesi e tedesche e delle scuole municipali italiane accolgono con curiosità, giovanile vigore e spregiudicatezza numerosi elementi dell’antichità pagana e del mondo orientale non cristiano, che poi vengono intessuti nella tela variopinta dell’umanesimo di Chartres, ma anche in quella del colto mondo cortese del regno angioino”.
   Il pensiero così bene delineato dallo Heer è un pensiero composito, maturato nel corso di un lungo periodo di confronto, di analisi e di sintesi, che aveva seguito strade per certi versi parallele nel mondo cristiano e nel mondo islamico: in entrambe queste due dimensioni, la ricerca di nuovi percorsi scientifici e l’acquisizione reciproca delle diverse conoscenze, aveva ancora di più accentuato il divario tra teologia e filosofia. Una “religiosità aperta” largamente diffusa consentiva di confrontarsi con le novità di mondi e culture anche assai lontani tra loro, con grande spregiudicatezza e pochi pregiudizi. Tuttavia, queste posizioni continuavano a confliggere con quelle tradizionalmente più radicali: I grandi filosofi di questo periodo storico sentirono profondamente il loro ruolo di mediazione tra scienza e religione, sia nell’area cristiana, che nella culla della cultura islamica.
   A Bagdad, prima Al Kindi, successivamente Al Farabi, si proposero di unificare il pensiero di Aristotele con quello di Platone; il secondo, in particolare, suggerì un’ interpretazione simbolica della religione, subordinandola alla speculazione filosofica: il loro platonismo appare tuttavia profondamente permeato delle idee di Plotino e di Porfirio, con riferimenti fondamentali al neoplatonismo della scuola alessandrina. Ad essi si ispirerà successivamente il pensiero dei più grandi pensatori e medici islamici, Avicenna ed Averroè.
   Medici e filosi ebrei, nello stesso periodo storico, elaboravano in autonomia un altro pensiero, che si concretizzava, alla fine, con una visione sincretistica delle filosofie precedenti: da Isaac Medicus a Saadja ben Joseph, fu sempre rivendicato il primato della verità rivelata sulla logica razionale, anche se il grande valore della filosofia non venne mai contestato. Nel loro pensiero i principi fondamentali del neoplatonismo furono accettati ed introdotti, purchè non inficiassero le tesi fondamentali della religione ebraica. Con Maimonide, anch’egli medico e filosofo, vissuto in Spagna, fu ulteriormente rivalutato il pensiero aristotelico, filtrato dalle interpretazioni arabe, ebraiche e neoplatoniche, nell’ ambizioso proposito di conciliare la verità rivelata con la verità razionale.
   Nello stesso tempo, nei centri culturali più avanzati dell’occidente, si manifestavano i segni inequivocabili delle nuove aspirazioni dell’uomo di cultura che spesso si trovava ad operare nelle corti “aperte” di sovrani dediti alla promozione della letteratura, delle arti e delle scienze. Poitou, Aquitania e Provenza divennero la culla di una nuova corrente culturale e letteraria: nasceva così la poesia dei trovieri, si diffondeva la letteratura cortese, sorgevano le corti d’amore. Una nuova dimensione culturale voluta, propugnata e difesa da Eleonora d’Aquitania; che sarebbe stato addirittura impensabile proporre qualche anno prima. Questa cultura ben presto si diffuse in Francia, isola Britannica e Regno di Sicilia. Eleonora è sposa prima del sovrano di Francia, successivamente del re d’Inghilterra, sarà madre di Riccardo Cuor di Leone. Seguendo la I crociata, scoprirà le radici della cultura araba; ed insieme gli usi, i costumi, la filosofia orientale : le sue corti, prima in Francia, quindi in Inghilterra, saranno sempre aperte ai trovatori ed ai cantori dell’amor cortese. La sua figlia più piccola, Giovanna, raggiugerà la Sicilia, accompagnata da un centinaio di cavalieri, per sposare Guglielmo II d'Altavilla. In questa terra, a Palermo, avrà modo di trasferire non soltanto i temi letterari della cultura cortese, ma anche quelli della letteratura epica dalla “Chanson de Roland” in poi.
   Nello stesso periodo storico, nemmeno le manifestazioni dell’arte riescono a sottrarsi alle nuove dimensioni della cultura che ha ormai permeato gli ambienti intellettuali più avanzati e spregiudicati: simbolismo, ermetismo, concezione neoplatonica dell’uomo e dell’universo, visione alchemica della filosofia naturale, traspaiono chiaramente dalle opere delle maestranze che portano a compimento quelle che diverranno le più grandi testimonianze artistiche di questo tempo: basti pensare al duomo di Monreale ed alla Cappella di palazzo dei Normanni.
   La nuova dimensione culturale è ormai presente e radicata in tutto il mondo occidentale erudito e pone alla Chiesa nuove problematiche interpretative della dottrina al fine di elaborare adeguati canoni per il governo e la gestione di essa: tanto più che le aperture ideologiche osservate nel campo della letteratura e dell’arte, si manifestano anche nell’ambito più squisitamente scientifico, con il recepimento di nuove ed accattivanti dottrine, provenienti anch’esse dall’area mediorientale, fondate sui principi essenziali del neoplatonismo alessandrino e del pensiero alchemico.
   In campo medico poi, la coscienza dei limiti della propria preparazione culturale e le frustrazioni legate ai frequenti insuccessi, costituivano le motivazioni fondamentali per la ricerca di nuove strade, di nozioni alternative, di metodiche operative diverse da quelle usuali; tutto ciò comportava necessariamente non soltanto la conoscenza di una filosofia nuova rispetto a quella tradizionale, ma anche l’acquisizione del metodo, ossia del costrutto logico-razionale e scientifico che ne costituiva l’asse portante.
   Spesso questo costrutto è quello comune del pensiero islamico, ebreo, alessandrino; e deve confrontarsi con la realtà culturale tradizionale, rappresentata dal pensiero scolastico.
   In questo stesso periodo, nelle scuole cattedrali europee, altri grandi pensatori ed uomini di fede si pongono gli stessi problemi: il pensiero scientifico non può più essere messo in secondo piano rispetto alle altre attività umane, pur riconoscendo che il fine primario della vita terrena deve sottendere di continuo il perseguimento degli obiettivi della fede e degl’insegnamenti della Chiesa, per il raggiungimento della vita eterna. In tal senso, già Anselmo di Canterbury si pone il problema del rapporto esistente tra fede e ragione: posto il primato della teologia, all’attività logica razionale rimane il compito di tradurre le certezze della fede in evidenze razionali, “intelligo ut credam”. A Parigi, Ugo di S. Vittore reclama la perfetta congruenza tra fede e ragione: rivelazione ed illuminazione sono gli strumenti della teologia; l’investigazione è lo strumento della filosofia, della ricerca e della scienza. La fede ha per oggetto non tanto ciò che è incredibile o indimostrabile, ma ciò che è mirabile; ciò che trascende la realtà naturale, senza però negarla. Ormai le premesse fondamentali del tomismo sono ben radicate, e inducono Pietro Abelardo a proporre la netta separazione tra fede e ragione: nel “Sic et non” egli afferma che: “l’intelletto deve rifiutarsi di attaccare e distruggere i misteri della fede che, proprio in quanto tali, non possono essere spiegati razionalmente; da parte sua la fede non deve condizionare di continuo i progressi della ragione”.
   Vengono così definitivamente tracciate le due vie autonome attraverso le quali si possono snodare indipendentemente, nel massimo rispetto reciproco, i percorsi della teologia e della filosofia; progetto questo che sarà successivamente perfezionato e portato a termine con i contributi di Alberto Magno e Tommaso d’Aquino.
   E’ questa l’aura intellettuale che tra X e XII secolo aleggia nei centri culturali più avanzati dell’Europa occidentale e, tra questi, l’area mediterranea, nella quale l’Italia meridionale e la Sicilia assumono un ruolo prioritario. Palermo rappresenta la sede più avanzata di questa realtà; Salerno è il porto più frequentato negli scambi commerciali e militari che si intrattengono tra occidente ed oriente.
   Le nuove istanze culturali si dimostrano capaci di permeare le menti più aperte ed audaci e riescono ad esprimersi pienamente nella realtà geopolitica normanna, nella quale riesce a concretizzarsi per la prima volta e pienamente il più grande e completo sincretismo religioso, filosofico ed antropologico. Alla corte di Palermo, prima con i sovrani normanni, successivamente con Federico II di Svevia, questo pensiero evolve ulteriormente, influenzando anche la produzione letteraria, scientifica ed artistica.
   In una prima occasione, con il consolidamento della monarchia normanna diviene necessario procedere anche alla ristrutturazione ed all’adeguamento della funzione amministrativa e di governo con nuove leggi, alcune delle quali riguardano molto da vicino, la Scuola Medica Salernitana.
   Nello stesso periodo storico, come riportato anche da Pietro Diacono, si verifica un episodio determinante per la successiva evoluzione della Scuola di Salerno: l’arrivo del monaco cassinese Costantino l’Africano, proveniente da Cartagine.
   Questo personaggio influenzò profondamente l’ambiente culturale della Scuola, con le sue esperienze, frutto di una profonda conoscenza della filosofia e del mondo mediorientale. Con le sue traduzioni egli introdusse nella Scuola Salernitana gli elementi fondamentali del pensiero arabo e di quello ebraico.
   Tra le sue numerose ed importanti traduzioni dall’arabo al latino, possono essere qui ricordate: l’ “Al Malaki” di Al’ Ibn Abbas Al Magiùsi, opera medica che detenne il primato nel campo del sapere medico fino alla pubblicazione del Canone di Avicenna; e la dietetica di Isaac Ebreo.
   Quanto fin qui esposto dimostra l’esistenza a Salerno di saperi medici diversi già agli albori del XII secolo. Numerose altre occasioni di scambi culturali potrebbero qui essere ricordati tra Scuola Medica salernitana ed altre sedi di grande prestigio operanti, nello stesso periodo storico, in Spagna, nella Francia meridionale, in Sicilia e nel Medio oriente.
   Scuole miranti a creare nuovi spazi per la scienza, sulla base di motivazioni non più esclusivamente teologiche. Una scienza nuova, nella quale un ruolo non di secondaria importanza doveva essere previsto per le pratiche alchemiche. L’alchimia ormai è entrata prepotentemente nel patrimonio delle conoscenze riguardanti il mondo naturale, e l’uomo fa parte di questo mondo. Alchimia però è anche magia. Allora diventa necessario individuare i percorsi leciti per l’esercizio di una magia corretta ed accettabile dalla Chiesa, mentre vanno condannate tutte le altre proposizioni che, se perseguite, porteranno alla condanna per eresia ed al rogo.
   Papi e vescovi si danno alle pratiche alchemiche, Alberto Magno, maestro di Tommaso d’Aquino, è riconosciuto il più grande alchimista del suo secolo; alla corte di Federico II di Svevia, a Palermo, operano Michele Scoto e fra' Elia da Cortona, il successore, nell’ordine, di Francesco d’Assisi. Autore, il primo di un’ “Ars Alchemie” e di un “Lumen luminum”; compilatore, il secondo di un “Lumen luminum”, entrambi trasmettono con i loro testi nuovi procedimenti alchemici; in particolare, Michele Scoto descrive tre procedimenti: il primo suo personale, un secondo trasmessogli da Balac il saraceno, il terzo messo a punto da Elia da Cortona.
   Esisterebbero altre infinite dimostrazioni deIla profonda penetrazione di pensieri filofofici e medici diversi nell’area mediterranea in generale ed a Salerno in particolare. E tuttavia, nell’aura culturale così brevemente e per somme linee delineata, manca ancora un’ulteriore connessione: quella in grado di coniugare le dottrine araba, ebrea e neoplatonica alla dottrina cristiana, sui cui principi e sulle cui regole doveva essere strutturato l’insegnamento della medicina e l’esercizio dell’arte sanitaria in tutto il mondo occidentale e, per questo, anche a Salerno.
   La “pietas cristiana” continua ad essere esercitata secondo la dottrina della Chiesa: il paziente che si trova nella grazia di Dio, va accolto e curato, i metodi e le risorse possono essere diverse, la formulazione di essi può essere ricondotta a dottrine anche lontane dal mondo cristiano, purchè non in conflitto con i dettami della Chiesa. L’area del sapere medico offre ampi spazi e giustificazioni accettabili per le nuove idee, per le nuove aspirazioni culturali, per la creazione di una nuova filosofia, nell’ambito della quale la figura umana dovrà essere prepotentemente posta in una posizione di centralità.
   Accanto alla figura del chierico colto e spregiudicato, comincia a farsi strada e ad essere definita la figura del laico colto, del filosofo e dello scienziato laico, che può elaborare il suo pensiero libero dai vincoli dei voti ecclesiastici. Con Federico II questo progetto diventa realtà. Egli è cosciente dell’importanza di creare una classe colta laica, nella quale confidare per promuovere il suo disegno dell’ impero: per questo fonda l’Università di Napoli. 
  Quando poi riesce a portare a termine il grande progetto di riforma delle leggi con la pubblicazione delle “Constitutiones Fredericiane”, viene definitivamente sancito il ruolo della Scuola Medica Salernitana nella formazione del Medico e nell’esercizio della medicina.
   A questo punto, il ruolo della Chiesa sembra non essere più tale da impedire la realizzazione del progetto laico dell’imperatore: contro tutti i veti posti dal papato nei confronti della dissezione del corpo umano, egli non esita ad imporre l’insegnamento pratico dell’anatomia umana. L’esigenza di una formazione professionale adeguata può pure confliggere con le regole della Chiesa, tuttavia prevale l’interesse comune, così come egli premette agli articoli di legge destinati a regolamentare l’insegnamento e l’esercizio della medicina: “Utilitati speciali prospicimus, cum communi saluti fidelium providemus”. Affermazione, quest’ultima, anticipatrice ed emblematica delle nuove aspettative che potranno concretizzarsi pienamente soltanto con l’accettazione dei principi informatori del futuro umanesimo.
   Con le leggi di Federico II avviene la ristrutturazione degli studi nella Scuola Medica Salernitana, l’unica abilitata a rilasciare le certificazioni senza le quali l’esercizio della medicina sarà considerato abusivo e quindi perseguibile da parte della legge. Chiunque voglia essere ammesso ai corsi di medicina dovrà aver studiato almeno per tre anni la logica. Il corso di studi avrà la durata di cinque anni e dovrà comprendere anche lo studio della chirurgia, che costituisce parte integrante della medicina. I testi ufficiali dovranno essere quelli di Ippocrate e di Galeno; nessun chirurgo potrà essere ammesso all’esercizio professionale in assenza della certificazione di un ulteriore periodo di studio dedicato all’apprendimento dell’anatomia umana.
   La normativa emanata dal sovrano svevo, oltre che ad una migliore qualificazione del medico, mira a mettere un freno al dilagare dei praticoni che, senza alcun titolo ad esercitare la medicina e la chirurgia, sono responsabili di pratiche abusive dai risvolti spesso drammatici; e ad offrire ai ceti meno fortunati la possibilità di usufruire delle cure mediche alle quali possono accedere soltanto i ceti abbienti.
   L’applicazione perentoria di questi ordinamenti esalta la funzione dell’insegnamento e dell’apprendimento, valorizzando altresì la concretizzazione dell’atto terapeutico: fenomeni che portano ad una prima definizione dei diversi ruoli operanti all’interno dell’istituzione salernitana. Nasce così la figura del “Magister”, detentore di scienza ed esperienza, didatta e formatore, che raggiunge il suo obiettivo professionale quando ha saputo trasfondere appieno e con profitto il suo patrimonio culturale agli allievi. Con la sua opera egli crea una Scuola di allievi che gli saranno sempre debitori e per questo dovranno portargli sempre rispetto. Diversa è la figura del “Medicus”, destinata ad offrire invece tutta la propria esperienza clinica sul campo, nella realizzazione di un insegnamento pratico, obbligatorio anche questo per gli studenti e per i medici, in assenza del quale sarebbe stato impossibile conseguire quella maturità professionale che li potesse abilitare per “exire ad praticam”.
   Nella prima metà del XIII secolo la Scuola Medica Salernitana rappresenta la sede più prestigiosa per l’insegnamento e per l’esercizio della medicina in tutto il mondo occidentale. Le considerazioni riportate possono aiutare a comprendere l’affermazione precedentemente riportata di Egidio di Corbeil, già allievo a Salerno, a proposito della differenza esistente, nell’organizzazione degli studi, tra la Scuola salernitana e la facoltà medica di Montpellier.
   In tal senso allora, e per concludere, è possibile a questo punto dare una risposta agli interrogativi prima proposti: sicuramente, ed almeno nel periodo del suo maggiore splendore, nella Scuola Medica Salernitana sono confluiti saperi medici, attraverso percorsi assai differenziati, in alcuni casi ancor’oggi non perfettamente noti. A questo fenomeno ed all’intensa opera riformatrice dei sovrani normanni prima e di Federico II di Svevia successivamente, si deve la prima e più originale opera di organizzazione della Scuola e di strutturazione del curriculum di studi per la formazione del medico in Occidente. Dall’esame di alcune delle opere che videro la luce nella Scuola, emerge chiaramente il progetto di sintesi dei diversi saperi medici ivi pervenuti, ad opera di vari Autori. Si tratta di un progetto di sincretismo filosofico e scientifico che prende le sue origini dal profondo e proficuo confronto dialettico tra le diverse dottrine, alla ricerca di percorsi nuovi ed originali, in grado di offrire risposte esaurienti e concrete per tutta quella serie di interrogativi derivanti dalle insoddisfazioni e dagli insuccessi. Un confronto propositivo, dialettico e costruttivo, utile anche per la definizione del carattere “aperto” di questa Istituzione, in grado di consolidare i germogli che, nel volgere di qualche secolo, si sarebbero dimostrati in grado di aprire le porte all’ Umanesimo.

 

CARATTERI DELLA CULTURA SICILIANA TRA XVI E XVIII SECOLO
Giuseppe Di Gesù
giuseppedigesu@gmail.com

   La particolare eterogeneità e la non casuale ricchezza della produzione culturale siciliana del XVIII secolo evidenziano quelle medesime caratteristiche, spesso anche contraddittorie, che è possibile cogliere, nello stesso periodo storico, nel più vasto ambito europeo. Appare inoltre innegabile che specifici aspetti, chiaramente emergenti ed ancora oggi facilmente individuabili di tale complessa produzione, a partire da quella letteraria e giuridica per finire a quella filosofica e medica, considerate sia singolarmente che nel loro insieme, contribuiscono a delinearne peculiarità e caratteri assolutamente originali.
   Come non v'è dubbio che le particolari vicende storiche, cui la Sicilia è andata incontro nel corso dei secoli, abbiano influenzato i caratteri della formazione e della crescita del mondo intellettuale isolano, con altrettanta certezza è possibile affermare che difficilmente queste stesse vicende sono riuscite a determinare un vero e proprio isolamento della cultura siciliana nei confronti dei principali movimenti culturali nazionali ed europei.
  Anche nei momenti più difficili della storia dell'Isola è possibile identificare figure e fatti che dimostrano ampiamente come la cultura siciliana, insieme con il suo mondo intellettuale, si sia mossa sempre, attraverso propri percorsi originali, in sintonia con le più progredite Scuole di pensiero coeve, riuscendo spesso a realizzare operazioni di grande rilievo culturale.
  Lo studio attento e la profonda conoscenza per quanto di nuovo fosse degno di interesse, l'originale lettura ed interpretazione del pensiero altrui, la critica profonda e costruttiva delle nuove proposte ideologiche, i pregevoli tentativi di sintesi tra queste nuove idee e la filosofia tradizionale, sono tutti fatti che finiscono per delineare gli elementi fondamentali sui quali risulta agevole dimostrare l’esistenza di una grande vivacità negli intellettuali siciliani, anche durante il lungo periodo storico che va dal XVI al XVIII secolo.
  L'impegno da essi profuso e la versatilità dimostrata nei diversi campi di specifico interesse, furono apprezzati e riconosciuti con la dovuta ammirazione, al punto che spesso la loro opera fu richiesta anche al di fuori dei confini della loro terra: molti infatti furono chiamati a svolgere la loro attività alla corte di Spagna; alcuni accettarono di trasferirsi fuori dalla Sicilia; altri, dopo aver studiato ed insegnato all'estero, furono felici di ritornare in patria. Altri ancora rifiutarono l'invito a spostarsi in alcuni centri italiani per insegnare in famosi atenei o per assumere cariche prestigiose, preferendo continuare ad operare nella loro città, con soddisfazione, avendo le possibilità di svolgere la loro professione ad altissimo livello e con notevole soddisfazione, in strutture appositamente apprestate a tale scopo dietro loro sollecitazione.
  Anche coloro che si allontanarono però continuarono a mantenere rapporti particolarmente intensi con la madrepatria; la loro opera contribuì in maniera fondamentale nell'evoluzione del pensiero filosofico, medico-scientifico e sociale. Essi appartennero a Scuole prestigiose e ne formarono di altrettante, nelle quali il loro insegnamento ed il loro pensiero ebbero modo di evolvere e di emanciparsi, uscendo anche fuori dal mondo universitario, comunemente rimproverato di restare sede della cultura tradizionale, per confrontarsi nelle accese dispute delle accademie di nuova istituzione; raggiungendo e permeando successivamente, tutta la società che ne rimase segnata, nelle sue diverse componenti, con tracce profonde, ancora oggi evidenti.
  Per quanto concerne il mondo della medicina, del quale ci interesseremo in modo particolare in questa sede, tralasciando di ricordare i pur preziosi contributi delle epoche precedenti, sui quali, anche se superficialmente, ci siamo soffermati altrove, la Sicilia e Palermo in particolare si imposero all'attenzione della cultura medica europea, fin dalla seconda metà del XVI secolo, grazie all'opera di Giovanni Filippo Ingrassia. Opera tanto incisiva che non si esaurì con la scomparsa del grande medico ed anatomico: l'organizzazione e la regolamentazione dell’attività sanitaria da lui perseguite, l'esempio dato nell'esercizio della professione, il suo insegnamento, ebbero il merito di creare una nuova attenzione, da parte delle istituzioni, nei confronti del mondo scientifico in generale e di quello medico in particolare. Egli fu anche chirurgo e igienista, va riconosciuto a lui il merito di aver fondato la teratologia e la medicina legale, e di essersi battuto per migliorare le condizioni di vita negli ambienti malsani. In tal senso egli diede ampie dimostrazioni dei vantaggi, anche sociali, della bonifica del territorio. La sua lunga attività di Protomedico della Sicilia e delle isole adiacenti, svolta quindi ai vertici delle strutture sanitarie dell'epoca, ed i risultati conseguiti con i provvedimenti intrapresi lasciarono tracce particolarmente intense nel tessuto socio-culturale dell'isola, determinando, nello stesso tempo, la formazione di una nuova coscienza e di tanta sensibilità nell'approccio ai problemi connessi con la gestione e la tutela della pubblica salute, suscitando, nello stesso tempo, un grande interesse per il nuovo modo di porre questi stessi problemi, di affrontarli e di risolverli. Tutto ciò, frutto e risultato del un nuovo modo di pensare, di educare allo studio e di "fare scienza" contribuiva a creare i prodromi del nuovo progetto scientifico, del quale cominciava ad essere avvertito il bisogno in Sicilia, così come nel resto d'Europa.
   G. F. Ingrassia si era formato a Padova, ove la sua personalità professionale e scientifica aveva fruito dell'insegnamento di un grande maestro come Andrea Vesalio, universalmente considerato tra i riformatori dell'anatomia tradizionale ed i padri dell'anatomia moderna: sicuramente l'influenza da lui esercitata sulla sua formazione culturale fu fondamentale.
   E non va trascurato anche il fatto che suoi colleghi di studio erano stati Gabriele Fallopio e Realdo Colombo, due nomi prestigiosi, medici che sarebbero divenuti famosi, universalmente riconosciuti tra i fondatori della nuova anatomia.
   Le sue scoperte, confermate sia dal Vesalio che dal Fallopio, insieme con le corrette e nuove descrizioni di diversi elementi scheletrici, la sua ricca attività didattica svolta prima a Padova e successivamente a Napoli e a Palermo, avevano fatto nascere nei suoi confronti stima, ammirazione, rispetto. Nella sua intensa attività professionale non erano mancati clamorosi successi, come quello ottenuto con la guarigione della ferita riportata al torace dal Duca di Terranova, che l'aveva visto al capezzale del malato insieme con altri illustri colleghi, come il Vesalio, suo ex maestro e Bartolomeo Eustachio da Roma.
   La sua fama, il suo credito furono tali che ancora a diversi anni di distanza dalla sua scomparsa, in Sicilia e all'estero, era ritenuto utile sollecitare la ristampa dei suoi trattati: il suo insegnamento continuava a restare sempre attuale.
   Con la sua opera egli aveva aperto una strada che sarebbe stata ancora percorsa da numerosi altri illustri studiosi: ormai, abbandonate le descrizioni anatomiche classiche, dimostratesi carenti e fallaci, lo studio del corpo umano era divenuto una realtà. Ciò indusse molti medici ad intraprendere la ricerca anatomica, rappresentando questa l'unica strada percorribile per giungere a nuove certezze. La conoscenza del corpo umano fu considerata un momento fondamentale ed un bagaglio imprescindibile per la preparazione del medico, ancora di più per quella del chirurgo. I tempi in cui la dissezione veniva vietata e condannata dalla chiesa erano ormai definitivamente tramontati.
  Il fervore per questo tipo di studi fu particolarmente intenso sia in Italia che in Europa e caratterizzò la ricerca medica delle sedi universitarie più prestigiose: Padova e Bologna erano città cosmopolite, frequentate da Maestri e studenti provenienti da tutta Europa; in quegli anni ancora alle Scuole Italiane veniva ancora riconosciuto un ruolo preminente.
   Alla fine del XVI secolo, il nuovo modo di procedere nel campo delle scienze, fondato sulla verifica sperimentale, comportava, insieme con le feroci critiche verso il mondo universitario tradizionale nel quale si continuava a tramandare il bagaglio culturale classico, l'esigenza di creare nuove forme di aggregazione, per gli scienziati dediti alla ricerca, adeguate alla promozione del sapere scientifico moderno ed al confronto delle nuove idee, del nuovo modo di pensare, delle nuove acquisizioni. Queste esigenze furono sentite anche a Palermo, dove il senato cittadino recepì ed assecondò le richieste avanzate da un gruppo di medici che operavano nell'Ospedale Grande e Nuovo, così che, nel 1621, venne consentita la istituzione di una "Academia di Notomia", il cui compito primario era, appunto, quello di promuovere lo studio e la ricerca anatomica.
   Tra i fondatori di questa Accademia, insieme con Baldassarre Garsia, Giuseppe Galeani e Ottavio Cuttano, fu Marco Antonio Alaimo, nato nel
1590 a Regalbuto, lo stesso centro che aveva dato i natali, 80 anni prima, a Giovanni Filippo Ingrassia.
   Tralasciando per il momento la vita e l'attività dell'Accademia, sulle quali vi sarà modo di ritornare più avanti, in un excursus ideale che lega le figure più rappresentative, nel campo delle scienze mediche e chirurgiche Palermitane, del periodo che va dal XVI al XVIII secolo, è necessario a questo punto soffermarsi, anche se brevemente sull'opera di Marco Antonio Alaimo.
   Come già sopra ricordato egli era nato a Regalbuto e non a Racalmuto, come riportato da Giovanni Antonio Vander Linden nel suo "De Scriptis Medicis" del 1651 e molto più di recente nel "Dizionario Biografico della Storia della Medicina e delle Scienze Naturali" del Porter, edito in Italia da Franco M. Ricci. In proposito si era già chiaramente espresso il Mongitore nella sua "Biblioteca Sicula" ove si può leggere in proposito: "Racalmutensem vocat Antonius Vanderlinden...sed falso; Racalmutum enim a Ragalbutuo oppidum in Sicilia diversum".
   Dopo aver seguito lo studio delle lettere e della filosofia, decise infine di dedicarsi alla medicina. Conseguita la laurea nell'Università di Messina, uno degli atenei più prestigiosi dell'epoca, nel 1616 si trasferì a Palermo, dove iniziò l'esercizio della professione. Furono quelli gli anni del sodalizio con il Garsia, il Galeani ed il Cuttano, che videro la fondazione dell'Accademia. Subito dopo una grave epidemia di peste colpì la città di Palermo e si diffuse in tutta l'Isola. Dal 1624 al
1625 l'attività dell'Alaimo fu diretta al conteninento del contagio, alla organizzazione delle strutture per il ricovero e l’assistenza ed alla realizzazione di tutti i presidi ritenuti utili a contrastarne la diffusione. I suoi provvedimenti interessavano anche i centri più periferici.
  Per incarico del Viceré si recò ad ispezionare diverse città e paesi dell'entroterra isolano come Castronovo, Mussomeli, Bivona, Caltanissetta per studiare e mettere a punto le strategie più adeguate a limitare il contagio e gli effetti mortali della pestilenza. In tali occasioni ebbe modo di dimostrare con successo il grado della sua preparazione e l'efficacia dei provvedimenti adottati.
   Le riflessioni su questa sua esperienza lo indussero a pubblicare l'anno successivo il "Discorso intorno alla preservatione del morbo contagioso e mortale che regna al presente in Palermo, e in altre Città e Terre del regno di Sicilia" nel quale si trovano riportate, con grande spirito critico, le osservazioni compiute e le conseguenti conclusioni.
  Successivamente, nel 1652 pubblicherà, sullo stesso argomento, i "Consigli Medico-Politici composti d'ordine dell'Ill. Senato Palermitano per l'occorrenti necessità della peste". In questa, che ben a ragione può essere considerata la sua opera più importante, l'Alaimo, descrive come agenti responsabili della diffusione della malattia per contatto diretto o attraverso le vie respiratorie, gli "atomi pestiferi". Partendo da queste premesse, dopo avere analizzato minuziosamente i vari aspetti del processo epidemico, rifacendosi in parte anche ai dettami dell'Ingrassia, si sofferma sulle interessanti proposte destinate a perfezionare le diverse possibilità esistenti di prevenzione del contagio e della diffusione della peste.
  Nell'esercizio della professione egli curò molto anche gli aspetti umani: nel rapporto tra medico e paziente, riuscì sempre a coniugare, in modo egregio, la carità cristiana e l'amore per il prossimo con una elevata professionalità. Queste doti, riconosciutegli anche fuori della sua terra, gli procurarono lusinghiere offerte professionali a Napoli, dove il viceré Giovanni Alfonso Henriquez lo chiamò nella veste di Protomedico generale del regno, e a Bologna, ove gli venne offerta la possibilità di insegnare medicina: "magna mercedis spe allectus, ut in ea celeberrima Academia primam medicinae Cathedram haberet". Egli rifiutò entrambe le offerte per dedicarsi ad una intensa attività di lavoro con un numero sempre maggiore di pazienti. Molto intensa e di grande pregio fu la sua attività di promozione nell'Accademia di Anatomia nella quale venne eletto diverse volte nel Magistrato ed in due occasioni Principe.
  Fu nominato consultore del pretore per gli affari attinenti alla sanità, e consultore del Protomedico. Le sue opere entrarono nella "bibliografia medica" dell'epoca e furono conosciute ed pprezzate in tutta Europa.
 Nel 1662 si spense, dopo aver pubblicato altre interessanti opere di medicina, e dopo aver accresciuto il patrimonio culturale ed il ruolo politico dell'Accademia che, dopo un breve periodo di offuscamento della sua attività per problemi economici, già dal 1649 aveva ripreso un’intensa attività cambiando anche la sua denominazione in "Regia Jatrophisicorum Academia".   Soffermandoci proprio sulle vicende dell’Accademia, non si può ignorare che questa nuova denominazione era più consona ai nuovi tempi ed alle moderne teorie mediche che intanto erano sorte in Europa. Anche le finalità del sodalizio scientifico furono riviste ed aggiornate. Tutto ciò per volere di Paolo Pizzuto, barone della Carruba e di Torre Rotonda, altro illustre medico Palermitano, Protomedico di Sicilia fin dal 1641, che aveva promosso la rifondazione dell'Accademia medica e ne era entrato a far parte già dal 1645, anno in cui ne era stato eletto Principe.  
  A lui si debbono le "Notulas pro officio Protomedicatus" del 1647 e le "Constitutiones, et Capitula, nec non jurisdictiones Regij Protomedicatus Officij, cum Pandectis ejusdem reformatis, ac in pluribus renovatis, atque elucidatis", che erano state già pubblicate, nel secolo precedente dall'Ingrassia, e che il Pizzuto ritenne giusto ripubblicare in forma più ampia e con maggiori delucidazioni critiche.   Negli stessi anni numerosi altri illustri medici operavano a Palermo: svolgevano la loro attività presso gli ospedali della città e si riunivano presso l'Accademia di medicina, dove presentavano e discutevano le loro esperienze e le loro ricerche.
   I loro lavori non risultano dissimili da quelli che si svolgevano, nello stesso periodo storico, in tutte le altre accademie italiane e straniere: in ambito medico il bagaglio delle conoscenze era lo stesso ovunque. Le nuove acquisizioni riguardavano esclusivamente il campo degli studi morfologici, nel quale la corretta indagine anatomica aveva consentito progressi pochi anni prima nemmeno immaginabili. Analoghi progressi non si erano avuti per la medicina: i metodi tradizionali di diagnosi e di cura non erano sostanzialmente cambiati; le nuove proposte, d'altra parte, avevano affrontato col nuovo metodo soltanto alcuni grossolani problemi fisiologia, come quelli concernenti la stazione eretta ed il movimento degli arti. Esiste tanta voglia di ricerca, ma mancano i mezzi per attuarla: non esiste alcuna possibilità di studiare i fenomeni della natura se non è possibile misurarli. Lo stesso Cartesio, medico oltre che filosofo, si era dedicato allo studio del movimento degli arti, applicando anche formule numeriche e costruendo modelli artificiali. Due sole possibilità esistono per i ricercatori dell’epoca: utilizzare i principi della fisica, adeguandoli alle condizioni umane mediante particolari e non sempre validi calcoli matematici; ricorrere alle metodologie della chimica, applicando ai processi studiati regole e leggi matematiche. Il grande fermento che pervade tutti coloro che si dedicano alla ricerca si distingue per le continue proposte da loro formulate per l’interpretazione in chiave chimica o meccanica dei fenomeni organici.
  Questa situazione dimostra: da una parte, il grande stato di frustrazione esistente negli ambienti scientifici particolarmente esigenti; dall'altro la consapevolezza di dover individuare e percorrere nuove strade.
   Ovviamente la preferenza va a quelle che convincono di più, per quelle che si dimostrano più aderenti alle nuove metodologie di indagine scientifica, che si fondano sulla matematica e sulla fisica. Mentre però le leggi fisiche, o almeno molte di esse, possono essere verificate agevolmente in natura, risulta impossibile fare lo stesso per i fenomeni biologici. Questi costituiscono dei veri e propri eventi oscuri per le conoscenze scientifiche del tempo, ove si pensi che per la conoscenza dei più elementari di essi dovranno trascorrere ancora molti decenni.
   Mancano anche i più elementari presidi strumentali ed è appena cominciata l'osservazione con il microscopio.
  Anche se già dal 1578 J. Hasler aveva preconizzato l'uso del termometro per la misurazione della temperatura corporea, di fatto, le ricerche per costruire uno strumento adeguato a tal fine porteranno via tanti altri anni. Sarà necessario standardizzare i metodi di costruzione dello strumento, tararlo, ed adeguarlo alle esigenze cliniche per poter ricavare dati corretti, standardizzati e confrontabili in base all'età, alle stagioni, alla sede geografica, etc… . Se bisogna segnalare un settore in cui si osservano progressi rispetto al secolo precedente, questo si può individuare nella chirurgia, l’unica disciplina che si può avvalere delle numerose scoperte anatomiche fatte nei decenni precedenti.
   In ogni caso, l'opera svolta dai professionisti siciliani dimostra chiaramente come già in quegli anni, anche in Sicilia, fosse sentita l'esigenza di perseguire un nuovo disegno culturale nell'approccio ai problemi della scienza, in modo da poter percorrere, metodologie nuove rispetto a quelle tradizionali: proprio lo stesso bisogno che aveva dato l'avvio alla ricerca anatomica privilegiando la dissezione in prima persona e l’osservazione indirizzata alla ricerca di nuove certezze verificando le conoscenze preesistenti.
   Da quest’intensa attività sarebbero infine scaturite le scoperte più importanti dell'epoca: prima fra tutte, quella della circolazione del sangue.
   Le notizie fin qui riportate consentono di delineare il contesto intellettuale siciliano dell'epoca e contribuiscono a spiegare l’indubbio interesse per l'indagine scientifica moderna; quello stesso interesse che stimolerà a chiamare per l’insegnamento in Sicilia Giovanni Alfonso Borrelli, il creatore della jatromeccanica.
    La figura del Borrelli rappresenta in quel momento storico la ricerca avanzata non soltanto per la Sicilia, ma per tutta l'Europa: egli, dopo aver appreso a Pisa i principi fondamentali della dottrina galileiana ed aver studiato astronomia e matematica, si trasferì a Messina, accettando d’insegnare in quella Università.
   A seguito delle esperienze di insegnamento e delle ricerche condotte a Pisa ed a Firenze aveva pubblicato le sue teorie originali sul movimento dei pianeti nelle loro orbite che Newton, in seguito, avrebbe riconosciuto geniali; postuma invece sarà pubblicata la sua opera più importante: il "De motu animalium".
   Egli insegnava che la geometria e la meccanica costituiscono le sole due vie attraverso le quali può essere interpretato il meccanismo di movimento degli esseri viventi.
   La sua interpretazione dei fenomeni naturali e della macchina "uomo" lo porteranno a rinnegare definitivamente la validità delle teorie chemiatriche: per lui tutti i fenomeni funzionali si svolgono in chiave meccanica, gli organi ubbidiscono alle leggi fisiche e, per quei fenomeni che con esse oggi ancora non possono essere spiegati, saranno ovviamente necessarie altre complesse ricerche, con le quali sarebbe risultato possibile completare il quadro delle nostre conoscenze.
  Tutto ciò però non muterà i meccanismi regolatori e le modalità di estrinsecazione delle funzioni organiche, comunque obbedienti ai principi ed alle leggi della fisica meccanica: sarà così, anche per il movimento degli arti, nell'ambito del quale le ossa costituiscono meccanismi di leva che hanno il fulcro a livello delle articolazioni.  
   Sono tanti tuttavia gli interrogativi insoluti, per i quali egli stesso ammette di non aver trovato ancora alcuna risposta.
   L'originalità del suo pensiero e la vasta eco che seguì la comparsa delle sue opere fecero sì che fosse attribuito al Borrelli il merito di aver fondato la jatromeccanica: le sue teorie ed il suo insegnamento furono riconosciuti in tutto il mondo.
  Da Messina dovette fuggire per aver partecipato ai movimenti antispagnoli del 1674, per questo si trasferì a Roma, ove continuò a svolgere la sua opera nell'Accademia fondata dalla Regina Cristina di Svezia.
  Ma la Scuola da lui fondata a Messina continuò, anche dopo la chiusura dell'Università, per merito di uno dei suoi allievi siciliani più eminenti: Michelangelo Fardella da Trapani.
   Questi infatti, dopo essersi formato al suo insegnamento, raggiunse Parigi per entrare in contatto con i rappresentanti più eminenti dei nuovi sistemi filosofici che in quegli anni prendevano corpo.
   Ivi, dopo aver incontrato Antoine Arnauld e Nicolas Malebranche, abbracciò la filosofia cartesiana che, da quel momento in poi sarebbe divenuta il suo unico credo e che avrebbe difeso anche durante la sua futura attività di insegnamento durante gli anni trascorsi a Padova ed a Roma. Proprio in questa città fondò un'Accademia fisico-matematica, successivamente a Padova, dove venne chiamato per insegnare Astronomia e Filosofia. Nel 1709 decise di accettare l'invito del re di Spagna per ricoprire il posto di teologo e di matematico regio a corte. Soltanto 3 anni dopo ritornò in patria.
   Mentre al napoletano Borrelli, che fece la sua scelta per la medicina a Messina, può essere ascritto il merito d’aver introdotto in Sicilia i principi della dottrina di Cartesio, al Fardella va il grande merito di aver recepito ed elaborato in modo originale il pensiero cartesiano.
   Nel 1681 aveva visto la luce in Roma il De motu animalium del Borrelli, appena dieci anni dopo veniva pubblicata a Venezia la Logica del Fardella. Entrambe le opere asserivano che l'unica verità scientifica si fonda sul metodo matematico e sulla concezione meccanicistica della natura. Entrambi dimostravano una piena conoscenza del pensiero di Galilei.
    Il Fardella nella elaborazione e strutturazione del suo pensiero richiama con originalità alcune concezioni di Leibniz e ne precorre altre di Berkley.
   Di Lui scrive con tanta ammirazione un altro illustre siciliano, Tommaso Campailla da Modica, medico e filosofo, suo allievo e seguace anch'egli della dottrina razionalistica cartesiana, che diffuse con competenza e notevole spirito critico, tanto da ricevere le lodi e l'apprezzamento dello storico Ludovico Antonio Muratori.
   Il Campailla rappresentò con la sua opera un'altra figura insigne del mondo scientifico siciliano dell'epoca: a prescindere dai suoi tanti altri meriti, è stato l'inventore di una terapia specifica per la lue, "le botti di Campailla", che avrà grande successo e diffusione in tutto il mondo, fino ad essere praticata ancora nel secolo scorso.
  Quanto fino ad ora esposto dimostra chiaramente l'efficacia con la quale erano penetrate e si erano ben radicate, in Sicilia, le idee propugnate da quel vasto movimento razionalistico europeo che avrebbe costituito la struttura portante dell'illuminismo.
  In Sicilia, così come anche in tutto il resto d'Europa, questo movimento, troverà terreno fertile negli ambiti culturali più avanzati: la borghesia, in continua emancipazione e sempre pronta ad occupare gli spazi lasciati liberi da un’aristocrazia spesso economicamente debole, esprimeva una ricca classe intellettuale.
   D'altra parte, la fiducia nella ragione propugnata dai nuovi pensatori spesso mal si conciliava con le esigenze di un clero molto rigido e con le ragioni di una Inquisizione assolutamente intollerante, come sottolinea Voltaire nel suo "Trattato sulla Tolleranza".
   In Sicilia il potere degli Inquisitori era assoluto. Un potere che dimostrava una grande paura per la nuova concezione della storia e del progresso; per l’aspirazione alla ricerca ed all’esercizio della libertà politica, sociale e morale; per l’intima esigenza dell'uomo di perseguire con tutti i mezzi l'emancipazione dal proprio stato di minorità, attraverso la rivalutazione della propria attività razionale.
   I tempi però sono ormai maturi perché l'uomo senta finalmente il bisogno di uscire dagli schematismi rigidi che l'avevano costretto, da sempre, a credere, a pensare, ad agire, dentro i vincoli di un continuo e spesso sterile dibattito filosofico e teologico, nell'ambito del quale le possibilità di esprimere le nuove esigenze nel campo sociale, nel pensiero politico, nella impostazione della ricerca scientifica e nella interpretazione del suo significato, costituivano ancora soltanto un disegno utopistico.
   Il metodo sperimentale, il nuovo modo di porre, di sviluppare e di intendere le problematiche di ordine scientifico in generale, quelle di ordine medico in particolare, aveva avuto origine già in pieno medioevo, ma si era potuto affermare soltanto nei secoli successivi, supportato dal più imponente movimento umanistico e rinascimentale.
   Ora finalmente trova modo di esprimersi in forma compiuta: impone stretti legami tra  filosofia e scienza, delle quali identifica il fine ultimo nella ricerca del risvolto pragmatico delle nuove scoperte e del progresso scientifico. Entrambe debbono servire per costruire un mondo migliore. E' questo il sistema nodale del nuovo pensiero: tutto ciò però comporta modifiche radicali nell'approccio alla scienza; il processo di conoscenza deve seguire regole certe per evitare di incorrere in errore. Le conoscenze e le verità pervenute dalle epoche precedenti vanno verificate alla luce delle nuove regole, il rifiuto della verità dogmatica costituisce un momento irrinunciabile del nuovo modo di fare scienza.
  Da tali premesse prenderanno il via tutte quelle istanze; molto eterogenee, in funzione delle diversità qualitative dei substrati culturali preesistenti, dei problemi specifici delle differenti aree geografiche considerate, dell'interesse per le singole discipline o per determinati campi di indagine; che conferiranno al pensiero illuministico quell'impronta così variegata e non uniforme, spesso contraddittoria, ma, proprio per questo, sua caratteristica.
  Peraltro, motivi contingenti di ordine politico, religioso, sociale ne determineranno la collocazione, il modo e il tempo di estrinsecarsi nei vari paesi con caratteristiche assai differenti ed in tempi diversi . Evidentemente però tutto questo nulla toglie alla nuova esigenza, prima profondamente sentita e quindi puntualmente realizzata, di promuovere vasti, concreti e rapidi scambi di notizie sulle nuove acquisizioni scientifiche per una fattiva circolazione delle idee, alla quale soltanto poteva essere affidato un serio e costruttivo confronto.
  Quale che fosse il punto di partenza, il ricorso alla ricerca del nuovo equivaleva ad un concreto tentativo di affrancamento dal bisogno; il progresso tecnico-scientifico e le scoperte da esso derivanti costituivano l'unico modo per aiutare l'umanità a progredire.
 Queste premesse dimostrano ampiamente le grandi difficoltà esistenti nel tentativo di trovare una soddisfacente definizione dell' illuminismo: esso rappresenta un particolare modo di vivere, di agire, di pensare, in grado di permeare la società nella quale riesce a pervenire, educando la mente dell'uomo ad un nuovo modo di valutare i fatti della storia, della società, della religione, della morale, della scienza; condizionando in tale maniera tutta la produzione spirituale, intellettuale e materiale dell'uomo. Questa produzione rappresenta oggi la più complessa, indelebile e significativa testimonianza di esso.
   Strettamente correlata con l'esigenza di libertà di pensiero e di ricerca è la necessità della verifica e del confronto del proprio operato che può avvenire, in modo compiuto, soltanto attraverso la conoscenza di tutto quanto è stato possibile acquisire su quel dato tema od argomento: il bisogno di promuovere una ricerca che non rappresenti più soltanto il soddisfacimento della curiosità di dilettanti votati alla scienza, illustri dilettanti ai quali tuttavia tanto oggi dobbiamo, ma una ricerca scientifica valida, che sia fondata su corretti presupposti ed articolata lungo il percorso ormai intravisto del ragionamento matematico.
  In tal senso, la collocazione periferica della Sicilia, ai confini dei grandi circuiti culturali dell'epoca, non penalizzò l'isola più di tanto, né limitò le sue molteplici possibilità di inserimento, a pieno titolo, nel più vasto contesto culturale continentale. In più, oggi è possibile affermare che al grande fermento intellettuale siciliano, al quale è stato accennato all'inizio, si deve una ricca e pregevole produzione dalla quale traspaiono chiaramente e comunque pressanti istanze tendenti ad inserire il composito e variegato mondo della cultura isolana nel più vasto ed eterogeneo movimento illuministico europeo.
  La ricerca non costituiva più il patrimonio privilegiato di pochi eletti che vi si dedicavano partendo da quelle conoscenze preesistenti che costituivano il patrimonio delle acquisizioni del mondo classico. Il nuovo metodo si proponeva di buttar via tutti i dogmi preesistenti per accedere al vero metodo sperimentale. Per fare tutto questo risultava però necessario uscire dai propri confini, alla ricerca di un confronto serio e produttivo che presupponeva la conoscenza e la corretta acquisizione del sapere altrui.    Da qui l'esigenza di costituire le Accademie, centri vitali di cultura molto diversi dalle Università, dove veniva esercitato l'insegnamento tradizionale. L'attività accademica si svolgeva invece come momento di incontro e di confronto per le attività svolte dai diversi Soci, operanti singolarmente od in gruppo, sia per iniziativa personale che per incarico diretto da parte degli organismi direttivi della stessa Accademia, su questo argomento ci si intratterrà più diffusamente in seguito.
  A questo punto, ed in stretta relazione con le innovazioni apportate in medicina dalle nuove scoperte, non è difficile comprendere come siano sorti e come si siano determinati quei contrasti culturali, sociali e politici che raggiungeranno la loro espressione più compiuta in questi anni.
  Infatti, accanto a questo processo di evoluzione, caratteristico dell'approccio ai problemi della conoscenza, risulta possibile cogliere anche una nuova visione delle problematiche sociali che traspare nettamente dal bisogno diffuso e sentito di creare condizioni adeguate per l'acquisizione, l'esercizio e la diffusione della cultura.
   Questa non deve, né può più costituire un patrimonio riservato a pochi eletti, non può più essere perseguita con i vecchi sistemi o con metodiche di indagine soggettiva, sulla base delle verità tramandate dal mondo classico. Non può più essere relegata ad ambiti ristretti, il processo di verifica delle proprie idee infatti richiede anche un confronto aperto e valido, che per essere tale necessita di strutture adeguate all'incontro per la discussione delle diverse tesi esaminate: per questi motivi si manifesta l'esigenza di riunirsi e di ritrovarsi in questi nuovi ambienti, più idonei di quelli tradizionali per svolgere tali attività, le Accademie.
   In Sicilia si può notare, in tal senso un fervore ed una operosità sostenute da precise volontà e solide basi se è vero che alcune di queste istituzioni operarono così bene ed a livello così elevato da essere considerate indispensabili, tanto da restare attive fino ai nostri giorni .
  Ad esse ed al loro modo di operare va riconosciuto un ruolo fondamentale nella diffusione del "nuovo metodo", esse rappresentarono, per tanto tempo, l'elemento propulsore ed il punto di riferimento attorno al quale gravitavano tutti gli interessi di quanti si dedicavano alla ricerca affrontando i problemi della "conoscenza", per la corretta interpretazione del mondo e dell'uomo, in tutte le loro complesse componenti.
  Il nuovo rapporto tra scienza e religione, sul quale, già da diversi secoli Abelardo aveva espresso il suo giudizio, tanto criticate da Chartres e condannate da Bernardo di Chiaravalle, prendeva finalmente corpo: una corretta ricerca della verità poteva avvenire soltanto con il ricorso al confronto delle idee, contrapponendo, l'uno all'altro, molti “sic et non” condizionati, per risolvere un problema con il ricorso al “dubbio metodico”. Un problema può essere considerato lucidamente, con onestà intellettuale, solo se si comincia col separare nettamente fede e scienza. La fede, spesso turbata da motivazioni emotive, non deve ostacolare continuamente il cammino della ragione; la ragione da parte sua non deve adoperare l'intelletto per distruggere, per mezzo suo, i misteri della fede che essa non può afferrare."
  Le idee di Bacone sono state definitivamente accettate, i nuovi intellettuali sono mossi anche da una grande voglia di diffondere il sapere: tutti gli uomini possono accedere alla conoscenza; l'appartenenza al genere umano costituisce la caratteristica fondamentale perché ciò possa avvenire; i metodi da seguire per giungere alla verità non sono difficili, sono semplici e possono essere esposti con linguaggio chiaro e per questo comprensibile.
  Per Cartesio la verità è nozione comune, e qualsiasi uomo può giungervi e riconoscerla, una volta liberatosi dai pregiudizi acquisiti durante l'infanzia. La ricerca della verità abbisogna però di un metodo corretto: esso può essere individuato facilmente e può essere trasmesso agevolmente e con chiarezza, sulla base del buonsenso comune.
  E' questo il nuovo modo pensare; di vedere e di affrontare i problemi dell'uomo; non soltanto quelli correlati con la conoscenza, ma anche quelli inerenti alla vita sociale, alle idee politiche, alle esigenze economiche. Questo nuovo modo di pensare penetra anche in Sicilia e viene condiviso da quegl'intellettuali che ne elaborano i contenuti, spesso anche arricchendoli.
  Essi provengono principalmente dalla classe borghese, anche se non mancano alcuni esponenti dell'aristocrazia e del clero colto, questi ultimi però ne costituiscono la minoranza e spesso vengono attratti più dalla curiosità, che da vero e interesse.
  Il pensiero di Cartesio era ampiamente conosciuto in Sicilia, la fisiologia da lui tracciata dimostrava un notevole distacco dalle precedenti teorie chemiatriche, alle quali era toccato tanto successo. Ormai la meccanica aveva soppiantato tutti i sistemi precedenti, risultando possibile, con l'applicazione delle nuove leggi fisiche, spiegare molte delle funzioni del corpo umano. In modo particolare ciò risulta valido per il movimento che Cartesio distingue in volontario ed involontario, dimostrando d’aver avuto una esatta percezione di quell'evento che in futuro sarà chiamato atto riflesso. Tutte le attività funzionali degli organi che costituiscono la macchina umana si verificano in obbedienza alle leggi meccaniche, soltanto l'attività razionale, che coordina tutte le funzioni e che è in grado di esprimere il pensiero, il linguaggio, la capacità di adattamento all'ambiente, fanno parte dell'anima razionale che emana direttamente da Dio. Tutto il resto può essere interpretato in chiave rigidamente meccanicistica.

 

 

 

 

 

 


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