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PROFESSORE GIUSEPPE DI GESU'
SITO DEDICATO ALLE SCIENZE CHIRURGICHE
Chirurgia Generale - Fisiopatologia Chirurgica
Storia della Medicina  
UOMO E SOCIETA'

 

 

ARTICOLI E CONFERENZE
Indice delle memorie riportate

1-Presentazione dell' Edizione Nazionale delle Opere di Giuseppe Pitré
2-Sulla gabella delle carte da gioco e sul gioco d'azzardo, nella città di Palermo tra XVI e XVII secolo.
3-Sul divieto di esercizio della prostituzione nella città di Palermo tra XVI e XVII secolo. 

 

  

1-Presentazione dell'Edizione Nazionale delle opere di Giuseppe Pitrè

Roma 13 maggio 2009, Biblioteca Casanatense.

Giuseppe Di Gesù

giuseppedigesu@gmail.com


   Le interessanti manifestazioni che hanno avuto luogo in questi giorni per l’Edizione Nazionale dell’opera di Giuseppe Pitrè, oltre a dimostrare il senso della considerevole fatica affrontata ed egregiamente portata a termine dal Presidente della Commissione Scientifica e dai suoi collaboratori, hanno raggiunto in modo ottimale l’obiettivo perseguito dagli organizzatori: quello di riportare al centro del dibattito culturale le reali motivazioni ispiratrici del Pitrè nella sua attività d’indagine, di ricerca e di riscoperta delle più remote e vere esperienze dell’uomo, in grado plasmare, nel corso del tempo, le caratteristiche distintive di una collettività, segnandone le corde più profonde dello spirito, al punto da conferire ad essa il modo d’essere peculiare di un raggruppamento etnico, antropologicamente ben definito e determinabile.

   Il termine “demopsicologia”, eponimo della cattedra universitaria conferita al Pitrè, sta a significare tutto questo ed esplicita chiaramente l’interesse per una metodologia d’indagine scientifica condotta sul territorio, “demos”; alla ricerca di abitudini di vita, di usi, costumi e tradizioni, da cogliere come manifestazioni dell’anima collettiva del popolo di appartenenza, “psuché”; con il fine di descrivere tutto questo patrimonio, per farne materia di confronto e di discussione, “logos”.

   La sua instancabile attività condusse il Pitrè alla pubblicazione della monumentale opera presentata in questi giorni, nel contesto della quale gli scritti che si riferiscono alle arti sanitarie in genere ed alla medicina in particolare assumono un ruolo di rilevante importanza.

   Va ricordato che il Pitrè era anche medico e che esercitò in maniera continuativa ed egregia la sua professione, con grande umanità e con l’impegno professionale che gli consentivano le conoscenze dell’epoca.

   Proprio la libera professione lo aveva portato a frequentare le più varie umanità ed i più disparati ambienti sociali, dai quali provenivano le interessanti annotazioni ch’era sempre pronto a raccogliere con pedante scrupolo.

   L’impegno nella sua attività gli consentiva di intrattenere rapporti con il popolo più vario e più vero: spesso, si ritrovava a dover percorrere i tanti vicoli di una città in cui le persone meno fortunate abitavano in ambienti fatiscenti e men che mai dotati delle più elementari norme igieniche. Per altro verso, non poteva esimersi dal frequentare i salotti esclusivi della nobiltà e della borghesia Palermitana.

   Per alcuni anni si impegnò anche in politica come consigliere nell’amministrazione comunale; carica che gli consentì, per qualche tempo, di reperire risorse economiche destinate alla realizzazione di importanti iniziative culturali per l’Accademia medica alla quale volle dedicare molto del suo tempo e delle sue energie.

   Un seppur breve riferimento ad essa è fondamentale per comprendere alcuni aspetti della complessa personalità del Pitrè. Quella che lui ne “La vita in Palermo 100 e più anni fa” chiama Accademia di Medicina è L’Accademia delle Scienze Mediche, fondata nel 1621, e per questo considerata una delle più antiche Accademie di Medicina dell’Europa. Tra i tanti meriti ch’Egli riconosce ad essa, è l’istituzione, fin dal 1770, di una condotta medica gratuita dedicata all’assistenza degli indigenti.
   Già da tempo l’Accademia rappresentava per la città di Palermo, priva ancora di un Ateneo, l’unica istituzione di riferimento per l’alta cultura nelle scienze mediche.
   Come riferisce lo stesso Pitrè, il Senato cittadino aveva attribuito all’Accademia il compito di gestire la sanità pubblica, delegando ad essa fondamentalmente: il controllo professionale sugli esercenti le arti sanitarie, l’aggiornamento periodico dei medici, l’espletamento dei concorsi per la nomina dei medici dell’Ospedale, la gestione degli eventi gravi come contagi e pestilenze, insieme con tutti i provvedimenti da adottare in questi casi.
   Pitrè, già socio dell’Accademia e componente del Magistrato con l’incarico di vicesegretario, il 18 dicembre del 1889 si propose e venne eletto all’unanimità segretario perpetuo. La sua prima preoccupazione fu quella di promuovere i lavori scientifici dei soci e di dotare l’Accademia di un bollettino annuale sul quale pubblicare le relazioni sui lavori svolti nel corso delle sedute programmate. Inoltre, per ogni volume dovevano essere riportati: gli elenchi dei soci per categoria, il rendiconto dell’attività ammi-nistrativa svolta, gli scambi di volumi con le biblioteche di tutte le istituzioni di Italia e d’Europa con le quali s’intrattenevano rapporti culturali, il carteggio epistolare con i soci nazionali ed internazionali. Un’operazione di grande impegno culturale ch’egli seguirà di persona dal 1890 al 1915.
   Gli “Atti dell’Accademia delle Scienze Mediche di Palermo” continuano ad essere regolarmente pubblicati a tutt’oggi. Dal 1975 al 2002 il sottoscritto ha ricevuto l’incarico di curarne la redazione ed ha provveduto ad ottenere dal CNR l’ISSN, che fin da quel momento è stato attribuito alla pubblicazione. La stessa, con la denominazione di "ATTI DELL'ACCADEMIA DELLE SCIENZE MEDICHE" è stata inserita nell’Ulrich’s periodical Directory.
   Volendoci ora soffermare sulle tematiche delle pubblicazioni a carattere medico che fanno parte della Edizione Nazionale delle Opere del Pitrè, dal volume sui “Quaderni di Medicina e Chirurgia”, appunti da lui raccolti durante la frequenza delle lezioni dei corsi universitari, è possibile definire un chiaro quadro delle conoscenze scientifiche del suo tempo. Non mancano anche riferimenti ad episodi e comportamenti di studenti e docenti che possono essere interpretati come espressione reale di quella società.

   Di estremo interesse il volume "Memorie, Relazioni, Studi", dalla lettura del quale è possibile cogliere i due aspetti che hanno segnato l'originalità e la correttezza della ricerca del Pitrè: il carattere magico delle credenze tradizionali frammisto con il carattere religioso delle credenze popolari; i rilievi scientifici di una medicina colta, eppure non sorda allo spirito del popolo. In merito a questa osservazione, vale per tutti l'invito alla lettura di opere, come, ad esempio, il "Lexicon Medicum" di Bartolomeo Castelli, opera scientifica per accellenza, nella quale sono riscontrabili molte delle credenze popolari raccolte dal Pitrè. Non può stupire più di tanto allora riscontrare nel tessuto popolare quelle credenze così lontane dalla cosidetta scienza ufficiale attuale, ma così vicine alla scienza di meno un secolo prima.
   Nel volume "Relazioni e verbali della Regia Accademia di Medicina" il sottoscritto, curatore dell'opera, ha voluto ricostruire il percorso scientifico della medicina durante gli anni in cui il Pitrè, come segretario perpetuo, ha curato ed organizzato l'attività di questo importante sodalizio culturale: dal 1889 al 1915.

   Altri due volumi,“Medici, Chirurghi, Barbieri e Speziali antichi in Sicilia” e “Medicina Popolare Siciliana” rendono ampiamente conto delle sue conoscenze del tessuto sociale dell’Isola e dell’impianto amministrativo che fin dal XIII secolo aveva costruito tutte le regole per l’esercizio di una sanità pubblica a dimensione umana.

   Sarebbe lungo e fuori luogo soffermarsi, in questa sede, su questa affermazione: si può ricordare soltanto che, fin dalla pubblicazione delle “Constitutiones” fredericiane furono previste: l’assistenza gratuita per gli indigenti, precisi doveri per i medici, un'organizzazione degli speziali nel territorio, il controllo della composizione dei farmaci, la regolamentazione all’accesso degli studi universitari, lo studio dell’anatomia sui cadaveri e così via. Prescrizioni queste rielaborate ed aggiornate in diverse occasioni e, in modo particolarmente moderno, nelle Constitutiones Protomedicales dell’Ingrassia del XVII secolo.

   Usi, credenze, tradizioni popolari contribuiscono ad intessere la trama complessa e intrigante di questi testi e finiscono per rappresentare la dimensione inconscia di una società che si pone come interlocutore privilegiato del legislatore, dal quale pretende precise determinazioni destinate a creare più che altro quel senso di sicurezza che, qualora venisse meno, potrebbe inficiare la stessa integrità dello stato.
   La metodologia scientifica del Pitrè traspare chiaramente dall’attenta lettura di tutta la sua opera: dapprima egli vuole conoscere, mediante un’indagine minuziosa e reale, la propria società nella sua interezza, analizzandone le due componenti fondamentali: quella dello spirito e quella della ragione.  La prima, è oggetto di studio della demo e della etno antropologia: la più vera e profonda interpretazione della società misurata attraverso l’entità dell’esplorazione e della raccolta di usi, di costumi, e di tradizioni, l’accurata catalogazione, la corretta interpretazione degli stessi. La seconda, è quella che si può conoscere e valutare esclusivamente raccogliendo ed analizzando i prodotti della scienza, delle lettere, delle arti. L’esame comparativo con le analoghe manifestazioni e produzioni nazionali ed internazionali potrà fornire ulteriori segnali di corrispondenza tra gruppi etnici diversi.
   In questo modo Pitrè dimostra l’efficacia, la grande valenza scientifica ed il significato profondo del suo progetto: uno sforzo continuo indirizzato ad interpretare le dinamiche psicologiche di una società, attraverso l’analisi dei comportamenti antropologici che di essa costituiscono l’espressione fondamentale; l’evoluzione di tali comportamenti sotto gli influssi di nuove sollecitazioni, quando nelle pieghe delle insicurezze ancestrali e delle insoddisfacenti reminiscenze del mito, l’incontro con altri patrimoni socio-antropologici e diversi bagagli etno culturali, sembra offrire l’opportunità di colmare alcuni vuoti e di correggere proiezioni inconsce di singole personalità umane o di gruppi sociali, più o meno numerosi, ma comunque ben individuabili per le loro caratteristiche.
   Nel Pitrè tutto ciò avviene in un quadro ben definito e di contestualità storica, si fonda sulle numerose testimonianze ricercate con cura negli archivi esistenti, sugli atti del Senato palermitano, sulla produzione letteraria e scientifica conservata nella biblioteche locali e centrali o tramandata dai soci dell’Accademia di Medicina. Un lavoro commendevole, che merita di essere apprezzato non solo per le opportunità di conoscenza che offre a chi legge, ma anche per il profondo significato che assume, come contributo di notevole ed insostituibile spessore culturale, nella definizione di un’originale ed efficace metodologia di studio e di approccio scientifico.
   Peraltro, nelle memorie pubblicate dal Pitrè sugli Atti dell’Accademia, l’Autore riesce a trasfondere non soltanto il suo immenso patrimonio culturale di medico e di demopsicologo, ma anche il suo profondo senso storico, manifestando, in questo modo, le intenzioni più profonde di questo suo progetto culturale: la realizzazione dell’analisi antropologica scientifica, corretta e completa della propria società, di quel contesto sociale particolarmente articolato e complesso, nel quale, nel bene e nel male, aveva avuto comunque modo di condurre la sua esistenza.

 

2-SULLA GABELLA DELLE CARTE DA GIOCO E SUL GIOCO D'AZZARDO, NELLA CITTA’
DI PALERMO TRA XVI E XVII SECOLO.

Commento ai Bandi.
G. Di Gesù

 

   La lettura dei tre bandi riportati, emessi a diversi intervalli di tempo, a protezione della gabella sulle carte da gioco, riesce a dare una visione abbastanza completa del fenomeno che il legislatore vuole impedire: l'utilizzazione di carte fabbricate a Messina e nell'isola di Malta, zone franche e per questo motivo esenti della tassa di bollo, che invece viene prevista per le carte stampate e vendute in Palermo ed in tutto il resto del Regno di Sicilia.
   Non v'è dubbio che alla base della frode che si svolge con notevole frequenza, "quotidianamente", esiste un’agevole possibilità da parte dei rivenditori di carte, da parte dei giocatori e di coloro tutti che organizzano i giochi, tanto nelle case private che in pubblico, di venire facilmente in possesso delle carte prive del bollo, che attesta il pagamento della gabella, e sicuramente molto più a buon mercato.
   In tal senso, sembra molto probabile che il notevole sviluppo delle comunicazioni per via marittima che la Sicilia ha sempre vantato abbia potuto costituire, insieme con l'occasione di continui contatti con i popoli dei paesi del bacino mediterraneo, anche una opportunità, quanto mai favorevole, per l'approvvigionamento di merce che oggi definiremmo di contrabbando, perché non sottoposta alle norme di tassazione vigenti all'interno dello stato. Da questa considerazione però ne deriva necessariamente un'altra: un traffico del genere, evidentemente, non avrebbe avuto motivo di esistere, se non in funzione di un vasto e fiorente mercato. Notevole quindi doveva essere il consumo di carte da gioco, tale ad ogni modo da giustificare i rischi correlati con questa attività illegale di introduzione abusiva di merce nel territorio.
   Tutto quanto fino ad ora esposto ci aiuta anche a comprendere il perché delle precise definizioni, riportate nell'ultima parte del bando, per alcune categorie di lavoratori. A prescindere infatti dalla vasta diffusione del vizio del gioco a persone "privilegiate tanto cittadine""di qualsivoglia stato, grado e condittione", questi ultimi: corrieri, lettighieri, mulattieri, marinai, etc...,  per l'esercizio del proprio mestiere, erano costretti a spostarsi, per via di terra e per mare. Esistevano quindi ampie possibilità di contatti commerciali e diverse modalità di approvvigionamento e di diffusione delle carte abusive sia nell'ambito cittadino, che nei paesi del circondario e nelle zone interne dell'Isola.
   Che la volontà del legislatore fosse abbastanza decisa nel punire la contravvenzione della norma si evince inoltre dalla decisione di indurre e promuovere la delazione: per la condanna infatti risulta sufficiente, il rinvenimento del corpo del reato dietro indicazione di due testimoni, ai quali va un terzo della somma che viene pagata come ammenda.
   Alla fine del bando, si ritrova inoltre un chiaro riferimento alla falsificazione del bollo, in legno o in rame, utilizzato dall' “Arrendatario”: infatti nessuno di "qualsivoglia stato, grado, e conditione che sia, prosuma fare intagliare" sigilli della regia corte o del titolare della gabella, se non vorrà incorrere nelle pene previste per il delitto di falsario e adulteratore.
   A prescindere comunque da tutte queste considerazioni, la lettura del "BANDO, E COMANDAMENTO D'ORDINE DELL'ECCELLENTISSIMO SIGNORE DON CARLO FILIPPO ANTONIO SPINOLA COLONNA MARCHESE DE LOS BALBASES..." promulgato il 7 giugno del 1710, induce ad alcune riflessioni sulla origine e sul tipo di normative esistenti in materia di giochi di carte sia in Sicilia che al di fuori dell'Isola.
   Pur non esistendo date e riscontri precisi sulla  introduzione delle carte da gioco in Europa ed in Italia, è ormai definitivamente accettata la presenza di giochi di carte in Italia fin dal 1299. Per quanto riguarda gli altri paesi europei se ne può dimostrare la presenza in periodi successivi: già dall'inizio del XIV secolo in Francia, in Spagna dal 1371.
   E' interessante in proposito ricordare che nel registro della Camera Comitale di Carlo VI viene riportato l'acquisto di tre giochi di carte.
   In un cartaceo conservato nel British Museum, (Tractatus de moribus et disciplina humane conversacionis- fondo Engerton n. 2419) di cui fa cenno Gabriele Mandel ne "I tarocchi dei Visconti", si descrive un gioco di carte pervenuto nel 1377, nel quale vengono raffigurati i tempi e lo stato del mondo. Il gioco viene paragonato agli scacchi per l'esistenza in esso di figure simili come i fanti, il re e le regine.
   In Inghilterra vengono richieste, per la prima volta, forme di salvaguardia delle prerogative di manifattura delle carte da gioco e protezione contro l'importazione dai paesi stranieri: siamo nel 1465.
   La prima lettera patente per la tassa di importazione venne accordata però dopo un secolo e mezzo, nel 1615, da Giacomo I di Inghilterra; la tassa per i fabbricatori venne creata 13 anni dopo e soltanto dal 1765 venne utilizzato il bollo su carta che, per gli inglesi, veniva riportato sull'asso di spade.
   Anche in Sicilia, in effetti, la istituzione della gabella per le carte da gioco ha una origine ben più remota, rispetto a quanto è possibile evincere dalla lettura del bando riportato. Nel 1625 il Cardinale Doria, Luogotenente e Capitano Generale del regno, aveva già provveduto alla promulgazione di un bando che, nella sua prima parte, ricorda tanto quello che sarebbe stato pubblicato a distanza di quasi un secolo.
   Vi è di più: la normativa del Doria inizia con queste parole "Havendo de prossimo espirato l'affitto della gabella delle carte di giuocare & giudicatosi conveniente al servitio di Sua Maestà che quella si tenghi in administrazione per sin ad altro ordine di Sua Signoria Illustrissima...".
   Evidentemente la gabella era stata istituita già da tempo ed il Luogotenente generale del regno si preoccupava di rinnovarla.
   Siamo nel 1625, sono anni molto duri questi per il popolo di Sicilia che si difende dalle epidemie di peste, ritornata a colpire diverse volte, nel volgere di mezzo secolo, la terra di Sicilia. E' proprio durante la reggenza del Cardinale Doria che la popolazione di Palermo viene più che decimata da questa epidemia che, tra l'altro, costituisce la dimostrazione più evidente del grande grado di povertà e di indigenza del popolo. Sono gli anni in cui per la risoluzione del contagio si organizzano processioni a Santa Rosalia, le ossa della quale sono state appena ritrovate su monte Pellegrino. Ma in questo modo le grandi adunanze di popolo determinano migliori condizioni per il contagio e per l’ulteriore sviluppo della malattia e della sua letalità.
   Malgrado questo il gioco di carte continua a costituire un diversivo al centro dell'attenzione di nobili e di plebei: anche se le perdite da esso derivanti potevano compromettere la solidità dei più cospicui patrimoni. Eppure non vi sono eccezioni, tutti gli strati sociali mostrano un grande interesse per il gioco in genere, e per quello delle carte in particolare. I danni derivanti dal gioco d'azzardo sono notevoli e chiara è la posizione della Chiesa che fin dall'inizio li condanna. I puritani d'Inghilterra definirono le carte "libro delle immagini del diavolo"; il Corano proibiva severamente i giochi in genere, compresi quelli con le carte: "credenti! Le bevande fermentate, il gioco d'azzardo, gli idoli, le frecce divinatorie, sono solo una sozzura diabolica. Evitateli e sarete felici. Il diavolo desidera unicamente suscitare tra voi con il vino e il gioco d'azzardo, l'inimicizia, l'odio, e distogliervi dal pensare a Dio e alla preghiera".
   Ma, a parte la condanna morale del gioco da parte delle religioni, anche le istituzioni si preoccupano per gli effetti deleteri determinati dal vizio per il gioco: nel 1378 i giochi di carte venivano proibiti a Ratisbona; 1397 la prefettura di Parigi riscontrava che "numerosi operai e gente del popolo" abbandonavano "la famiglia e la propria occupazione durante i giorni lavorativi per darsi al gioco delle bocce, dei dadi, delle carte" e faceva "divieto a suddette persone di dedicarsi al gioco durante i giorni di lavoro".
   Alcuni studiosi del fenomeno si sono posti l'interrogativo del perché le carte avessero avuto tanto successo: e non ci si deve stupire poi più di tanto se qualcuno ha attribuito ciò al fatto che le carte hanno costituito un incentivo importante per il rischio, per la competizione, anche tra persone che mai avrebbero avuto modo di confrontarsi, come gli appartenenti a ceti sociali diversi, distanti; o tra il mondo femminile e quello maschile. Cose impensabili per i tempi cui ci riferiamo, ma che dimostrano comunque che la passione per il gioco può far superare finanche ostacoli che altrimenti sarebbe stato utopistico pensare di rimuovere.
   In alcune occasioni le carte venivano utilizzate anche a scopo istruttivo, quando si pensi alla utilizzazione di esse per insegnare ai giovani eredi al trono francese, nel XV secolo, i nomi degli altri sovrani.
   In altri casi, a scopo commemorativo di ricorrenze importanti: e ciò fino ad anni a noi molto più vicini, si pensi alle carte stampate in occasione del matrimonio del Duca di Berry con Carolina di Napoli, siamo addirittura nel 1816.
   Nel bando riportato, del 1710, non vengono posti divieti ai giochi di carte, contrariamente a quanto e possibile leggere nel bando del Cardinale Doria, del 1625.  
  Nella seconda parte di quest'ultimo vengono stabiliti i giochi leciti e quelli proibiti, viene ricordato che i giochi sono vietati nelle "taverne, osterie, baratterie", che non è possibile giocare "tutti li matini delli festi comandati durante le messe, ne tutti li giorni di venerdì di marzo".

   E' evidente l'incongruenza esistente tra il divieto per il gioco e la severa protezione della gabella per le carte: da una parte si vuole assicurare un guadagno sicuro alle casse dello stato; dall'altra vengono emanate delle restrizioni e dei vincoli che appare utopistico possano essere realmente verificati nell'ambito almeno delle case private e dei salotti bene, come pure nei locali clandestini ove la pratica del gioco viene espletata.
   Eguale incongruenza è possibile cogliere negli altri bandi emanati sullo stesso argomento, promulgati il 3 marzo 1721 dal Pignatelli ed il 14 aprile del 1764 dal Fogliani.
   Quello promulgato invece dal Corsini il 4 luglio del 1740 è diretto a vietare il gioco d'azzardo.
   Dopo un'ampia premessa che identifica il gioco come la causa "originaria d'infiniti furti, frodi, omicidi, assassini, sacrilegi, ed altri delitti", il legislatore vieta, in virtù del bando "cunctis futuris temporibus valituro", a qualsiasi "persona di qualsiasi stato, grado, e condizione Cittadina, e Forastiera,..." i giochi di "carte, dadi, palte, biribisso, riffe, bassetta, cartetta, faragone, tredici e quindeci di sola zara, e di parata, e di qualsivoglia sorte consimile con qualunque nome possa essere nominato il giuoco, e questa proibizione s'intenda ancora in tempo di fera, solamente permettendosi in detto tempo il giuoco della beneficiata...".
   A questo atteggiamento così restrittivo, che prevede pene pecuniarie anche molto severe, segue una certa liberalità quando, successivamente, il bando recita: "Si permettono però nelle case, per semplice divertimento, li giuochi leciti di carte, tarocchi, trucco, o di vigilar purchè nelli medesimi non v'intervenga frode alcuna, come si è spiegato, altrimenti s'intendano incorsi nella sopradetta pena i controventori".
   E' lecito quindi giocare a carte in privato, purché non si tratti di giochi d'azzardo: in altri termini, molto più espliciti, il gioco viene permesso purché da esso non derivino tutti quei mali che il bando recita nella sua introduzione.
   Da questo atteggiamento del legislatore probabilmente deriva quel codice di onore che per tanti anni, e, per alcuni, ancora oggi, impone il soddisfacimento dei debiti di gioco: infatti la tacita accettazione ed il rispetto per le regole del gioco evitava qualsiasi contestazione, ogni lite o quanto peggio.
   D'altra parte, v'è da osservare che un divieto assoluto del gioco di carte, oltre a determinare allo stato un danno economico non indifferente per la soppressione di una tassa di non poco conto, difficilmente sarebbe stato accettato proprio dagli stessi nobili che trascorrevano le serate nei circoli e nei salotti a giocare.
   Nel 1790 il Di Blasi scriveva che "il lusso e il giuoco erano sempre in Sicilia le passioni dominanti della nobiltà"; mentre Denis Mack Smith ricorda che "gli stessi nobili pregarono il re di rendere illegali i loro sperperi dal momento che, con la sola volontà, si sentivano incapaci di porre un freno alla gara per raggiungere posizioni si sempre maggior prestigio".
   Dal Pitré apprendiamo che “Comune era nelle conversazioni pubbliche e private il giuoco; senza del quale la distrazione più dilettevole, e quindi l'attrattiva migliore, sarebbe mancata. Nelle grandi feste con solenni ricevimenti, Vicerè, Pretori e signori di alta levatura avrebbero creduto di venir meno alle regole elementari di cortesia non ordinando sale con tavole per giuoco: e «fare il tavolino» era, ed è tuttavia, la espressione propria di questa maniera di passare il tempo e di mettere in moto la borsa”.
 
  “Alcuni vi si appassionavano a tal segno che ogni altra cura passava per loro in seconda linea. Il giuoco era fascino morboso, ossessione. Lunghe ore del giorno, intere notti, essi rimanevano attaccati a quelle sedie, a quelle tavole: gli occhi avidamente fissi sui gruzzoli di monete che facevano monticelli nel centro; lo spirito tremebondo al muovere di una carta, dalla quale dipendeva la sorte loro, della loro famiglia. Il ricco d'oggi poteva non esserlo più domani; senza testamento, l'ultimo giocatore diventare il facile erede d'un feudo. L'eguaglianza di ceto regnava sovrana tra disuguali per censo; ogni cuore chiudevasi alla pietà, ed il dolore d'uno era la gioia d'un altro”.
   “Nè solo dei nobili era rovina il giuoco, ma, in generale, di qualunque persona vi si appassionasse; e però della sua condizione economica, della sua salute, della sua felicità di borghese”.

   “La calabresella, il tressetti, la primiera: ecco i passatempi preferiti, ma la bassetta specialmente, la quale si faceva anche con donne. Come giuochi pericolosi d'
azzardo, il Governo li bandiva sempre, e più severamente che mai il 14 dicembre 1776. Il secondo Marcantonio Colonna vietava non solo che si giocasse, ma anche che si vedesse giocare a «bassetta, biribisso, primiera di qualsivoglia sorte, goffo, stopo con invito, trenta e quaranta, cartetta, banco fallito, regia usanza, o sia tuppa, faraone, paris e pinta, passa-dieci, sette a otto, scassa quindici» ecc.; ed al contrario permetteva «quei giuochi leciti che si usano per onesto sollievo del corpo e dello spirito, quali sono i giuochi tresette, riversino, picchetto, gannellini, scarcinate, calapresella, gabella ed altri simili non espressati, nè proibiti, purchè non importino in qualunque modo e maniera invito e parata». Non è già, ripetiamo, che il giuoco fosse passatempo esclusivo dell'alto ceto; tanto vero che il bando viceregio accordava che i giuochi permessi ed altri d'altro genere, pur essi tollerati, si potessero usare «nelle case de' particolari, nelle botteghe de' mercadanti, caffè, barbieri ed altri artigiani, ed avanti le medesime»; ma ci vuol poco a vedere che chi non possiede, non ha nulla da perdere: e le grandi fortune non potevano restar compromesse da queste piccole concessioni. Le gravi perdite avvenivano nelle grandi case, dove i pingui patrimonî erano fomite alla malsana inclinazione”.
   “Il Caracciolo rinnovò gli sforzi dei suoi predecessori col vecchio bando, rimasto però lettera morta. Le condizioni dell'abuso eran sempre le medesime dei secoli precedenti, a nulla essendo valsi capitoli di Re, prammatiche e costituzioni di Vicerè. Il male si era invece acutizzato per modo che egli dovette in forma solenne confessare essere in Palermo il giuoco «funesta origine delle maggiori enormità...; tutti sieguono perdutamente nella istessa ostinazione, non curando neppure la propria rovina, nè lo scompiglio e desolazione delle proprie famiglie»”.

   “D. Ippolito de Franchis impiegò mezza giornata per leggere sulle pubbliche piazze l'ordine viceregio; ma fu fiato buttato anche il suo, perchè la passione non riconosce impero di legge, ed i giuochi proibiti continuarono nelle sale dorate e nei
rendez-vous d'ogni sorta. Meli, che più volte alluse all'ingrato tema, vi lasciò cadere in arguti terzetti la sua urbana satira, descrivendo i giocatori in gara nell'assalire il più potente tra loro”: 
 

E ddà si vidi càdiri da l'altu 
Un suldatu senz'arma, e l'autru resta 
Cu l'occhi bianchi e lustri comu smaltu;
N'autru di stizza e colira si 'mpesta, 
E n'autru cu la sorti 'ntra lu pugnu
Va a tuccari lu celu cu la testa.
La maggior parti rusica un cutugnu,
Pirchì si senti supra l'anca dritta
Di lu cuntrariu sò lu rastu e l'ugnu. 

   “Accecati come erano, non facevano mistero dell'audace trasgressione, e non pensavano a nascondersi, neanche quando persone estranee al paese, tra lo stupore e la paura per l'insensato sperpero, stavano a guardarli. In barba al Governo, il biribissi faceva proseliti più che altro passatempo; la attrattiva di poter prendere sessantaquattro volte più della somma puntata sopra un numero, trascinava. Gli stessi giuochi leciti, consentiti da Re e da Vicerè, compreso il Caracciolo, eran tutt'altro che innocui, e bisognerebbe sapere che cosa ci fosse sotto, se gli scacchi, stati introdotti dal Fogliani, destavano tanto entusiasmo nelle conversazioni nobili e civili, come non sarebbe inutile ricercare perchè infiniti proseliti contassero i tarocchi, fatti conoscere dal Vicerè Gaetani di Sermoneta”.
 
Inoltre, nell'elenco delle maestranze del settecento, fecero la loro prima comparsa in Palermo i "cartari": "questo significa che il numero dei fabbricanti di carte era tale da costituire una vera e propria corporazione, come le altre del tempo: e non poteva non esserne ragione il considerevole spaccio della tanto ricercata e pericolosa merce.
  La passione per il giuoco faceva sì che si cadesse nelle mani di gente di malaffare: "Truffatori in diversa maniera, ma oziosi e vagabondi, componevano altra malnata genia che adescava al giuoco i semplicioni e gli ingenui. Ed eccola in buona giornata correre nelle vicine campagne, ingombrarla qua e là di varie ruote di giocatori di carte o di dadi con molte frodi del giuoco stesso e con l'intonazione musicale di orrenda bestemmia"
   I diversi bandi emessi dal legislatore per impedire il giuoco restavano praticamente lettera morta:
   Ulteriori conferme a questo stato di cose è possibile trarre dalla lettura delle pagine di Michele Palmieri, che contribuiscono a definire un ritratto fedele della nobiltà siciliana dell'epoca.
   Quanto fino ad ora descritto induce ad alcuni interrogativi: primo fra tutti, se anche nelle altre aree geografiche della penisola la passione per il giuoco fosse così diffusa come in Sicilia.
   In proposito ci sembra estremamente utile, per le notizie che se ne possono ricavare, consultare un saggio pubblicato a Venezia nel 1755, ad opera di Giovanni Ambrogio Tonischi, al quale rimandiamo il lettore che fosse interessato a notizie più dettagliate sull'argomento.
   In essa l'Autore descrive con molta cura la condizione della società nei confronti del giuoco nel diciannovesimo secolo.
   "Non è meraviglia, se predominando nel nostro secolo più che in altro mai fosse il costume del giuoco, signoreggi questo liberamente tra le Nazioni Cristiane in mezzo a persone d'ogni grado, d'ogni età, d'ogni sesso, e seducendo con un dolce incantesimo l'animo ancor de' più colti e de' più saggi, vada sempre più dilatandosi in ogni forma, e guadagnando seguaci. Infatti si conversa oggi sol per giuocare, nel giuoco si adempie agli offici di cortesia, col giuoco si manifesta il talento sciolto, e brillante; e se taluno, o in esso mostrasi freddo, o di esso non vago, eccolo tosto accusato, per un uomo melenso, o di genio tetro, e impolito"
   Il giuoco ormai non costituisce più soltanto l'impegno di coloro che amano il rischio; esso è divenuto parte integrante della vita di coloro che svolgono un ruolo sociale aperto. Non accettare il giuoco equivale ad isolarsi, ad uscire dal mondo culturale e sociale nel quale ci si trova inseriti per diritto di nascita. Il giuoco non è soltanto un mezzo per raggiungere determinate emozioni, esso costituisce anche con il fine da raggiungere: senza di esso si chiudono le porte della società; coloro che non amano giuocare sono considerati quasi come dei soggetti asociali.
   "Quando si dice giuoco, ognuno subito intende quel delle carte, e non già quel tale, in cui destasi, o si assottiglia l'ingegno; poichè la troppa attenzione da una parte, e dall'altra la poca speranza del pronto e grosso guadagno ha renduto questo stucchevole, e sciapito; ma sì bene quell'altro che volgarmente si dice d'invito in cui, o niuno, o pochissimo luogo ha l'industria, ma tutto dipende dal risico, e tutto aspettasi dalla sorte".
   Quest'altro brano fuga ogni ultimo dubbio, se pur ve ne potessero essere, anche dal tipo di giuoco che ha riscosso tanto successo, e, nel contempo, definisce con estrema chiarezza che si tratta di giuochi di carte e di giuochi d'azzardo.
   Il Tonischi nella sua chiara disamina del fenomeno in oggetto ricorda anche le leggi più importanti emanate allo scopo di limitare il fenomeno: quelle di Luigi XIII del 30 maggio 1611 e del 15 gennaio 1629; il decreto del parlamento di Parigi del 22 febbraio del 1710; le leggi proclamate dal Consiglio dei dieci della Repubblica di Venezia il 29 dicembre 1628; la normativa di re Carlo delle due Sicilie del 1753, con la quale venivano confermati tutti gli antichi bandi e prammatiche, veniva imposta nei confronti dei trasgressori la nota d'infamia, si ingiungeva con la massima severità il divieto dei giuochi d'invito e di parata.
   Non da meno i veti proclamati dalla Chiesa: nel corso del concilio Generale Lateranense fu posto per gli ecclesiastici anche il veto a partecipare come spettatori; il Cardinale Borromeo aveva già emesso specifici divieti fin dal 1505.
   Tutto questo non riuscirò però a frenare la morbosa passione e la frenesia per il giuoco.
   La veloce disamina sin qui compiuta sul ruolo sociale assunto, nel corso del XVIII secolo, dai giuochi di carte determina ovviamente non poche perplessità sugli effetti determinati dai bandi qui riportati, e che hanno costituito il tema di questa digressione.
   Non v'è dubbio che il grande consumo di carte costituiva un motivo più che interessante per dedicarsi al commercio delle stesse, anche in termini concorrenziali: questi comportavano necessariamente il ricorso a carte fabbricate al di fuori del territorio per il quale esisteva una gabella imposta dal governo.
   Nell'Isola ciò poteva avvenire facilmente, in quanto era possibile un facile approvvigionamento di tale materiale dal territorio franco rappresentato dalla città di Messina e dai territori dello stretto; o dall'isola di Malta.

 Bibliografia essenziale 
1-Carte da giuoco, Tassa di bollo, Bando e Comandamento del Regno di Sicilia del 22 marzo 1625. 
2-Bianchini Francesco, Carte da giuoco. 
3-Bullet  Recherches historiques Hughes Bernard , Old english playing cards, in The concise encyclopedia N.Y.
4-Almanacco dei giuochi di carte..., E. Sonzogno Editore Milano 1864.
5-Durelli Giuseppe, Saggi e riflessioni sopra i giuochi d'azzardo...
6-Claude Aveline, Il codice dei giochi,  Rizzoli, Milano, 1964.
7-Mandel Gabriele, I tarocchi dei Visconti, Monumenta Longobardica, Bergamo 1974.
8-Denis Mack Smith, Storia della Sicilia Medievale e Moderna, Laterza, Bari, 1971.
9-Michele Palmieri di MiccichŠ, Costumi della corte e dei popoli delle due sicilie, Longanesi e C., Milano, 1987.
10-Pitrè Giuseppe, La vita in Palermo 100 e più anni fa, Il Vespro, Palermo 1977.
11-Benham W.G., History of the Pack and explanations of its many secrets, 1931.
12-Chatto W.A., Origin and History of playing cards, 1848.
13-Morley H.T., History of old and curious playing cards 1931.
14-Taylor Rev. E.S., History of playing cards 1865.
15-Tonischi Giovanni Ambrogio, Saggi e riflessioni sopra i teatri e giuochi d'azardo, Venezia, S. Occhi 1755.
16-Hargrave C.P., A history of playing cards and a bibliography of cards and gaming , 1930.
17-Philips H., Westall B.C., The complete book of card games, 1939.
8-Philips H., The pan book of card games, 1960.   

 

3-SUL DIVIETO DI ESERCIZIO DELLA PROSTITUZIONE NELLA CITTA’ DI PALERMO
TRA XVI E XVII SECOLO.

Commento ai Bandi
G. Di Gesù

 

   La conoscenza e la corretta interpretazione delle leggi e dei regolamenti sui quali si regge uno stato possono consentire, anche a distanza di molti anni, la ricostruzione di un quadro sufficientemente affidabile non solo delle condizioni di vita, del livello culturale e delle manifestazioni sociali proprie del popolo per il quale tali leggi sono state create, ma anche del tipo, e della qualità dell’amministrazione che le ha emanate.
   Questo quadro, per altro, può risultare ancora più definito e più aderente alla realtà quando si riesca a comprendere anche i caratteri fondamentali ed i risvolti umani d’interesse prevalente, nella società in esame.
   Per tali motivi può essere opportuno soffermarsi sulle condizioni ambientali, sulle modalità di vita vigenti, su quegli aspetti particolari della realtà sociale, per i quali gli ordinamenti sono stati emanati,  "Meno  le due vie principali, il piano del Palazzo, la via Alloro ed altre di second'ordine, delle quali il Senato prendeva speciale interesse, tenendovi fanali che anche oggi sarebbero singolare ornamento; la maggior parte della città rimaneva al buio. Solo qualche rado lumicino e la scialba luce delle lampade innanzi le edicole dei santi rompeva le fitte tenebre delle viuzze e dei cortili quando la città era immersa nel silenzio della notte;... “La oscurità non poteva non favorire anche il mal costume, fomentato soprattutto dall'eterno bisogno. Dove quella era più fitta, quivi si raccoglievano male femine, delle quali era una vera falange. Nel rione dell'Albergaria esse infestavano luoghi reconditi, attiratevi specialmente dalla vicinanza dei quartieri militari. Il vicolo degli Zingari, presso Porta di Castro, parla ancora. In tutta la città però queste sacerdotesse di Venere si raccoglievano all'ombra delle conniventi “pinnati”, numerosissime anche dopo il provvido “repulisti” che ne fece, Pretore il Regalmici, la Deputazione delle strade, e per vecchio costume riducentisi in que' posti del Cassaro che agevolavano le fermate e ne proteggevan le clientele; onde il titolo di “cassariote” col quale le vedremo" (1)
   Riportare questo brano, che Giuseppe Pitrè dedica alla Palermo di fine '700, con i suoi usi ed i suoi costumi, i vari aspetti di un folklore isolano con prerogative esclusive, caratteristiche di una civiltà ricca di un immenso patrimonio umano, sociale e culturale, ci sembra il modo migliore per entrare nel merito delle prescrizioni riportate nei bandi letti in precedenza.
   Avremmo potuto ricordare anche una descrizione del Palmieri di Miccichè (2), o di qualcun altro dei tanti scrittori che si sono interessati agli usi e costumi di Sicilia e di Palermo, senza dimenticare i numerosi viaggiatori che, dopo essersi soffermati ad analizzare con spirito critico gli aspetti più caratteristici della vita di Sicilia, ne davano ampio resoconto nei loro scritti.
   La descrizione del Pitrè però ci soddisfa di più  perché ci dà un’immagine immediata delle condizioni ambientali che si prestano particolarmente alle esigenze delle prostitute; è possibile ancora cogliere agevolmente, in essa, i momenti fondamentali di quel fenomeno che, per realizzarsi, richiede alcune complicità: il buio; l'esistenza di una popolazione bendisposta come i militari; la presenza di zone appartate o comunque protette dalla visuale. Erano queste formate dalle “pinnati” o tettoie che si trovavano diffuse nei mercati, in prossimità delle porte di accesso alla città, nelle zone destinate agli affari, agli incontri con i frequentatori occasionali della città, provenienti dai paesi dell’immediata periferia. Ai viaggiatori che si recavano nel capoluogo poteva accadere, a volte, di non riuscire a svolgere le incombenze in tempo utile per uscire prima dell'ora di chiusura delle porte.
   In un altro passo il Pitré‚ giustifica proprio con questo evento le pressanti richieste degli abitanti perché si differisse "almeno fino a due ore di sera" la chiusura della Porta di Castro o che si "protraesse tutta la notte l'apertura di Porta di Termini"(3).
   E sicuramente non era sufficiente, per controllare i traffici notturni, il servizio della ronda che "preceduta da una “cavarretta”, che rischiarava strade e viuzze, … andava in giro. Ogni persona dubbia che incontrasse, la ronda la fermava, ed il “cavarretta” con la sua lucerna fissavala di sorpresa. Per poco che un sospetto cadesse su di lei, veniva tratta in arresto" (4). “Una canzone, nata e cantata nel Luglio del 1774, ricorda la severa pratica:


Pigghiannu la lanterna             prendendo la lanterna
Mittennula a la facci,               illuminando il volto,
Chiddu chi 'un avi 'mpacci,     chi non ha cose da nascondere,
Già vota e si nni va.                si gira e se ne va


    La qualificazione di “porta-lanterna”anche oggi viene applicata al più spregevole aguzzino, e, per traslato, a chi commette azioni birresche”.
   Per tale motivo si proibiva alle "Donne impudiche" di frequentare le vie della città superata l'ora una di notte; era altresì vietato che sostassero sulle scalinate delle chiese, presso i cimiteri, nelle aree della città destinate ai mercati ed alle passeggiate, in particolare quella della Marina.
   Di questa il Palmieri (5) dà una descrizione accurata sottolineando le usanze delle signore che creavano così le occasioni per i loro incontri.
   Anche il Genuardi, nel suo volume su "Palermo" ne parla: "I viaggiatori stranieri, e non furono pochi, in quei tempi ci descrivono la città, parlandoci di quella passeggiata a mare che seralmente nelle ore del convegno soleva essere illuminata solo, e quando questa c'era, della luna. Il che dava gran libertà nel vestire e nelle azioni"(6).
   Tutto quanto riportato fino ad ora contribuisce a rappresentare la Palermo del '700 con alcuni degli aspetti più caratteristici di quelle abitudini isolane, prerogativa esclusiva di una civiltà estremamente complessa.
   E' forse questa la maniera migliore per raffigurare in via immediata e limpida, con quella chiarezza che qui diviene indispensabile, il mondo, la società, le abitudini tra le pieghe delle quali trovava modo di emergere e di estrinsecarsi il fenomeno sociale della prostituzione.
   A questo punto può essere opportuno porsi alcuni interrogativi diretti ad interpretare il senso reale, pratico, da attribuire alla pubblicazione dei bandi: quale è il vero significato che bisogna conferire ad essi; quali motivazioni potevano avere spinto il legislatore ad emanarli; quali effetti, infine, avrebbe sortito la loro applicazione.
   Le risposte a tali interrogativi non sono semplici: un aiuto, in tal senso, potrà venire solo dalla interpretazione di almeno alcune delle caratteristiche fondamentali del fenomeno in studio e delle modalità di esercizio del meretricio in quel periodo storico.
   Per questo risultano estremamente utili le notizie riportate nelle innumerevoli pagine della vasta letteratura su gli usi e sulle abitudini del popolo di Sicilia e di Palermo.
   Tra le opere più valide esistenti sull'argomento, consideriamo più pregevole, senza dubbio, la "Storia della prostituzione in Sicilia, di Antonio Cutrera, compilata con notevole rigore scientifico, alla quale si rimanda il lettore che volesse approfondire le sue conoscenze sull'argomento (7 ). In essa, nel corso di un ampio excursus che ha inizio nel periodo greco-romano per giungere fino al XIX secolo, l'Autore ricostruisce gli aspetti storico-giuridici del fenomeno attraverso l'esame di una ricca ed interessante documentazione che viene riportata nella stessa monografia.
   Alla società siciliana del '700 il fenomeno della prostituzione perviene con connotazioni molto simili a quelle dei secoli precedenti, nel corso dei quali erano stati emanati tanti altri Bandi e Prammatiche .
   In quel periodo i siciliani erano molto liberi ed il fenomeno della prostituzione costituiva per loro una piaga sociale ineluttabile; in alcuni casi considerata non oltremodo triste, tantomeno disdegnata anche dai rappresentanti delle cariche più elevate del governo, ivi compresa l'autorità vicereale.
   Questo tipo di prostituzione era quella esercitata dalle cortigiane ricche, che potevano permettersi il lusso di stabilire la propria dimora nei quartieri più eleganti, in prossimità delle abitazioni di "donne honeste". Esse andavano in carrozza, si accompagnavano a uomini della società nobile ed elevato-borghese, potevano frequentare, quando gradite alle autorità, anche gli ambienti della corte vicereale ove offrivano i loro favori.
   Ma accanto a questa categoria, che poi non rappresentava la più numerosa, ne esistevano altre, che comprendevano la stragrande maggioranza delle prostitute. Queste esercitavano il loro mestiere in case modeste; nei fondachi; nelle posate; nelle osterie e nei locali dove si giocava a carte; agli angoli delle strade; addirittura sulle scalinate delle chiese.
   La maggior parte di queste donne si prestava alla professione principalmente per bisogno. In effetti il meretricio costituiva un fenomeno costantemente presente, in modo anche abbastanza vistoso. In ben determinati periodi, nei quali si verificavano carestie o malattie contagiose come la peste, che della carestia era stretta conseguenza, si assisteva ad un abnorme aumento di queste donne che invadevano le strade e le "cantuneri" per esercitare il mercimonio.
   Tra di esse, molte erano le donne giovani, venute in città dal circondario per non morire di fame. Spesso, anche nella città, non è che poi fosse semplice trovar da mangiare e da vivere: in tali condizioni esse venivano arruolate dai "perditempo" ed "oziosi" che si improvvisavano lenoni e proteggevano le loro vittime ricorrendo anche all'uso delle armi.
   Una riflessione su questi fenomeni diventa indispensabile per riuscire a comprendere perché, spesso, le norme emanate per frenare la prostituzione fossero abbinate con quelle contro gli uomini privi di un lavoro, che trascorrevano il loro tempo nei tavoli da gioco delle taverne, e con altre che proibivano di portare armi.
   A parte le sollecitazioni provenienti da parte della Curia che continuava a vantare particolari prerogative in questo campo da quando nel 1172 Guglielmo II aveva concesso all'arcivescovo di Palermo Gualtiero ed ai suoi successori il privilegio di giudicare gli adulteri; dinanzi alla grande diffusione del fenomeno diveniva necessario comunque un intervento delle autorità per proclamarne il divieto.
   Alcuni secoli erano trascorsi da quando Federico II nelle sue Costituzioni, riprendendo una normativa di re Guglielmo, consentiva, per la prima volta, l'esercizio della prostituzione, dietro stretta osservanza di determinate condizioni (8).
   Questa permessività però non impediva al legislatore di comminare pene anche molto severe, come l'amputazione del naso,  ad adulteri e lenoni (9) ed alle madri che prostituivano le figlie, in quanto "castitatem suorum viscerum vendere inhumanum est, et crudele" (10), mentre veniva accettato che una madre potesse spingere al meretricio la propria figlia per necessità, a condizione che l'affidasse ad un solo uomo. Egualmente veniva punito il marito che spingeva la moglie a prostituirsi, o che, in flagranza di adulterio non punisse tanto la moglie che l'amante (11).
   Con il passare dei secoli, ed a dispetto di tutte le normative emesse per frenarlo, tale fenomeno continuava ad incrementarsi, coinvolgendo più da vicino la società, fino a costituire anche motivo di discordia fra i rappresentanti della nobiltà più elevata, provocando l'insorgenza di liti, seguite da attentati e da omicidi che suscitavano vere e proprie faide tra famiglie.
   Tutto ciò spiega la volontà del legislatore: isolare i soggetti interessati, contenerne l'entità, evitare commistioni ed eventuali promiscuità con gli ambiente socialmente più elevati e con le nobildonne facenti parte della società più in vista.
   Ma i bandi pubblicati si dimostravano adeguati al raggiungimento di tale finalità? Non sembra poi tanto, dal momento che venivano pubblicati in continuazione, anno dopo anno, senza che fosse possibile assistere ad una reale contenimento del fenomeno e dei delitti ad esso correlabili.
   Può essere interessante, in proposito, ricordare una serie di norme emanate nel secolo precedente, sempre nei Capitoli e Bandi del Senato della città di Palermo. Alcune di tali normative, dirette a regolamentare l’esercizio della prostituzione in città, appaiono particolarmente interessanti per acquisire ulteriori notizie di costume ed abitudini sull’argomento. Nei Capitoli II, XIX, XXVIII, XXXI venivano formulati divieti ben precisi per le donne che esercitavano la prostituzione (12).
   Innanzi tutto (capit. II), si proibiva loro di andare "in cocchio et in seggetta et portari multi fausti gioie, sete d'oro, oro sopra oro et vesti raccamati" quindi di "sedere nelle sedie di coyro et di seta"; era inoltre severamente vietato che "andassero vestiti di homini o,...li homini vestiti di donne tanto fuori quanto dentro questa Città cossì di giorno come di notte...", pena il pagamento di 25 onze o cinquanta staffilate in pubblico.
   Ed ancora (capit. XIX), "nessuna persona possa tenere donne in guadagno tanto in luoghi publici quanto privati sotto la pena della frusta o, di pagare onze dieci applicandi al detto Illustre Capitano à sua elettione".
   Alle prostitute veniva anche proibito di stabilire il loro domicilio in prossimità di "monasterij et Conventi cossì d'Homini come di donne ma arrasso di quelli per continenti di Canni trenta da contarsi dall'ultima parte del muro di detti monasterij et Conventi et più se si potesse vedere...et quelli che si troveranno al presente stare et abitare vicini addetti monasterij et Conventi...Habbiano da sfrattare...fra tempo di giorni quindici et non tornare ad abitarvi sotto pena di onze dieci...".
   Infine (capit. XXXI), era severamente vietato tenere donne che esercitavano il mestiere di cortigiane, anche "sotto pretesto di zitelle" a tutti i proprietari di fondachi e "posate" con il fine di "allettare li forasteri ad allogiarsi nelle case loro"; "Cossi ancora si proibisce che nessuna donna cortigiana meretrice o, altrimenti chiamata possa teniri pusata fundaco n‚ alloggiamento sotto la medesima pena d'onze 25 o della frusta ad elettione di detto Ill.e Capitano".
   Tali norme saranno rinnovate, regolarmente, negli anni successivi.
   Tuttavia, un avviso della Regia Segreteria di Giustizia e di Alta Polizia che porta la data del 21 ottobre 1799, ci consente di apprendere "che le donne di pubblico commercio trovansi indistintamente ad abitare ne' luoghi più frequentati della città, e col loro cattivo esempio avvelenano le innocenti e rovinano la gioventù. E talune di esse si vedono in tempo di notte girare per le strade ed ardiscono di penetrare financo dietro le porte delle chiese" (13).
   Quasi un secolo e mezzo è trascorso, in tutto questo tempo non sono stati registrati sostanziali mutamenti del fenomeno: a poco o nulla sono serviti tutti i bandi pubblicati reiteratamente negli anni precedenti.
   Certamente i divieti reiteratamente emanati non erano serviti a moderare i costumi delle cortigiane ricche che, sostenute dagli stessi nobili, spesso anche dagli stessi magistrati, e con la loro connivenza, non dovevano incontrare poi molti ostacoli per aggirare leggi e regolamenti, continuando nell'esercizio della loro professione.
   I divieti emanati dall’autorità governativa finivano per colpire soltanto le forme "povere" della prostituzione, quelle che si estrinsecavano grazie alla complicità delle condizioni ambientali; ma anche questi risultati non duravano mai per un lungo periodo di tempo.
   E’ molto probabile che le dimensioni dell'esercizio della prostituzione nei postriboli e nelle case private, oltre che in strada diminuissero; in questi casi forse qualche risultato si evidenziava,
anche se però v’è da intendersi sul significato di tali risultati. Quasi certamente non si trattava di un’effettiva contrazione del fenomeno, bensì di un mutamento sostanziale delle metodologie del suo esercizio: una maggiore discrezione nella gestione della prostituzione nelle strade ed in forme evidenti, senza alcuna reale contrazione della sua entità ed estensione. Le donne che vi si dedicavano venivano tolte dalle strade a dalle “cantuneri” per essere ospitate in ambienti chiusi, come i “fondachi” e le “osterie”, continuando ad esercitare il loro mestiere come prima.
   Ciò proprio perché non veniva meno la motivazione fondamentale che a ciò le induceva : il grande bisogno, le grandi forme di povertà, il malcostume imperante.
   Nel 1743, per esempio, la città di Messina era stata desolata da una grave pestilenza; in Palermo le condizioni di grande povertà erano estremamente diffuse e scarseggiavano anche le derrate alimentari; nel circondario gli abitanti non avevano di che nutrirsi.
   Proprio il Meli descriveva questo grande stato di indigenza con i seguenti versi che vengono riportati dal Pitr‚ (14),

 

L'erbi cchiù vivi e inutili,                                       Le erbe più verdi e inutili
li ràdichi nocivi                                                     le radici nocive  
cu l'animali spartinu                                           dividono con gli animali
l'omini appena vivi.                                                   i sopravvissuti
'Mmenzu li strati pubblici                                  In mezzo alle pubbliche vie
lu passaggeri abbucca                                        i passanti crollano a terra
cu facci smunta e pallida                                col volto scheletrito e pallido
cu pocu d'erba in bucca.                                  con un filo d'erba in bocca.

    La popolazione era alla fame e si nutriva soltanto di verdure e di bacche, quando riusciva a procurarsele.
   Palermo era, per quell'epoca, una città molto grande, al censimento del 1748 contava 167.349 anime, ma ridotta in condizioni di miseria notevole, tanto che "In città la casa di ricovero dei mendici, presso porta Termini, sembrò piccola; e nel 1746 si pensò di costruire un grande ed apposito palazzo, che sorse nella via che dalla città conduce a Monreale e che fu detto Albergo dei poveri". In esso dovevano essere ricoverati gli indigenti.
   Quanto fino ad ora esposto ha tentato di delineare, in modo assai sintetico, il quadro della realtà sociale esistente nella Palermo del XVIII secolo sulla base delle testimonianze di studiosi che si sono dedicati all’analisi delle caratteristiche demo-psicologiche e storiche della città, mirando a rappresentare quel segmento di società per il quale era stato necessario ricorrere alla promulgazione dei bandi, sopra riportati, sul divieto dell'esercizio della prostituzione.
   E’ chiaro che nell’interpretazione di un tema come questo, di grande rilevanza umana e sociale, così complesso che difficilmente anche gli studiosi dell’argomento riescono a raggiungere conclusioni definitive e dirimenti, queste poche riflessioni possono non essere state esaurienti per dare una risposta agli interrogativi iniziali. In ogni caso, l'analisi fin qui compiuta e le testimonianze riportate, hanno cercato di fornire motivazioni certamente esistenti per un fenomeno che, pur fondato su ragioni molteplici e complesse, identifica, in ultima analisi, la sua esistenza sul bisogno e sulla indigenza grave. Condizioni queste ultime che non possono essere superate con nessuna forma di divieto contenuta nei Bandi e Comandamenti promulgati dal Senato della città.
   In queste condizioni, qualsiasi legislatore deve sapere che i suoi divieti hanno soltanto una valenza esteriore e che non raggiungeranno mai il fine per il quale sono stati emanati. Meno che mai per risolvere un problema di così vasta portata, come quello oggetto delle presenti riflessioni. Ed allora, in conclusione, è possibile affermare che le norme sul divieto del meretricio contenute nei diversi bandi emanati dal Senato di Palermo assumono più il significato di "atto dovuto", che l’espressione di una ferma volontà diretta ad affrontare e risolvere concretamente una problematica importante, come quella sull’esercizio della prostituzione.

BANDO E COMANDAMENTO D’ORDINE DELL’ECCELLENTISSIMO SIGNORE DON EUSTACHIO DUCA DE LA VIEFUILLE
22 aprile 174
BANDO E COMANDAMENTO D’ORDINE DELL’ECCELLENTISSIMO SIGNORE D. GIOVANNI FOGLIANI DE ARAGONA
14 dicembre 1761

Bibliografia essenziale

 (1)-G. Pitr‚, La vita in Palermo cento e più anni fa. Palermo, ristampa anastatica dell'edizione di Alberto Reber del 1904. Editrice Il Vespro, 1977. Vol. I, pagg. 58-60.
(2)-M. Palmieri di Miccichè, Costumi della corte e dei popoli delle due Sicilie, a cura di E. Sciacca. Longanesi, Milano, 1987.
(3) G. Pitr‚, op. cit. pag. 56
(4) G. Pitr‚, op. cit. pag. 59
(5) M. Palmieri di Miccichè, op. cit.
(6) L. Genuardi, Palermo. S.A. "Edizioni Tiber", Roma, 1929
(7) A. Cutrera, Storia della prostituzione in Sicilia.
(8) Constitutionum domini Frederici secundi sacratissimi romani imeratoris Ierusalem et Siciliae serenissimi regis felicis triumphatoris et semper augusti. Lib. I, tit. 21
(9) Op. cit., lib. III, tit. 74
(10) Op. cit., lib. III, tit. 80
(11) Op. cit., lib. III, tit. 82
(12) Bando et Comandamento da parte dell'Illustre Signore il Signor Don Vincenzo Galofaro Cavaliere dell'hatido di San Giacomo della Spada del consiglio di Sua Cattolica Maestà Capitano e giusticciario di questa felice città di Palermo et dello Ill.mo Pretore e Spettabili Iurati della Città. Archivio Comunale di Palermo.
(13) Riportato da G. Pitr‚, op. cit.
(14) Riportato da G. Pitr‚, op.cit.  
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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